Pragmatismo o miopia?

Ho letto con curiosità ma anche con profondo sgomento l’articolo a firma Minzolini apparso su La Stampa del 17 Ottobre dal titolo “Berlusconi, la partita politica me la gioco in Europa”. L’articolo suona da un lato come un lungo elogio della politica europea di Berlusconi e del pragmatismo che la caratterizza, e dall’altro come una critica di un presunto “approccio ideologico all’Europa” che ha portato secondo Minzolini il centrosinistra “a sottovalutare gli interessi nazionali sull’altare dell’Europa”. Non mi soffermerò più di tanto sul fatto che ovviamente l’importanza dell’accordo 20-20-20 risiede, tra gli altri, in un tema, che è quello del contenimento del cambiamento climatico, che è una priorità globale e che solo un irresponsabile posporrebbe agli interessi particolari dell’industria italiana. Vorrei invece sottolineare che, oltre a questo, il 20-20-20 riflette anche una visione di lungo termine della realtà energetica mondiale che, con l’esaurimento nei prossimi decenni dei combustibili fossili e dell’uranio, dovrà necessariamente orientarsi su altre forme di energia e altre modalità di consumo, nella quale l’Europa ha l’imperativo categorico di essere all’avanguardia e più di tutti l’Italia, data la sua totale dipendenza energetica.
Al di là della questione del 20-20-20 c’è però una riflessione profonda generale che mi sento di fare sul tema dell’”approccio ideologico” contrapposto al “pragmatismo” berlusconiano. E’ comune alle fasi più incerte della storia che una visione miope di breve termine, un atteggiamento passivo di fronte alle trasformazioni che avvengono, venga camuffato da pragmatismo, da empirismo, mentre vengano tacciate come idealistiche e utopistiche visioni di più lungo respiro, più lungimiranti, più pronte a cambiare le proprie prospettive in coincidenza con i cambiamenti del contesto in cui viviamo.
Chi si batta per l’integrazione europea, chi difenda con entusiasmo l’accordo 20-20-20, non lo fa solo per un ideale europeo di amicizia e fratellanza, non lo fa per essere ambientalista, ma anche e soprattutto per motivi strettamente pragmatici. Solo un’Europa unita politicamente può essere un interlocutore in grado di vincere la battaglia economica e politica, che si profila durissima, con potenze come la Russia e la Cina e che rischia di far tramontare un nostro modello di vita libertario e democratico. Solo una veloce integrazione europea ci può portare ad essere pronti prima che sia troppo tardi e l’indipendenza energetica dalla Russia è fondamentale in questa battaglia, rendendo perciò vitali anche gli obiettivi del 20-20-20. Quello che Minzolini chiama pragmatismo è quindi in realtà miopia, incapacità di guardare abbastanza lontano da vedere le conseguenze catastrofiche che arrivare in ritardo su queste ed altre questioni potrebbe avere per il nostro continente e per il nostro paese, conseguenze di fronte alle quali le difficoltà della nostra industria automobilistica sarebbe veramente il problema minore. E’ certo vero che prima che i nodi delle scelte attuali vengano al pettine passerà qualche decennio e Berlusconi e molti altri politici non saranno più in questo mondo, ma la responsabilità storica distingue i grandi politici dagli amministratori ed a cosa vale la popolarità dell’oggi se diviene la condanna del dopodomani? La miopia che il nostro governo mostra sui temi europei è la stessa che mostra su temi più squisitamente italiani ed è una miopia che conquista l’opinione pubblica perché è la stessa miopia dei tanti cittadini che non riescono più a guardare oltre il proprio naso, pressati come sono da ansie e paure, alcune reali, molte artificiali.
C’è un passo bellissimo di Edward Carr che conclude “Sei lezioni sulla storia” che riporto di seguito e che mi pare attualissimo, pur scritto negli anni ‘60, e perfettamente applicabile alla situazione italiana contemporanea.

“Nella storia umana il progresso, sia che si trattasse di progresso scientifico, o storiografico, o sociale, si è attuato fondamentalmente gra­zie all’audacia e alla tempestività di individui che non si limitavano a cercare di introdurre miglioramenti qua e là, ma avanzavano in nome della ragione contestazioni radi­cali dell’ordine esistente e dei suoi presupposti espliciti o impliciti. Mi auguro che venga un giorno in cui gli storici, i sociologi e i teorici della politica del mondo anglosassone riacquistino il coraggio necessario per svolgere questo compito […]
Ciò che mi preoccupa di più non è l’affievolir­si della fede nella ragione tra gli intellettuali e gli ideolo­gi del mondo anglosassone, bensì la perdita del senso pro­fondo che il mondo è in perpetuo divenire. A prima vista quest’affermazione sembra paradossale, giacché di rado si sono sentiti tanti discorsi superficiali sulle trasformazioni che si verificano attorno a noi. Ma ciò che importa è che il divenire non è più considerato una meta, una nuova pos­sibilità, un progresso, bensì un oggetto di apprensione. Allorché i nostri savi della politica e dell’economia ci por­gono le loro ricette, non hanno niente da proporci tranne l’avvertimento di diffidare delle idee radicali e delle pro­spettive ampie, di evitare tutto ciò che arieggia la rivolu­zione, e di progredire - se dobbiamo progredire - il più lentamente e cautamente possibile. In un momento in cui il mondo sta mutando aspetto più rapidamente e profon­damente di quanto abbia fatto negli ultimi quattro secoli, questo atteggiamento mi sembra ispirato a una singolare cecità, che da adito al timore, non già che questo movi­mento di portata mondiale si arresti, ma che il nostro pae­se non riesca a reggere il passo del progresso generale, per ricadere, tra la generale indifferenza, in uno stato di inerzia nostalgica.”

19 Ottobre 2008

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