Superlega: perché la volevano e perché forse non serve

superleague.jpegL’annuncio del lancio della Superlega ha sconvolto l’inizio di questa settimana tra i calciofili, ma anche tra quelli che di calcio ne sanno di meno. Così improvvisamente come si era manifestata la crisi è rientrata per una repentina e imprevedibile retromarcia della maggior parte delle squadre aderenti, che ha per il momento congelato la questione, anche se immagino la cosa non finirà qui. Ovviamente subito dopo l’annuncio sono iniziate le diatribe tra i sostenitori del calcio spettacolo e del calcio romantico, tra tifosi delle squadre coinvolte felici di poter vedere i propri colori nell’elitaria Superlega e quelli delle squadre escluse che li accusano di sabotare il calcio. Io ho provato a riflettere più che altro sul senso che tutto ciò può avere, in termini di effetti sulle società calcistiche, lasciando da parte considerazioni emotive e romantiche.
Prima di tutto, cos’è il calcio? Prima che uno sport, è una pratica, molto diffusa, che, come tutte le pratiche, ha una sua base di praticanti, delle sue istituzioni, delle sue tradizioni. La particolarità del calcio, e più in generale degli sport, è lo stretto legame con la competizione. Anche la musica ha le sue competizioni ma un cantante può tranquillamente fare a meno di partecipare a Sanremo e all’Eurofestival senza intaccare la sua popolarità, mentre una squadra di calcio non può pensare di vivere solo di esibizioni in giro per il mondo, il caso degli Harlem Globe Trotters è rimasto isolato e non necessariamente di grande successo. La capacità attrattiva delle squadre di calcio è legato al mito che creano attorno a loro, affrontando e sconfiggendo avversari altrettanto popolari. Come in tutte le narrazioni l’eroe invincibile esercita un particolare fascino che rende attrattiva la squadra che può dichiararsi oggettivamente “la più forte” del mondo o d’Europa, per questo tipicamente nelle leghe professionistiche americane si definisce il vincitore “World Champion” anche se in realtà le squadre partecipanti vengono tutte dagli Stati Uniti. Questo rende poco attraenti per il pubblico le “scissioni”: avere due squadre “Campioni d’Europa” non darebbe a nessuna delle due la popolarità tributata ad una “Campione d’Europa” unica.
L’altra narrazione popolare è quella di Davide e Golia, del teoricamente più debole che batte il più forte, e molti sostengono che la particolarità che rende il calcio più popolare degli altri sport è proprio la possibilità che la Danimarca o la Grecia, ovvero squadre che mai pronosticheremmo, vincano gli europei, o che Leicester o Atalanta arrivino ai quarti di Champions League. Inoltre il calcio deve parte della sua popolarità ad una componente identitaria associata al tifo. Per un tifoso la squadra di calcio è parte della sua identità e un elemento importante, che lo porta a condividere emotivamente con la propria squadra i successi e le sconfitte, è la competizione con amici e conoscenti (anche nella modalità più estesa dei social network) che tifano per altre squadre. Visto che a tutt’oggi la maggior parte delle relazioni sociali che abbiamo sono con propri connazionali, avere una Superlega in cui si compete quasi esclusivamente con squadre di altri paesi potrebbe, almeno nel breve o medio periodo, far venire meno questa componente e quindi avere ripercussioni negative sulla popolarità del calcio.
Quindi direi che in sé una Superlega parallela alla Champions League avrebbe almeno alcuni punti deboli, ovvero il vincitore sarebbe poco credibile nel fregiarsi del titolo di “Campione d’Europa” e quindi perderebbe la propria dimensione mitica, le grandi sorprese sarebbero escluse e la componente tifosa rischia di essere annacquata.
Ma allora perché si vorrebbe la Superlega? Quali sono i punti di forza? Mi fido di chi sostiene che le ragioni sono due. La prima è il fatto che la maggior parte delle grandi squadre europee hanno pesanti indebitamenti, dovute all’esplosione delle spese, che il Covid ha solo peggiorato, contraendo gli introiti. E’ un fenomeno che a suo tempo Michel Platini, quando era presidente dell’UEFA, aveva cercato di arrestare con il cosiddetto FFP che però era stato combattuto e fondamentalmente sconfitto dai grandi club, complice anche il siluramento di Platini stesso. Sperare di riparare adesso il giocattolo cercando di aumentare gli introiti con una mossa che ha molti rischi è un po’ come dare gas al motore del motoscafo che ha un buco nello scafo anziché ripararlo. Forse sarebbe più sensato cercare di ridurre i costi, anche a costo di rischiare degli insuccessi, piuttosto che inventarsi modi rischiosi per aumentare i ricavi. Il caso della Juventus è lampante, ha fatto un investimento probabilmente eccessivo con Ronaldo e si trova, a tre anni dal suo ingaggio, ad interrompere una sequenza vincente di nove scudetti consecutivi, rischiando addirittura di non partecipre alla Champions League e per di più ha il bilancio pieno di debiti. In questa situazione, ammettere che l’ingaggio di Ronaldo è stato un passo più lungo della gamba sarebbe forse più ragionevole dell’avventurismo di questi giorni. In definitiva ho l’impressione che rendere più sostenibile il calcio nel breve termine passa quindi attraverso un’opportuna revisione dei costi, comunque necessaria, anziché un improbabile e comunque non immediata espansione dei ricavi. Il problema è che il primo che si muoverà probabilmente non vincerà più nulla e questo mi induce a pensare che devono essere gli organismi calcistici a muoversi per stabilire regole più severe anche rispetto al tanto criticato FFP.
football-against-superleague.jpgL’altro problema da cui nasce questa rivoluzione sembra essere la calante popolarità del calcio presso i giovani. Ma, di nuovo, la Superlega è la soluzione? Pare che i giovani siano più portati a guardare il calcio come spettacolo e meno come elemento identitario e quindi tifino poco, ma siamo sicuri che questo sia legato al formato della competizione europea? Io diventai tifoso di calcio nella metà degli anni settanta, quando lo scudetto era un duello tra Juventus e Torino e questo accadde perché a scuola non si parlava d’altro ed era impensabile non prendere una posizione. Oggi nella classe di mia figlia si parla di solito dell’ultimo video su TikTok o della foto su Instagram e noto che l’interesse per lo scudetto di calcio è pressocché nullo anche tra i compagni maschi. Ho l’impressione che oggi i giovani non siano tifosi non per colpa del Benevento o del Sassuolo, ma perché nella semiosfera in cui siamo immersi ci sono molte altre cose a cui pensare che non siano il campionato di calcio. Nell’impossibilità per le squadre di calcio di invertire i processi storici e i loro impatti sulla cultura contemporanea, è importante secondo me tener viva la componente identitaria del calcio anziché mortificarla, se si vuole che il tutto sopravviva.
Forse ci sono altri modi con i quali il calcio può diventare più attrattivo. Ad esempio probabilmente aprendosi maggiormente verso le nuove forme di comunicazione. Le esclusive che le paytv hanno sulla proposizione degli eventi non aiutano: per esempio trovo un controsenso che le squadre di calcio non possano diffondere sui social riprese in diretta degli eventi a cui partecipano. Viceversa ho dubbi sul fatto che aumentare il numero di grandi sfide può aumentare la popolarità del calcio in modo rilevante. Io la settimana scorsa mi sono messo a guardare Paris SG-Bayern perché mi aspettavo la partita straordinaria che è stata, ma se ci fosse Paris SG-Bayern tutte le settimane non la guarderei tutte le settimane perché dedico il mio tempo ad altre cose e certamente se non tifassi per una squadra ma guardassi il calcio solo per lo spettacolo, di tempo ne dedicherei al calcio ancora di meno. Questo ovviamente non esclude che si possano introdurre novità regolamentari che rendano il calcio un po’ più divertente e dinamico e se la Superlega rimarrà, come in queste ore sembra delinearsi, solo una forzatura per spingere FIFA e UEFA ad essere un po’ più flessibili da questo punto di vista, potrebbe anche avere degli effetti positivi, ma purché si rimanga nell’alveo di una continuità con il passato che è uno dei punti di forza del calcio o meglio della componente identitaria del calcio che è tuttora un suo elemento fondamentale.
Concludendo, la Superlega ha tutte le carte in regola per fallire come progetto e mi pare che questo sia ormai il suo chiaro destino. Rimangono però i problemi sopracitati che hanno prodotto questa idea e che non troveranno soluzione senza una chiara iniziativa da parte delle istituzioni del calcio. La speranza è che la ribalta mediatica che l’annuncio di Domenica ha fatto guadagnare alla questione possa essere una spinta a FIFA e UEFA a muoversi. Non sono sicuro che basterà ma più di così penso non si possa fare.

Astrazeneca o le nefaste conseguenze dell’abdicazione della politica

lemming-e-covid.jpgPrima poi doveva succedere ed è successo. Era prevedibile che su milioni di vaccinati ci sarebbe stato qualcuno che sarebbe incorso poco dopo in qualche accidente, ed era prevedibile che qualcun’altro ne avrebbe approfittatto per diffondere allarme e panico ed infatti è successo e la poltica ha reagito come oggi sa solo fare, ovvero seguendo l’emotività del popolo, come un condottiero lemming che indica alla sua truppa con decisione e risolutezza il bordo del precipizio. Non è bastato nemmeno un governo di unità nazionale per poter dir di no alla pancia dell’opinione pubblica. E così la somministrazione di Astrazeneca è stato sospeso per qualche giorno e sembra che 200mila persone verranno vaccinate in ritardo . Un semplice calcolo statistico basta a concludere che c’è un’elevata probabilità che tra quei 200mila ci siano molte persone che contrarranno nel frattempo il Covid, magari con gravi o fatali conseguenze. Questo purtroppo non è dubbio scientifico ma una ovvia conseguenza statistica.
Nelle ore che hanno seguito la sospensione del vaccino abbiamo sentito molti esponenti politici dire: “Siamo in attesa del pronunciamento della scienza”. E qui sta il nocciolo del problema. La politica è decisione: è mediare tra le mille teorie in cui si divide il mondo scientifico, sempre in movimento sull’orizzonte incerto della conoscenza, e la necessità di certezze che l’opinione pubblica deve avere. La scienza non ha questo problema e anzi il dubbio ne è il fondamento, per questo la comunità scientifica non può far politica. E per questo chiedere all’agenzia del farmaco europea di prendere una decisione è quello che si dice un’abdicazione, l’abdicazione della politica al suo compito: prendere decisioni, informate e consapevoli, ma decisioni. Ed è purtroppo quello che la politica, ormai prigioniera della sua perenne campagna elettorale, fa ogni volta che le decisioni da prendere sono difficili, ovvero quasi sempre in questi ultimi, difficili, tempi.

Maradona e il nostro combattuto rapporto con i vincoli sociali

panini_maradona.jpgLa scomparsa di Diego Armando Maradona, oltre a sollevare l’emozione che inevitabilmente scatena la scomparsa di un calciatore di questa rilevanza, ha suscitato un acceso dibattito sulla sua figura, sulle sue molte licenze rispetto all’irreprensibile immagine pubblica che ci si aspetta dai calciatori, sulle critiche che spesso lo hanno investito per questo. Si è fatta strada una corrente di pensiero che riassumerei nel motto: “E’ uno di noi”, che ho ritrovato in moltissime opinioni espresse sui vari mezzi di comunicazione e che trovo ben rappresentata da un articolo apparso su “Il Fatto di Quotidiano” a firma Gianni Rosini in cui tra le altre cose si afferma “Era umano, ha commesso errori terribili, ma ha anche fatto quello che chiunque avrebbe voluto fare una volta nella vita: alzarsi la mattina, andare al lavoro e mandare a quel paese il proprio capo. Per questo è stato un mito globale, oltre i colori, oltre il tifo. Un’aspirazione alla quale i giocatori-robot, le pop star del calcio, gli atleti senza difetti apparenti, splendenti in campo e poi rinchiusi nelle loro vite fatate non potranno mai aspirare. È questo che quelli del “ma nella vita privata…” non capiscono: lui era più vicino alle persone di quanto non lo siano loro.”.
E’ proprio questo, a mio avviso, il problema che rende così “divisiva” una figura come quella di Maradona. A torto o a ragione è stato rappresentato, anche da molti dei propri fan, come uno che se ne infischiava di regole, vincoli, consuetudini, gerarchie, ovvero di tutti quei vincoli che il vivere sociale comporta. Essere un grandissimo calciatore glielo permetteva e lui ne approfittava. Ha fatto bene? Ha fatto male? Sia come sia, il problema è nostro, ovvero del rapporto che abbiamo con quei vincoli di cui Maradona apparentemente si faceva beffe. A quasi nessuno di noi piacciono questi vincoli, sono poche le persone che non apprezzano la possibilità di dormire fino a che il nostro corpo non si considera sufficientemente riposato, o che disdegnano di fare tardi con gli amici o che non apprezzerebbero un supplemento di vacanze. A molti di noi piacerebbe poter dire sempre quello che pensano, poter mandare a quel paese il collega noioso o il vigile pignolo. C’è però chi avverte questi vincoli come un necessario compromesso per riuscire a vivere in armonia in società e lo ha assimilato come un valore e chi invece li percepisce come un insopportabile sopruso, anche se, obtorto collo, li rispetta. Non c’è da stupirsi che i primi non sentano affatto Maradona come uno di loro, anzi come il più distante dei privilegiati, proprio perché la narrazione che lo circonda è una narrazione di condotta diametralmente opposta a quella che attua il normale cittadino che ogni mattina si alza al suono della sveglia, si reca in ufficio (Covid permettendo) puntuale, saluta caramente anche i colleghi più odiosi e così via fino a sera. E non c’è nemmeno da stupirsi che i secondi avvertano invece Maradona come il paladino della rivincita contro il sopruso quotidiano che sentono di subire, una rivincita peraltro sterile perché, per forza di cose, patrimonio di una ristretta cerchia di privilegiati di cui il cittadino comune non farà mai parte.
Quindi no, non è uno di noi ed è quanto di più distante da un ampia fetta di noi, forse maggioritaria. Ne parlo, lo sviscero e poi ricordo che comunque sto parlando, oltre all’icona che è diventato, di un uomo che ha vissuto come ha potuto una condizione di vita non facile, per un ragazzo cresciuto troppo in fretta e di un calciatore dalla smisurata grandezza tecnica, anche se personalmente, anche negli anni in cui lo vedevo esibirsi dal vivo, preferivo altri suoi avversari che rappresentavano meglio di lui, anche in campo, la mia idea di campione.

Un NO fin troppo facile

parlamento.jpgEra da tempo che non mi accingevo a recarmi alle urne con l’animo così sereno. Dopo anni di esitazioni dell’ultimo momento, di riflessioni protratte fino al momento in cui mi veniva consegnata la matita copiativa, nel prossimo weekend andrò a votare senza nemmeno un dubbio. Questo per merito, o colpa, di una campagna elettorale per il sì di una pochezza argomentativa insospettabile, campagna che mi ha spinto, a partire da una sostanziale indifferenza iniziale, fino ad una decisione chiara per il no.
Ho seguito senza passione la discussione in merito, ma quello che mi ha colpito e mi ha indirizzato ad una posizione netta come poche volte mi è capitato in passato di avere, è stata la povertà di argomentazioni a favore del sì. Forse la motivazione sottintesa o soprintesa: “Dare una lezione alla casta” era talmente forte da non richiedere spiegazioni più razionali. Sta di fatto che non ho avuto l’impressione che ci abbiano nemmeno provato a convincermi a partire da argomentazioni razionalmente fondate.
Ma vado nel merito: alla fine si tratta di ridurre il numero dei parlamentari che passerebbero da 945 a 600, null’altro. Il tutto per un risparmio che si stima in circa 80 milioni all’anno, poco più di un euro a testa ogni anno. Certo, c’è chi stragiura che poi si faranno altre riforme ma al momento sulla scheda troverò solo questa modifica costituzionale e non posso che votare per quella, come se fosse l’ultima della storia. Dinanzi a queste premesse, il mio semplice e magari ingenuo ragionamento è: il Parlamento italiano ha tutti i margini di miglioramento del mondo ma è un organismo che ha uno scopo preciso: produrre e approvare leggi, ed è un ruolo fondamentale perchè quelle leggi regolamentano la vita di ognuno di noi. Migliori sono, più moderne, più aggiornate, più chiare e precise, migliore sarà il funzionamento della nostra società, quindi in gioco c’è il futuro di tutti noi. La qualità di quello che il Parlamento produce non si misura ovviamente al chilo, la competenza delle persone che vi lavorano è fondamentale ma se la qualità di ciò che produce non è eccelsa, non c’è motivo di pensare che sarà migliore se riduciamo la sua forza-lavoro, anzi c’è il rischio che funzioni peggio. Non ho dei dati scientifici che accompagnino questo mio dubbio, e mi rendo conto che il Parlamento abbia delle caratteristiche sufficientemente peculiari, ma è abbastanza comune pensare che, all’interno di una qualunque organizzazione, una riduzione della forza lavoro produca una riduzione della produzione, ed è un ragionamento abbastanza comune da indurmi ad aspettarmi che sia chi chiede di ridurre i parlamentari a convincermi del contrario.
Ho sentito centinaia di volte in questa campagna elettorale parlare di “snellimento”, ma non ho mai trovato un’analisi che mi spieghi in cosa questo “snellimento” costituisca un miglioramento del funzionamento delle camere. Di conseguenze faccio fatica a pensare che non sia solo il solito slogan, pur certamente efficace, visto che ci fa pensare a quale sollievo proviamo quando sul piatto della bilancia scopriamo di essere dimagriti. Tuttavia, lavorando un po’ più di cervello e un po’ meno di pancia, come si può pensare davvero che ridurre il numero di parlamentari migliori il funzionamento del parlamento? Forse perché ridurrà la coda alla buvette? O forse il problema del parlamento sono le troppe copie dei testi di legge che le stampanti di Montecitorio e Palazzo Madama devono produrre in poco tempo per non rallentare i lavori dell’aula? O forse il problema è la banda del WiFi? Davvero siamo così ingenui da non chiedere a chi ci ha proposto questa riforma costituzionale di darci qualche elemento in più?
È debolissima anche l’argomentazione per la quale oggi solo una percentuale dei parlamentari è effettivamente produttivo. E’ vero che oggi una percentuale significativa dei membri del parlamento non partecipa alla maggior parte delle votazioni e non dà contributi nelle commissioni o nella formazione delle leggi. Questo è un grosso problema, ovviamente, e sarebbe urgente porvi rimedio. Ma cosa mi induce a pensare che un taglio lineare del numero dei parlamentari cambierà questa percentuale? Ho l’impressione che questa percentuale sia legata alla scarsa qualità della selezione, sia da parte delle segreterie di partito, sia da parte degli elettori, del personale eletto in Parlamento. In questa riforma non c’è nulla che modifichi o induca a modificare questa capacità di selezione, mi aspetto quindi che suppergiù la stessa percentuale di parlamentari scansafatiche ci sarà nel nuovo Parlamento “ridotto”, con la differenza che sarà ridotto anche il numero di parlamentari produttivi e minore sarà quindi la contribuzione all’efficienza legislativa del paese. Il risultato potrebbe essere un parlamento che produce meno leggi, o produce leggi peggiori perché ha meno tempo e meno forza lavoro per riuscire ad ottenere un risultato di qualità più elevata. E’ un rischio che ci possiamo permettere? Non direi… Ogni volta che sento parlare in Italia di arretratezza del corpus legislativo, sento dire che ci sono meravigliose riforme che “languono da anni nelle commissioni parlamentari” e quindi vogliamo rischiare che gli anni diventino decenni? Non mi solleva del resto apprendere che altrove il numero di parlamentari è inferiore. Bravi loro che riescono evidentemente ad organizzare meglio il loro parlamento. Il giorno in cui il nostro parlamento cesserà di essere un freno per lo sviluppo del paese ci potremo preoccupare di ridurne la dimensione, oggi non mi pare decisamente un momento adatto.
I miei ovviamente sono solo dubbi, forse fondati forse no. Ma prima di affidare il futuro del mio paese all’alea di rischi fuori controllo, preferisco aver fugato tali dubbi ed i proponenti del referendum, dal mio punto di vista, hanno fallito miseramente.

Chi l’avrebbe mai detto?

italia-covid.jpegUna delle frasi che più volte ho sentito ripetere in questi mesi di lockdown è proprio “Chi l’avrebbe mai detto?”. Simboleggia lo spaesamento che ha colto la maggior parte di noi, sicuramente almeno delle persone che conosco, di fronte all’emergenza e alla tragedia che ha colto il nostro mondo in questi giorni. Chi l’avrebbe mai detto che la nostra società, così lanciata, nonostante qualche inciampo, verso battaglie epocali: il cambiamento climatico, il sollevamento di una parte del mondo dalla povertà, il progressivo allungamento delle nostre vite, si sarebbe improvvisamente fermata a causa di un piccolo e insignificante nemico, “Poco più di influenza”. Non è stato quindi soltanto il rischio per la nostra vita e per quello delle persone a noi care, un rischio generalizzato e diffuso che chi, come me, non ha vissuto una guerra non può conoscere. Quello che averci più sembra sconcertato è l’improvvisa sospensione delle nostre vite, dei nostri ritmi, del nostro quotidiano, tutta una serie di modelli sociali che vengono meno, nella continua percezione di un nemico nascosto ed invisibile che rende imprevedibilmente rischiosa una qualunque di quelle esperienze che facevano parte dei riti sociali del nostro quotidiano fino a poche settimane orsono. Chi l’avrebbe mai detto che questi rituali, che ci sembravano parte integrante delle nostre vite, come il respiro e il battito del cuore, sarebbero diventati improvvisamente degli obiettivi irraggiungibili, che stringere una mano, uscire con gli amici, andare a visitare un museo o al cinema, sarebbero divenuti un azzardo, un potenziale rischio per noi e per gli altri.
La riflessione che tutto ciò suscita in me è sulla attitudine che l’uomo ha di percepire come essenziali elementi che essenziali non sono, di riempire la sua esistenza di elementi di senso, che siamo costretti a ridefinire ogni volta che il contesto cambia e questa volta il contesto è cambiato in modo basilare in pochissimo tempo. E questo però suscita molti altri “Chi l’avrebbe mai detto”, che anch’essi sottolineano il disagio della nostra società e di chi la guida nel trovarsi a dover ridefinire la sua rotta. Il primo “Chi l’avrebbe mai detto” è quello della sanità italiana: “Chi l’avrebbe mai detto” che ci saremmo trovati a dover ridiscutere l’evoluzione della sanità italiana da servizio pubblico a business. Non è forse un caso che la regione più colpita dalla pandemia sia proprio quella che più di ogni altro aveva visto la sua sanità espandere i propri posti letto per le operazioni più comuni e facilmente “monetizzabili” e contrarre quelli per i reparti meno redditizi come la terapia intensiva. Ma ne aggiungerei un altro: “Chi l’avrebbe mai detto” che la digitalizzazione non era un pallino di visionari neo-futuristi, ma un modo per rendere la nostra società più pronta a reagire ai cambiamenti. Quando oggi imprechiamo con la DSL di casa nostra quante volte rimpiangiamo di non avere acquistato la connessione in fibra ottica quando era in offerta? “Chi l’avrebbe mai detto” che il lavoro agile non era un scusa per dormire sul divano anziché lavorare ma per rendere più razionale la mobilità e per aiutarci a conciliare il lavoro e la famiglia? Quelli che dieci anni fa sogghignavano quando gli parlavi di lavoro da casa forse si sono accorti che sgravare il lavoratore dell’onere di affrontare il metrò, il treno pendolare o la coda in tangenziale lo rende più produttivo, e forse, se ne fossero accorti prima, oggi vivremmo in una società migliore. Ma il problema è appunto che una società migliore passa per il rendersi conto tempestivamente di cosa le impedisce di esserlo e quello che vedo oggi intorno a me è ancora una volta la difficoltà di capire che dobbiamo cambiare per potere essere pronti per le proprie sfide che il destino cinico e baro ci proporrà, che la storia non è finita, che il tempo avanza e macina noi e tutto ciò che ci circonda e non possiamo dormire sul passato. Eppure quello che vedo è la solita incapacità italica di avere una visione, un piano. E’ tutto un “Riapriamo?”, “Ehm, no. E’ rischioso”, “Però l’economia…”, “Ah, sì, allora riapriamo”. “Eh, però la curva dei contagi”. “E’ vero. Tutti a casa!”. “Eh, ma le aziende”. “Allora riapriamo, ma a giorni alterni e comunque di Lunedì, così non vanno al mare nel weekend!”. giuseppe_conte_official.jpgI cervellotici decreti anti-covid hanno certamente creato burocrazia addizionale e confusione, in un periodo in cui al contrario certi processi andavano snelliti.
La mia critica però non va solo al governo nazionale o ai governi regionali, ma anche a tutto l’apparato pubblico e privato. Nella scuola di mia figlia (e altre esperienze raccolte non sembrano migliori), dopo due mesi di compiti delle vacanze, siamo passati a quattro ore alla settimana di lezioni a distanza. Davvero non si poteva proprio fare di più? Sento dire: “I bambini si stancano con queste videolezioni…”. Forse ci dimentichiamo che i bambini sono nativi digitali per i quali il contatto con un dispositivo di comunicazione non è uno stress ma la normalità. Non ho mai visto mia figlia tanto carica ed entusiasta in questo periodo, come dopo un’ora di videolezione.
Ma anche nel privato le cose non vanno meglio. Sto gestendo la voltura di una serie di utenze gas e luce, in seguito alla scomparsa di mio padre, con diversi fornitori di servizio. Non ce n’è stata una che ha richiesto meno di un mese. Ho chiesto a vari artigiani dei preventivi per lavori vari. Secondo voi ce n’è stato uno che è stato puntuale? Ho dovuto chiudere un vecchio conto corrente bancario che avevo con Webank. Ho lottato per un anno e ho risolto solo quando sono riuscito ad avere il riferimento personale di una signora che ci lavorava e che mi ha permesso di disintermediare tutto l’apparato burocratico che mi aveva impedito di ottenere una cosa così semplice. Questo è quello che la pandemia avrebbe dovuto indurci a cambiare, ma al momento il cambiamento non si vede.
La principale risposta dell’opinione pubblica sembra esser stata più che altro un’isteria contro i divieti, che ricorda quella contro le tasse, gli immigrati, i vaccini eccetera. Isteria che ha dato di nuovo fiato a ciarlatani in tutte le sue sfumature sotto l’uniforme dei gilet arancioni. Non c’è da stare allegri se ciò che avrebbe dovuto indurre il paese all’autocritica ha invece dato fiato ai venditori di fumo.
In definitiva non è stata tanto deludente la prima reazione alla pandemia, comprensibilmente goffa e piena di errori, ma semmai all’insegna della capacità di adattamento di cui noi italiani andiamo fieri, ma è semmai stata sconsolante la successiva apparente incapacità di accettare la necessità di cambiare paradigma organizzativo, la necessità di svoltare, di esporsi, di rischiare, di sburocratizzarsi, di semplificarsi. Non posso pensare che quando il Covid-19 sarà uscito dal nostro orizzonte ci ritroveremo di fronte alle stesse lentezze, contraddizioni, sclerosi, incapacità di pianificare. E il “Chi l’avrebbe mai detto” sarà proprio: “Chi l’avrebbe mai detto” che nemmeno una pandemia che ha ucciso un sesto dei civili morti durante la seconda guerra mondiale avrebbe posto rimedio ai difetti del nostro paese? La speranza è che, per qualche insospettata alchimia, qualcosa accada e alla fine di tutto questo ci incammineremo verso un modo diverso di concepire i nostri modelli organizzativi, e allora ci ritroveremo a dire magari: “Chi l’avrebbe mai detto che, dopo la balbettante partenza, alla fine qualche lezione l’abbiamo imparata?”.

29 maggio

allianz-stadium-bandierine.JPGSono 35 anni. Trentacinque anni sono passati da quel giorno di maggio in cui la violenza irruppe nelle vite di tutti noi, ma ci sono pochi anni che, come l’ultimo passato, hanno reso lontani quei ricordi. E’ successo perché per la prima volta da tanti anni ho la percezione che il tifo ultrà, che negli anni era ormai indistinguibile dal tributo di violenza, di sopraffazione, di ricatto che si portava dietro, sia diventato una componente periferica del mondo del calcio. Da tempo ormai immemorabile gli ultrà tacciono allo Juventus Stadium, mescolando in modo ambiguo la giustificata contestazione con il caro-prezzi (quello sì, un grosso problema) a quella per i “fratelli” ultrà denunciati dalla società. Eppure la Juventus è andata avanti a regalare spettacolo ed entusiasmo agli amanti del calcio e francamente è sempre più difficile accorgersi della differenza. Sì, non ci sono i grandi striscioni e gli effetti speciali di un tempo, ma c’è il clima festosto e entusiasta di sempre (almeno prima che il Covid-19 fermasse tutto) e l’assenza degli ultrà è divenuta pressoché inavvertibile. Non c’erano grossi dubbi che il calcio potesse fare a meno della violenza, dello scontro, degli insulti e delle minacce eppure spesso non crediamo a ciò che è prevedibile finché non lo vediamo con i nostri occhi. Finalmente quest’anno lo abbiamo visto e auguriamoci che tutto il calcio, non solo la Juventus, ne tragga le conseguenze.

Detto questo, ricordo ancora una volta quanto accaduto 35 anni fa.

Ore 16: dopo una breve gita ad Anversa, l’autobus ci riporta in albergo a Mechelen. Carichiamo quelli che erano rimasti lì e partiamo verso lo stadio. Sul pullman ci vengono dati i biglietti della partita. Faccio notare a mio padre una stranezza: il settore indicato sembrerebbbe posizionato nella stessa curva nella quale i giornali collocavano i tifosi inglesi. Probabilmente i giornali sbagliavano…
Ore 17: arriviamo allo Stadio. Non sembra di essere nel Nord Europa. Lo stadio è una struttura fatiscente, scalcinata e arrugginita. Il recinto esterno è costituito da un reticolato ossidato e bucherellato ovunque e la zona interna al recinto è piena di erbacce, come fosse abbandonata da anni. Non c’è nemmeno un cartello ad indicarci il settore e solo seguendo il flusso di chi si era informato col passaparola arriviamo di fronte ad un ingresso sul quale si intuisce che un tempo vi fosse scritto: “Settore X-Y-Z”. In breve siamo dentro ma c’è qualcosa che non va: attorno a noi ci sono troppe facce e bandiere inglesi per tranquillizzarci. Capiamo che il nostro settore non è quello ma bensì quello al di là della rete da pollaio che divide in due la curva. I più rapidi scavalcano la rete. Diceva De Andrè: “Si sa che gli sbirri e i carabinieri spesso al loro dovere vengono meno” aggiungerei io “tranne che quando sarebbe opportuno farlo” e infatti una gendarme belga, dotata di cane al seguito, dimostrando un quoziente intellettivo rasoterra, blocca tutti gli altri votandoci al linciaggio. Mio padre nel suo discreto francese spiega alla gendarme la situazione: che cioè non ci è più possibile rientrare perché ci hanno già strappato i biglietti e che non ci è nemmeno possibile vedere la partita lì per ovvi motivi. La gendarme è comprensiva e simpatetica quanto un parchimetro rotto. Decidiamo di uscire comunque, avremmo poi deciso come fare. Troviamo un serpentone formatosi nel frattempo che decidiamo essere la coda del nostro settore e ci posizioniamo lì.
Ore 18.30: dopo circa un’ora di coda arriviamo all’ingresso che è una porticina larga quanto una persona. C’è una fortissima compressione, il serpentone si fa piccolo per entrare in quella porticina e alla fine si entra trascinati dalla folla. Lo strappatore di biglietti ne controlla uno ogni tanto. Io e mio padre lo ignoriamo e siamo dentro. Il settore Z è strapieno. Anche all’interno lo stadio è completamente in rovina. Le gradinate in cemento sono ovunque rotte e crepate. Siamo stipati come bestie al macello, tanto che il tizio francese o belga di fianco a me mi spintona ogni volta che si gira. Il tifo organizzato bianconero è nell’altra curva, attorno a noi famiglie, gruppi di signori di mezza età: apparentemente i gruppi delle agenzie turistiche.
Ore 19: Una comparsata delle squadre in campo ha scatenato i primi cori e la prima adrenalina. Guardiamo con crescente preoccupazione al settore inglese che sembra in ebollizione.
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Ore 19.15: Parte il primo bengala, basso, ad altezza d’uomo, per colpire. Rimaniamo sbigottiti, si levano proteste e fischi ma dopo pochi secondi parte un secondo razzo e poi un terzo e poi altri ad intervalli regolari. Non sembra più solo la stupidità di un singolo, inizia a serpeggiare la paura, ci si inizia a sentire come bersagli. Passano pochi minuti e la rete da pollaio di cui sopra viene divelta. I primi inglesi scavalcano ed attaccano il settore italiano, inizia la mattanza. Come pervasi da una follìa omicida quelli iniziano a menare fendenti a chi incontrano, a raccogliere i calcinacci che si staccano dalle gradinate ed a lanciarle sulla folla inerme, uno di quei calcinacci spacca la testa di un tizio di fianco a mio padre che quando si gira vedo macchiato del sangue di costui. La folla arretra, si crea una ressa insostenibile, mi sento comprimere il petto. Non capisco dove stiamo andando ma non c’è modo di fare scelte. Poi improvvisamente la ressa si alleggerisce, è successo qualcosa, non so che cosa. Gli inglesi sono sempre là anche se pare che l’assalto si sia fermato, ma mi accorgo che qualcuno ha superato le transenne per cercare salvezza nel campo di gioco dove è accolto con il manganello da altri gendarmi che il destino non ha dotato di facoltà intellettive. Penso ci sia modo di seguirli, urlo a mio padre che si può scendere e scendo di qualche gradino verso il basso. No…… Rimango impietrito, attonito. Davanti a me c’è una distesa di corpi, non ci posso credere, non ci voglio credere. Mentre piovono ancora bottigliette un ragazzo sta facendo il massaggio cardiaco ad un ragazza. Vorrei piangere, vorrei urlare, vorrei fare qualcosa ma è dannatamente troppo tardi. Digrigno i denti. “Vorrei ammazzarli tutti quei cazzo di inglesi, ammazzarli tutti, cazzzo!!!”. Puoi leggere e guardare tutto ciò che vuoi sulla guerra ma solo quando ci affondi dentro, solo quando vedi accanto a te dei corpi cadere, capisci quando è facile reagire alla violenza con violenza, quanto è facile farsi trascinare nella spirale. Dalle mie spalle sento la voce di mio padre. “C’è l’uscita, c’è l’uscita. E’ libera”. Quella porticina, da cui pochi minuti prima erano entrate le persone che erano lì distese, adesso è là, libera, non c’è nessun maledetto inglese tra noi ed essa. Urlo a mio padre: “E’ morta della gente. E’ morta”. Mio padre mi trascina via, sento che qualcuno dietro di noi è stato ancora colpito da qualcosa. Imbocchiamo la porticina, siamo fuori. Fuori però c’è ancora il recinto e l’uscita è davanti al settore inglese, ma fortunatamente quella vecchia recinzione arrugginita è piena di buche, forziamo una di quelle e siamo fuori. Andando verso il parcheggio degli autobus incontriamo una famiglia inglese, padre, madre e figlio. Ho una rabbia folle dentro di me che non riesco a controllare e la faccia mi si contrae in una smorfia che da quel giorno accompagna tutti i miei momenti di grande rabbia. Il bambino mi guarda spaventato. Chissà se quel bambino si è mai domandato perché avessi quella faccia quel giorno…
Ore 20.15: Siamo al parcheggio degli autobus e cerchiamo di capire cosa è successo, perché, come. Vediamo arrivare piano piano gli altri della comitiva. Intanto la radio e la televisione diffondono le prime notizie.
Ore 22: L’autobus si avvia verso Mechelen. Non ci sono tutti. Facciamo il conto di chi manca come chi conta i suoi caduti.
Ore 23: Arriviamo in albergo. Qualcuno accende la televisione. Stanno giocando. Guardo come fossero fantasmi gli eroi per i quali eravamo venuti fin quassù, eravamo venuti pensando a tante cose ma mai alla morte. Ricordo ancora gli occhi spiritati di Tacconi in un ricordo liquido come quello di un incubo.
Ore 24: Usciamo a mangiare qualcosa. Una signora belga, dalla finestra, in un ottimo italiano, ci esprime solidarietà. Mi commuovo. Solo e soltanto in quel momento mi sembra di essere tornato sulla terra che conoscevo.

In ricordo di
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Jaques François
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Loris Messore
Gianni Mastrolaco
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Amedeo Giuseppe Spolaore
Mario Spanu
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni

E il capro espiatorio è…. l’Europa!

europa-e-covid-19.jpegNegli ultimi giorni la crisi del Covid-19 ha rimesso sul banco degli imputati un capro espiatorio buono per tutte le stagioni, l’Europa. In pochi giorni due dichiarazioni di altrettanti leader delle istituzioni europee hanno suscitato un vespaio di polemiche e non solo i sovranisti di professione ma anche chi non lo è di solito è salito sulle barricate contro l’Europa, accusata di essere “egoista”. La prima dichiarazione è stata una uscita un po’ troppo prudente di Christine Lagarde, da poco alla guida della BCE, che ha messo i puntini sulle i rispetto all’intenzione della BCE di venire in soccorso dei paesi che si indebiteranno per far fronte all’emergenza, dichiarazione prudenziale che poi è stata circostanziata e chiarita. La seconda è stata una dichiarazione altrettanto prudente della Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen che, di fronte agli appelli agli Eurobond, ha chiarito che “Il termine corona bond è attualmente uno slogan. Dietro ad essa c’è la questione più grande delle garanzie. E qui le riserve in Germania, ma anche in altri Paesi, sono giustificate“, che personalmente leggo come “Bisogna capire di cosa stiamo parlando perché il diavolo è nei dettagli” ed infatti poco dopo anche qui è arrivata la precisazione che la dichiarazione non intendeva escludere la possibilità, ma solo specificare perché è necessario intavolare un negoziato per arrivare ad una simile soluzione. Sarebbe stato tutto chiaro e tutto sistemato non fosse per il fatto che, nell’affannosa ricerca di un capro espiatorio una parte dell’opinione pubblica italiana l’ha trovato, come già spesso in passato, nell’Europa. E allora ecco uno scatenarsi di attacchi feroci contro i personaggi in questione e le istituzioni europee in generale. Ecco riapparire il sovranista dal volto umano Frattini che in un lungo comizio a SkyTG24 lancia le sue invettive contro l’Europa. Ma anche quando a parlare sono gli europeisti il messaggio viene distorto, è il caso del deputato francese europeista Raphael Glucksmann che in un’intervista apparsa sul Corriere della Sera dice cose illuminanti come: “Non si può più restare a metà strada. L’Unione Europea esiste oggi quanto basta per prendersi le colpe quando non affronta i problemi. A ogni crisi i singoli governi si riprendono i poteri. Con i risultati che stiamo vedendo“. Peccato che il titolo sia: “Ho vergogna per quest’Europa avara con l’Italia anche a parole“. Non poteva mancare il solito sindaco che, anche in una situazione drammatica come questa, usa la sua carica per mettere in scena pagliacciate buone ad ottenere visibilità. Insomma, è difficile dire il motivo ma sembra che il sovranismo si stia diffondendo più velocemente del Covid-19 nel nostro sistema mediatico. In questo difficile frangente il vicepresidente della Commissione Europea Dombrovskis ha trovato opportuno scrivere un articolo sul tema (pubblicato dal Sole 24 ore) sottolineando quello che l’Europa può fare e farà per coordinare gli sforzi dei 27 stati contro il virus. E tuttavia la maggior parte dei media ci parlano invece dei medici cubani, dei militari russi, degli infermieri cinesi (guardacaso tre paesi con un apparato di propaganda ben strutturato).
Non c’è nulla di nuovo in tutto ciò, sappiamo che il sovranismo si alimenta di un sistema informativo che dà risonanza ai suoi slogan più che ai fatti ma è uno dei tanti scogli che l’unione politica dell’Europa deve superare; è però chiaro che i movimenti di crisi sono quelli in cui più le persone si fanno trascinare dalla propria emotività ed il fatto che Orban abbia scelto questo momento per attuare l’attacco finale contro la democrazia in Ungheria ne è la conferma. Però se talvolta questa emotività genera passi indietro ferali altre volte è la premessa per passi avanti imprevedibili. Il fatto che anche in questo caso gli stati nazionali si siano palesementi dimostrati inadeguati ad affrontare in modo adeguato un’emergenza globale non può che rappresentare, in chi ancora ragioni, una molla per dare all’Europa la leva che abbiamo urgente bisogno abbia. In questo senso credo che i convinti europeisti abbiano una grande occasione per far sentire la propria voce e per fare dei passi avanti nell’edificazione di un’unione politica, sulle macerie della pandemia. Non aspettiamo che anche la prossima crisi travolga un continente diviso che procede in ordine sparso. Il momento per fare dei decisi passi avanti sulla strada della costruzione di istituzioni europee, finalmente in grado di affrontare in modo congiunto le prossime crisi, è adesso.

Show must go on

juve-inter-porte-chiuse.jpgDomenica sera si è svolta allo Juventus Stadium di Torino l’incontro tra Juventus e Inter, una partita che forse passerà alla storia per vari motivi. Non è la prima volta che un incontro di campionato si gioca a porte chiuse ma mia uno così importante, credo sia la prima che ciò accade per un’emergenza sanitaria. Ma sono soprattutto le circostanze che hanno reso questo evento così singolare, così come le polemiche che ne hanno accompagnato la vigilia. Essì, perché l’idea che di fronte ad un paese in cui la gente fugge dalle città per paura del virus, in città sotto coprifuoco, centinaia di persone (poche rispetto alle migliaia che avrebbero potuto essere, ma comunque tante) si ritrovino per celebrare il rito della partita di calcio sembra surreale, quasi una sceneggiatura di un film di Cronenberg, eppure è accaduto davvero. E non è accaduto, si badi bene, per ignavia, per difficoltà decisionale, per motivi di ordine pubblico. No. E’ accaduto perché un esercito di dirigenti, giornalisti e altri addetti ai lavori, in una delle settimane che giudico più folli della storia del calcio italiano, mentre centinaia di persone lottavano per la propria vita nei reparti di terapia intensiva degli ospedali del Nord Italia, si sono stracciate le vesti, in nome della presunta e soggettivissima “regolarità del campionato“. E così questa e altre partite si sono giocate “a tutti i costi” all’insegna del più insensato “Show must go on” e nelle ore in cui chi va a fare la spesa fuori dal proprio comune di residenza viene guardato con sospetto, circa 500 persone si sono riunite allo Juventus Stadium per le smanie dell’esercito di cui sopra. Smanie che purtroppo hanno confermato la propria assurdità quando, l’altro ieri, si è scoperto che Daniele Rugani è positivo al Corona Virus (e domenica non lo era) e non è improbabile che abbia contagiato in quelle ore chissà quanti compagni, avversari, staff o che qualcuno che non sappiamo abbia contagiato lui. Come spiegheranno la follia di esporre chi era presente domenica sera allo Stadium al contagio, quelli che per giorni hanno farneticato di “Campionato falsato”? Sarà una lezione che farà capire a qualcuno che occuparsi di calcio non autorizza a vivere in una dimensione a parte, sconnessi dalla realtà? Temo di no.
Mi consola solo che il calcio, quello che si gioca, quando ha senso farlo, è parso ribellarsi, regalando agli occhi dei calciofili uno dei gol più belli degli ultimi anni a firma di chi, Paulo Dybala, ha dimostrato nei fatti di essere connesso con la realtà e che questo non impedisce di giocare magnificamente al calcio, sempre quando ha senso farlo.

Parlare di Craxi è proprio così fondamentale?

bettino_craxi-1.jpgL’uscita nelle sale del film Hammamet di Gianni Amelio ha riaperto il Vaso di Pandora delle discussioni pubbliche sulla figura di Bettino Craxi. Lo scrivo papale-papale: nonostante i miei sforzi non mi viene in mente al momento un dibattito più ozioso e inconcludente. Da una parte si vedono riesumare personaggi come Claudio Martelli. Gianni Minoli, Maria Giovanna Maglie e altri cortigiani della cerchia craxiana che ne sottolineano la stasura, il carisma, la forza morale eccetera, dall’altra i giustizialisti gonfiano il petto enumerando sentenze e processi. Mi viene solo da sbadigliare.
Per chiarire a chi ne sappia poco, Craxi è un signore che è stato a lungo (diciassette anni) leader di un partito (il Partito Socialista Italiano) che non è mai andato oltre al 15%, è stato presidente del consiglio per 4 anni e non ha fatto granché altro. Ad un certo punto è stato coinvolto in alcune vicende giudiziarie ed è diventato un simbolo della classe politica sotto processo ai tempi di Tangentopoli, anche per alcune sue uscite piuttosto ardite sul tema, come nel suo stile. Dopodiché, anziché affontare i processi e le condanne, se ne è andato a vivere in Tunisia dove ha trovato poi la morte. E allora cosa c’è di così interessante da discutere? E’ stato vittima di un errore giudiziario? Forse in parte, ma sicuramente non del tutto. Lui stesso ha ammesso a più riprese che il finanziamento illecito ai partiti era una pratica vasta e conosciuta a tutti (lui compreso). Per quanto abbia sempre sostenuto di non avere incassato soldi per sé (anche se alcune sentenze l’hanno smentito), ma solo per il partito, ciò costituisce comunque un reato. E’ stato forse un grande statista che ha salvato il paese e che poi è stato messo da parte per un errore veniale? Direi di no. Nei 4 anni in cui è stato a capo del Governo (dal 1983 al 1987) ha avuto la sua massima espressione quel sacco delle finanze pubbliche di cui ancora oggi, a 35 anni di distanza, paghiamo il prezzo. Nei quattro anni di governo Craxi rapporto tra debito e PIL aumentò quasi del 50%, passando dal 60% al 89%, per poi giungere al 115% nel 1993, con la collaborazione di governi in cui il PSI aveva un ruolo non secondario. No, non c’è traccia di risultati così esaltanti da suggerirci di perdonargli qualche “licenza”.
salvini-coppa-e-parmigiano.jpgIn definitiva stiamo parlando di un personaggio la cui esperienza di governo è stata talmente fallimentare da sentire ancora oggi il peso dei danni fatti allora, e che ha in più partecipato ad un sistema di illegalità diffusa. C’è qualche minima ragione per cui dovremmo ancora occuparcene, dividendoci tra propensi alla sua riabilitazione? Forse ce ne sarebbe uno, seppur minimo, ovvero ciò che lo ha seguito. Chiunque abbia vissuto quegli anni e ricordi la figura di Craxi e di altri protagonisti di quell’epoca non può non ricordare la dignità e il contegno che manifestavano anche i più arroganti e corrotti tra coloro che furono in auge negli anni ‘80. Non si può non notare che allora la ricerca del consenso passava per i contenuti, per le proposte politiche, per quanto talvolta astratte e fumose: Craxi e i suoi contemporanei non si sognavano di trasformare la politica in un banco del mercato in cui ogni spacconata è buona per riuscire a vendere qualche albicocca in più.
Questo è l’unico “ma” che mi sentirei di contrapporre a chi respinga ogni revisionismo su Craxi, ma è un “ma” molto piccolo, che non può, a mio avviso, minimamente far dimenticare tutto il resto e giustificare una riabilitazione che il personaggio non può meritare. Abbandonerei volentieri quindi questi fantasmi ad un passato che non merita rimpianti e mi chiederei semmai come costruire in Italia una classe politica che non assomigli né a quella di allora, né a quella di oggi.

Vincere non è l’unica cosa che conta

sala_trofei_juventus-1024x610.jpgIl 15 settembre scorso 12 capi ultrà della Juventus sono stati arrestati a Torino con varie imputazioni: associazione a delinquere, estorsione aggravata, autoriciclaggio e violenza privata. Scorrendo quando riportato dalla stampa non si scoprono cose particolarmente diverse dall’idea che ognuno di coloro i quali frequentano lo stadio non aveva già del tifo organizzato. Eppure per qualche strano motivo fino ad allora il fatto che dietro il mondo ultrà si nascondessero simili crimini era solo un’idea diffusa, confermata semmai da qualche problema che occasionalmente esponenti ultrà avevano avuto con la giustizia e da inchieste giornalistiche che nella maggior parte dei casi non avevano sollevato più che un po’ da caciara da Bar Sport. Mai si era verificata nel calcio italiano una “retata” come quella del 15 settembre. Ho l’impressione che quanto affermato dal procuratore aggiunto di Torino: “È stata importante la collaborazione della società (la Juventus) che si è resa conto che questi fenomeni vanno stroncati e ha avuto il coraggio di presentarsi alla Digos e denunciare” non sia estraneo alla novità assoluta che questo evento ha rappresentato. C’è bisogno di chiedersi perché una società con un fatturato quale quello della Juventus, con la visibilità che ha, con tutto il sostegno di cui può godere nelle istituzioni, non esiti ad andare in procura a denunciare le estorsioni di parte di un gruppuscolo di balordi? No, non ce ne dovrebbe essere bisogno, semmai bisognerebbe chiedersi perché mai non l’abbia fatto prima e perché le altre 19 società di serie A esitino ancora oggi a farlo, eppure è così. D’altronde sono passati quasi tre mesi da allora e cos’è mai successo di così grave alla Juventus, tale da giustificare questa enorme paura? Assolutamente nulla. Sì, ok, c’è lo sciopero del tifo della Curva Sud, che però dura da lungo tempo per mille motivi diversi, tanto che non è nemmeno più uno sciopero, semplicemente non c’è più il tifo organizzato. Se ne sente la mancanza? Direi di no. Il pubblico bianconero riempie lo Stadium e l’entusiasmo sembra sempre a livelli elevatissimi. Ci sono state ritorsioni? Nessuna che si sappia. Sembra che il babau ultrà si sia squagliato come neve al sole. Il timore che faceva balbettare ogni dirigente di società che venisse interpellato sui rapporti oscuri con il tifo organizzato sembra essersi dimostrato immotivato.
striscioni-rovesciati-per-protesta.jpgMagari è troppo presto per cantare vittoria e non vorrei mai che la Juventus restasse una eccezione nel panorama italiano, ma se questa fosse la prima crepa che farà crollare lo strapotere ultrà credo sia una delle vittorie più importanti della società bianconera. Contrariamente a quanto il motto bonipertiano sembra suggerire, ci sono molti altri tipi di successi che una società di calcio si può porre che non siano la vittoria sportiva e ripulire il calcio dalla piaga ultrà sarebbe per me tra i più prestigiosi.

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