Superlega: perché la volevano e perché forse non serve

superleague.jpegL’annuncio del lancio della Superlega ha sconvolto l’inizio di questa settimana tra i calciofili, ma anche tra quelli che di calcio ne sanno di meno. Così improvvisamente come si era manifestata la crisi è rientrata per una repentina e imprevedibile retromarcia della maggior parte delle squadre aderenti, che ha per il momento congelato la questione, anche se immagino la cosa non finirà qui. Ovviamente subito dopo l’annuncio sono iniziate le diatribe tra i sostenitori del calcio spettacolo e del calcio romantico, tra tifosi delle squadre coinvolte felici di poter vedere i propri colori nell’elitaria Superlega e quelli delle squadre escluse che li accusano di sabotare il calcio. Io ho provato a riflettere più che altro sul senso che tutto ciò può avere, in termini di effetti sulle società calcistiche, lasciando da parte considerazioni emotive e romantiche.
Prima di tutto, cos’è il calcio? Prima che uno sport, è una pratica, molto diffusa, che, come tutte le pratiche, ha una sua base di praticanti, delle sue istituzioni, delle sue tradizioni. La particolarità del calcio, e più in generale degli sport, è lo stretto legame con la competizione. Anche la musica ha le sue competizioni ma un cantante può tranquillamente fare a meno di partecipare a Sanremo e all’Eurofestival senza intaccare la sua popolarità, mentre una squadra di calcio non può pensare di vivere solo di esibizioni in giro per il mondo, il caso degli Harlem Globe Trotters è rimasto isolato e non necessariamente di grande successo. La capacità attrattiva delle squadre di calcio è legato al mito che creano attorno a loro, affrontando e sconfiggendo avversari altrettanto popolari. Come in tutte le narrazioni l’eroe invincibile esercita un particolare fascino che rende attrattiva la squadra che può dichiararsi oggettivamente “la più forte” del mondo o d’Europa, per questo tipicamente nelle leghe professionistiche americane si definisce il vincitore “World Champion” anche se in realtà le squadre partecipanti vengono tutte dagli Stati Uniti. Questo rende poco attraenti per il pubblico le “scissioni”: avere due squadre “Campioni d’Europa” non darebbe a nessuna delle due la popolarità tributata ad una “Campione d’Europa” unica.
L’altra narrazione popolare è quella di Davide e Golia, del teoricamente più debole che batte il più forte, e molti sostengono che la particolarità che rende il calcio più popolare degli altri sport è proprio la possibilità che la Danimarca o la Grecia, ovvero squadre che mai pronosticheremmo, vincano gli europei, o che Leicester o Atalanta arrivino ai quarti di Champions League. Inoltre il calcio deve parte della sua popolarità ad una componente identitaria associata al tifo. Per un tifoso la squadra di calcio è parte della sua identità e un elemento importante, che lo porta a condividere emotivamente con la propria squadra i successi e le sconfitte, è la competizione con amici e conoscenti (anche nella modalità più estesa dei social network) che tifano per altre squadre. Visto che a tutt’oggi la maggior parte delle relazioni sociali che abbiamo sono con propri connazionali, avere una Superlega in cui si compete quasi esclusivamente con squadre di altri paesi potrebbe, almeno nel breve o medio periodo, far venire meno questa componente e quindi avere ripercussioni negative sulla popolarità del calcio.
Quindi direi che in sé una Superlega parallela alla Champions League avrebbe almeno alcuni punti deboli, ovvero il vincitore sarebbe poco credibile nel fregiarsi del titolo di “Campione d’Europa” e quindi perderebbe la propria dimensione mitica, le grandi sorprese sarebbero escluse e la componente tifosa rischia di essere annacquata.
Ma allora perché si vorrebbe la Superlega? Quali sono i punti di forza? Mi fido di chi sostiene che le ragioni sono due. La prima è il fatto che la maggior parte delle grandi squadre europee hanno pesanti indebitamenti, dovute all’esplosione delle spese, che il Covid ha solo peggiorato, contraendo gli introiti. E’ un fenomeno che a suo tempo Michel Platini, quando era presidente dell’UEFA, aveva cercato di arrestare con il cosiddetto FFP che però era stato combattuto e fondamentalmente sconfitto dai grandi club, complice anche il siluramento di Platini stesso. Sperare di riparare adesso il giocattolo cercando di aumentare gli introiti con una mossa che ha molti rischi è un po’ come dare gas al motore del motoscafo che ha un buco nello scafo anziché ripararlo. Forse sarebbe più sensato cercare di ridurre i costi, anche a costo di rischiare degli insuccessi, piuttosto che inventarsi modi rischiosi per aumentare i ricavi. Il caso della Juventus è lampante, ha fatto un investimento probabilmente eccessivo con Ronaldo e si trova, a tre anni dal suo ingaggio, ad interrompere una sequenza vincente di nove scudetti consecutivi, rischiando addirittura di non partecipre alla Champions League e per di più ha il bilancio pieno di debiti. In questa situazione, ammettere che l’ingaggio di Ronaldo è stato un passo più lungo della gamba sarebbe forse più ragionevole dell’avventurismo di questi giorni. In definitiva ho l’impressione che rendere più sostenibile il calcio nel breve termine passa quindi attraverso un’opportuna revisione dei costi, comunque necessaria, anziché un improbabile e comunque non immediata espansione dei ricavi. Il problema è che il primo che si muoverà probabilmente non vincerà più nulla e questo mi induce a pensare che devono essere gli organismi calcistici a muoversi per stabilire regole più severe anche rispetto al tanto criticato FFP.
football-against-superleague.jpgL’altro problema da cui nasce questa rivoluzione sembra essere la calante popolarità del calcio presso i giovani. Ma, di nuovo, la Superlega è la soluzione? Pare che i giovani siano più portati a guardare il calcio come spettacolo e meno come elemento identitario e quindi tifino poco, ma siamo sicuri che questo sia legato al formato della competizione europea? Io diventai tifoso di calcio nella metà degli anni settanta, quando lo scudetto era un duello tra Juventus e Torino e questo accadde perché a scuola non si parlava d’altro ed era impensabile non prendere una posizione. Oggi nella classe di mia figlia si parla di solito dell’ultimo video su TikTok o della foto su Instagram e noto che l’interesse per lo scudetto di calcio è pressocché nullo anche tra i compagni maschi. Ho l’impressione che oggi i giovani non siano tifosi non per colpa del Benevento o del Sassuolo, ma perché nella semiosfera in cui siamo immersi ci sono molte altre cose a cui pensare che non siano il campionato di calcio. Nell’impossibilità per le squadre di calcio di invertire i processi storici e i loro impatti sulla cultura contemporanea, è importante secondo me tener viva la componente identitaria del calcio anziché mortificarla, se si vuole che il tutto sopravviva.
Forse ci sono altri modi con i quali il calcio può diventare più attrattivo. Ad esempio probabilmente aprendosi maggiormente verso le nuove forme di comunicazione. Le esclusive che le paytv hanno sulla proposizione degli eventi non aiutano: per esempio trovo un controsenso che le squadre di calcio non possano diffondere sui social riprese in diretta degli eventi a cui partecipano. Viceversa ho dubbi sul fatto che aumentare il numero di grandi sfide può aumentare la popolarità del calcio in modo rilevante. Io la settimana scorsa mi sono messo a guardare Paris SG-Bayern perché mi aspettavo la partita straordinaria che è stata, ma se ci fosse Paris SG-Bayern tutte le settimane non la guarderei tutte le settimane perché dedico il mio tempo ad altre cose e certamente se non tifassi per una squadra ma guardassi il calcio solo per lo spettacolo, di tempo ne dedicherei al calcio ancora di meno. Questo ovviamente non esclude che si possano introdurre novità regolamentari che rendano il calcio un po’ più divertente e dinamico e se la Superlega rimarrà, come in queste ore sembra delinearsi, solo una forzatura per spingere FIFA e UEFA ad essere un po’ più flessibili da questo punto di vista, potrebbe anche avere degli effetti positivi, ma purché si rimanga nell’alveo di una continuità con il passato che è uno dei punti di forza del calcio o meglio della componente identitaria del calcio che è tuttora un suo elemento fondamentale.
Concludendo, la Superlega ha tutte le carte in regola per fallire come progetto e mi pare che questo sia ormai il suo chiaro destino. Rimangono però i problemi sopracitati che hanno prodotto questa idea e che non troveranno soluzione senza una chiara iniziativa da parte delle istituzioni del calcio. La speranza è che la ribalta mediatica che l’annuncio di Domenica ha fatto guadagnare alla questione possa essere una spinta a FIFA e UEFA a muoversi. Non sono sicuro che basterà ma più di così penso non si possa fare.

23 Aprile 2021

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