Mai stati in B? Ecco perché…

mai_stati_in_b.gifMolti sanno che l’Inter, a differenza di tutte le maggiori squadre del nostro calcio, non è mai stata in Serie B. Il Milan prima (Campionato 1979-80) e la Juventus poi (Campionato 2005-06) hanno entrambe perso questa “verginità” in seguito a sentenze disciplinari, anche se il Milan ha poi replicato in seguito a retrocessione sul campo (Campionato 1981-82).
Pochi sanno però che anche l’Inter è stata molto vicina al termine del Campionato 2000-01, a fare la stessa fine. Si parla dell’epoca dello scandalo dei falsi passaporti allorché molte squadre di serie A, per aggirare il limite massimo imposto al numero di giocatori extracomunitari contemporaneamente schierati in campo, avevano naturalizzato giocatori sudamericani in gran quantità. Si scoprì poi, nel corso del Campionato 2000-01, che molti dei passaporti esibiti per testimoniare la nazionalità italiana, erano in realtà falsi: o perché materialmente falsi o perché ottenuti sulla base di false certificazioni. Tra le molte società coinvolte quasi tutte (Lazio e Roma incluse) sostennero in giudizio, con successo, la propria estraneità alla vicenda affermando piuttosto acrobaticamente che la pratica in questione era stata svolta da procuratori esterni a cui avevano semplicemente chiesto di ottenere la naturalizzazione e che questi avevano scelto di propria iniziativa di perseguire una via illegale. Non così bene sembrava esser andata all’Inter per la quale il dirigente Oriali, tuttora in forza al club nerazzurro, si era esposto in prima persona con la conseguenza di una bella condanna per ricettazione per lui e per il giocatore. Non potendo negare né il fatto, né la responsabilità diretta del club nella truffa, le conseguenze non potevano essere che l’attribuzione della partita persa all’Inter per tutti gli incontri giocati dal giocatore dell’Inter coinvolto, l’uruguaiano Alvaro Recoba. Avendo giocato il medesimo quasi tutti gli incontri di quel Campionato, per l’Inter sarebbe stato ultimo posto e retrocessione ma qualcosa successe e l’Inter fu solo multata.
Rievoco questa vecchia storia perché recentemente il giornalista Franco Ordine ha rivelato, durante una trasmissione televisiva, senza alcuna smentita da parte dell’interessato, che il Presidente della Federazione di allora, Franco Carraro, avrebbe candidamente dichiarato durante un Consiglio Federale che: “Io non mando in B Moratti che ha cacciato 600 miliardi per l’Inter“.
Che gli alti criteri di giustizia ed equità che regolano la vita pubblica sino questi mi era già abbastanza chiaro, quello che mi lascia sempre basito è come nessuno si scandalizzi mai.

22 Agosto 2010

Meglio l’ipocrisia?

cossiga_francesco.jpgProvo anch’io a spendere qualche parola su Cossiga e sulla sua figura, visto che il personaggio, che se ne parli bene o male, era comunque abbastanza affascinante da far parlare di sé. Ho trovato poche cose così interessanti come quanto scritto ieri su Il Fatto da Massimo Fini a proposito delle minacce che Cossiga avrebbe formulato all’ideologo della Lega Miglio, di fronte alla crescita del movimento, prospettando l’intenzione di rendere la vita impossibile a chi votava Lega facendo leva sulla sua carica istituzionale (all’epoca era Presidente della Repubblica). Secondo me questa è proprio la chiave di lettura del personaggio: la capacità di dire quello che gli passava per la testa, anche le cose più istituzionalmente improponibili per non dire delinquenziali, consapevole di poterla fare sempre franca; la sfrontatezza di chi conosce il potere talmente bene da sapere di poterci giocare senza bruciarsi mai troppo. Se l’è presa con tutti: magistrati, politici e uomini pubblici di ogni genere e senza apparenti limiti, raramente li attaccava nel merito di atti o comportamenti, più spesso erano semplici insulti, giusto la soddisfazione di poter dileggiare chi ti sta antipatico o intralcia i tuoi piani, senza doverne rendere conto. Qualche volta le sue esternazioni parevano inserite in una strategia, altre volte puri sfizi personali.
Recentemente si era permesso perfino di spiegare che lui, quando era Ministro dell’Interno, mandava i poliziotti infiltrati alle manifestazioni per causare gli incidenti e giustificare poi le cariche. Molti si sono scandalizzati anche allora. Ma Cossiga sapeva bene che quella parte dell’opinione pubblica che ce l’ha con i manifestanti ce l’ha con quelli che manifestano, con quello per cui manifestano e con il fatto stesso che manifestino: quelli che rompono i cassonetti, spaccano le vetrine o le teste non sono altro che dei pretesti per attaccare tutti gli altri; scoprire quindi che i pretesti fossero un falso non cambia dal punto di vista di costoro quasi nulla, anzi dà forse dei meriti a chi li ha diretti.
Cossiga si era perfino espresso sul processo di Calciopoli, non volendo perdere l’occasione offerta dalle strane incongruenze dell’inchiesta di Napoli e dalle trame di palazzo che si sono avvolte attorno alla vicenda, per attaccare uno dei suoi nemici preferiti: la magistratura.
In sostanza in una politica in cui tutto era permesso purché non se ne lasciassero tracce, ciò che davvero distingueva Cossiga era il fatto di non prestarsi a questa ipocrisia, era l’abitudine di lasciarle le tracce e anzi vantarsene pure, per questo molti lo considerano un paladino della sincerità e della spontaneità. D’altra parte Cossiga sapeva bene che questo è un paese che sa chiedere conto dei suoi atti solo ai deboli e lui debole non lo era di certo.
C’è però un dubbio che mi viene: meglio una presentabile ipocrisia o un’impresentabile sincerità? Cresce meglio un figlio che pensa che i genitori siano delle brave persone o uno che sa che sono dei mascalzoni? Cresce meglio un paese che crede che la sua classe dirigente sia composta da galantuomini o una che sa che è composta da briganti? Il problema è proprio questo: l’Italia della cosiddetta Prima Repubblica era un paese migliore di quella di oggi perché pensava, nella sua maggioranza, di essere governata da brave persone e si sentiva obbligata ad esserlo. La società dell’informazione ha contribuito a far scoprire agli italiani che chi li governa è una cricca di briganti e nell’apparente impossibilità fisiologica di rinnovare quella classe dirigente, l’effetto che ciò ha avuto è spingere gli italiani a sentirsi autorizzati ad essere briganti anche loro. Per questo l’essere sincero di Cossiga coltivava in realtà un’Italia abbruttita, un’Italia conflittuale, un’Italia senza etica e senza valori, quella che in questi anni è poi diventata maggioritaria. Era meglio un’Italia ipocrita? Forse sì…

La longevità dei furbi

Spesso le immagini che abbiamo dei popoli sono distorte da luoghi comuni e errori sedimentatisi nella nostra cultura, e non so quanto sia corretta l’immagine che è diffusa in Italia dei giapponesi. E’ certo però che dal nostro punto di osservazione li vediamo come un popolo di persone ligie alle regole e devote al bene della comunità. Ce li immaginiamo come i turisti che si fanno truffare in un ristorante davanti al Colosseo pagando senza batter ciglio il conto di 700 Euro o come il rapinatore del supermercato che si pente subito e chiede scusa alla cassiera.
E’ perciò sommamente sorprendente scoprire che tra le maglie della società giapponese si annidano quelli che noi chiamiamo comunemente furbi, dove all’aggettivo “furbi” diamo una connotazione talmente peculiare della nostra cultura che lo rende quasi intraducibile in lingue centro-europee. Con un po’ di sconcerto è stata quindi accolta anche da noi la notizia dei falsi centenari, la cui morte in realtà non è mai stata comunicata dai familiari per continuare ad incassare la loro pensione. Saremmo tentati di sentirci un po’ assolti, di dire che in fondo tutto il mondo è paese, che anche i giapponesi ingannano lo Stato, che anche loro organizzano maxitruffe e poi magari perfino che copiano agli esami. Evitiamo facili alibi: evitiamo che la tendenza delle agenzie di stampa di darci le notizie solo quando rovesciano le consuetudini e le aspettative, ci porti a stravolgere la visione che abbiamo della realtà.
Che i cacciatori di notizie riescano a trovare, tra milioni di giapponesi, qualche furbo non avvicina di un palmo il paese del Sol Levante al nostro. Questo almeno fintanto che furbi e delinquenti, da noi, continueremo a trovarceli addirittura al governo o in parlamento.

Le iene

ostaggio.jpegAvete presente la scena finale di “Le Iene” in cui la banda di balordi si mette a litigare attorno al poliziotto preso in ostaggio, mentre questo si chiede smarrito che ne sarà di lui? Credo che molti di noi vivano la situazione politica di questi giorni con la stessa angoscia di quell’ostaggio, vedendo attorno a sé una classe politica che ormai ha perso qualunque decenza e autocontrollo e che si spara addosso insulti, contumelie e dossier come le pallottole del film di Tarantino, con la concreta prospettiva che alla fine rimanga sul campo solo un cumulo di cadaveri come accade nel film, per l’appunto.
Per prima cosa provo a domandarmi come nasce la situazione attuale e perché. Mi appare evidente che i semi da cui è germogliata la crisi nascono ai tempi della nascita del PdL, quando Fini prima rifiutò l’”annessione” di AN e poi la accettò nel breve volgere di poche settimane. Mi parse già allora evidente che Fini intuisse come stare nello stesso partito di Berlusconi comportava due semplici alternative: o ci si rassegna ad obbedire, o si finisce buttato fuori. Allora però il crollo del governo Prodi e la nascita del PD rese ineludibile l’alleanza con Berlusconi ed una decisione diversa avrebbe voluto probabilmente dire la sparizione politica di Fini.
silvio_berlusconi.jpgEntrato nel partito, Fini ha potuto per un po’ sfruttare la sua dote di popolarità per mantenersi defilato rispetto ai berlusconiani ortodossi, attendendo il momento più opportuno per prendere una posizione di chiaro dissenso rispetto alla linea di Berlusconi. Il momento più opportuno si è verificato allorché si sono sommati: l’indignazione per gli scandali continui in cui è stato coinvolto il governo; l’opposizione di vasta parte del paese all’assurdo DDL sulle intercettazioni; la preoccupazione interna per il calo di consensi del partito che Berlusconi nega all’opinione pubblica ma non può negare ai suoi collaboratori. Questi fattori hanno probabilmente consigliato Fini di condurre a termine l’azione di smarcamento che ha comportato l’ovvia conseguenza dell’espulsione (ovvia per come funziona il PdL). Chissà se l’intento di Fini era semplicemente quello di diventare una stampella esterna del governo Berlusconi o quello di proporsi come reale alternativa; sia come sia, pare difficile che, dopo l’operazione di sciacallaggio che Berlusconi ha fatto condurre ai suoi su Fini, questi possa poi tornare all’ovile come fedele alleato. Più probabile che formi un polo alternativo che cerchi di traghettare verso una destra alternativa al populismo di Berlusconi, destra alternativa che sarebbe però ben poco credibile per chi vota a destra se, come primo atto, si alleasse alla sinistra. Un parte della sinistra nel frattempo si attacca alla calcolatrice e ai sondaggi per fare i conti che la portino al 51%, senza ricordarsi che l’ha già fatto nel 2006, imbarcando nani e ballerine per vincere le elezioni, con i risultati che ricordiamo. L’altra parte della sinistra sventola il vessillo di Vendola che pare però poco attrezzato per vincere le elezioni, mentre Di Pietro sembra più confuso del solito, preoccupato di star fuori da una grande coalizione ma anche che tutto questo gran parlare di legalità da parte di Fini non gli sottragga la sua esclusiva sul tema.
vittorio-feltri.jpgTutti giochi più o meno interessanti, ma alla fine di tutto ciò ci importa relativamente: la preoccupazione principale è per la possibilità di uscirne noi, come l’ostaggio di Le Iene, di avere al più presto un governo che, mentre il resto d’Europa si lambicca il cervello per capire come uscire dalla crisi (e qualcuno ci riesce pure), non passi le giornate a trovare modi per salvare gli amici e a silurare i nemici. Sarà quindi questa l’occasione per ribaltare il quadro politico, per uscire dalla trincea in cui il berlusconismo ci ha confinato, per dare all’Italia una destra conservatrice, una sinistra davvero progressista e una minoranza populista finalmente ai margini? Potremo sperare di uscire dal pantano in cui ci dibattiamo oggi facendo piazza pulita di chi ha occupato per fini propri le istituzioni? Riusciremo a mandare a casa chi ha prosperato su questo sistema svendendo al miglior offerente valori e professionalità?
Non dipende da Fini né da Berlusconi e nemmeno da Bersani, ma da quanto l’elettorato italiano riuscirà finalmente a dare segni di vita. L’impressione che ho è che, se ci arriveremo, sarà un processo lungo e faticoso e nel frattempo il paese farà purtroppo ancora molti passi indietro.
Ah, per chi non abbia visto Le Iene, l’ostaggio alla fine veniva ammazzato anche lui. Speriamo bene…

Analfabetismo di governo

Molti ricordano ancora quel manager di TIM che durante una convention spiegò alla platea sbigottita che Waterloo fu il grande capolavoro di Napoleone, suscitando ilarità e indignazione in tutta Italia. Quell’abbaglio da parte di un dirigente di una grande azienda fu oggetto di discussione per giorni, figuriamoci se questo svarione l’avesse commesso magari un docente universitario, pagato non per dirigere le vendite di una società di telecomunicazione, ma per gestire una cattedra universitaria di Storia dell’Ottocento. Il fatto invece che un Ministro della Repubblica, pagato per governare un paese, dimostri di non sapere nemmeno vagamente cosa c’è scritto nella sua Costituzione, sembra invece non scandalizzare nessuno. Stranezze dell’Italia di oggi…
angelino_alfano.jpgCosì il Ministro Alfano, d’accordo con il Ministro Maroni, ha avuto a dire che, in caso di caduta del governo: “Qualsiasi ipotesi secondo cui chi ha vinto le elezione fa l’opposizione e chi le ha perse fa il governo viola l’articolo uno della Costituzione, ovvero che la sovranità appartiene al popolo“. Premesso che il nesso logico evidenziato dal ministro è piuttosto oscuro, visto che anche l’opposizione è stata nominata dal popolo e quindi ci sarebbe secondo Alfano un popolo di Serie A e uno di Serie B. In ogni caso parrebbe proprio che il Ministro citi l’articolo 1 perché è l’unico che ha letto, ma non l’ha neanche letto tutto perché l’articolo 1 dice: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.“, già indicando che è quanto scritto di seguito a normare le modalità con cui si esercita tale sovranità e quindi con cui gli attori istituzionali possono muoversi.
Quello che segue del testo costituzionale specifica, all’articolo 88, che la decisione dello scioglimento delle Camere compete al Presidente della Repubblica (sentiti i Presidenti delle due Camere) ma non c’è nessun riferimento di nessun genere a suoi presunti obblighi in merito legati a maggioranze accettabili o meno (”Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.“). Ancora più importante è il fatto che, secondo l’articolo 67, il parlamentare non ha alcun vincolo di mandato, (”Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.“) ovvero che è libero di esercitare il suo ruolo anche laddove in ciò vìoli un presunto mandato ricevuto dagli elettori, ad esempio quello di partito. In sostanza quindi il Presidente della Repubblica non ha alcun dovere ma nemmeno diritto di basare le sue decisioni sulla suddivisione del Parlamento in partiti e su quanto questo rispecchi la suddivisione in essere al momento delle elezioni, inoltre il Presidente ha piena autonomia nel nominare il Presidente del Consiglio, ovviamente nel momento in cui costui abbia ragionevoli probabilità di ricevere la fiducia delle Camere. La legge elettorale, sulla base della quale la coalizione capeggiata da Berlusconi ha vinto le elezioni, è una legge ordinaria e questo anche per sottolineare che è solo un metodo per determinare la composizione del Parlamento, ma non ha nulla a che vedere con le procedure costituzionali che sovrintendono all’eventuale incarico di un differente governo o allo scioglimento delle Camere. C’è di più: se passasse il principio che molti nel PdL pretendono per il quale, di fronte alle dimissioni del governo, il Presidente della Repubblica sia obbligato a sciogliere le Camere, verrebbe attribuito de facto al Presidente del Consiglio il potere di scioglimento delle Camere, cosa non prevista dalla Costituzione e quindi contraria ad essa e ciò si configurerebbe come una sorta di colpo di stato.
Per carità, io non sono un costituzionalista, sono un ingegnere elettronico ed ho solo letto il testo qualche volta, ma non penso serva essere un costituzionalista per accorgersi di quanto sopra, che pure il nostro Ministro della Giustizia sembra ignorare. Così come non serve essere un luminare della storia dell’Ottocento per sapere che Napoleone a Waterloo ha, purtroppo per lui, perso…

Il rischio Vesuvio

plinio67_1888.jpgChi sostiene che il nostro governo abbia una visione troppo ottimistica e sottovaluti i rischi e le insidie che il paese è in procinto di affrontare dovrà ricredersi. Il governo non sottovaluta nemmeno emergenze ingiustamente neglette come quello della possibile eruzione del Vesuvio e dei danni che ciò potrebbe arrecare all’area di Pompei. Ha infatti motivato con il rischio di eruzione del vulcano, l’attribuzione della competenza della Protezione Civile, e quindi la possibilità di deroga a norme e procedure, dell’area di Pompei.
Qualche sempliciotto potrebbe far notare che è dal 1944 che non ci sono eruzioni significative ed è dal 79 dopo Cristo che un’eruzione non raggiunge la zona di Pompei (quella appunto che la distrusse) ma si tratta di un rischio che solo un incosciente sottovalutarebbe. Quindi ecco la dichiarazione di emergenza, che se poi per caso facilita la costruzione di un bell’albergo proprio dentro al Tempio di Iside, che male c’è? Purtroppo ci si sono messi i giudici comunisti della Corte dei Conti che hanno avuto da eccepire: ma che vorranno mai che il Vesuvio distrugga tutto?
A corollario della vicenda pare anche che il Sottosegretario Bertolaso abbia avuto a dire: “Peccato che nel 79 d.C. non ci fosse ancora la mia Protezione Civile a vigilare sul Vulcano. Plinio il Vecchio sarebbe ancora tra noi…”

Bilancio in rosso

Che ci fosse il rischio concreto che per la Juve l’annus horribilis 2010 superasse il 2006 era un sospetto che si librava nell’aria da tempo. Il campionato conclusosi in modo fallimentare aveva relegato la Juve ai preliminari di Europa League (e fare i preliminari per conquistare l’Europa League è un po’ come fare i preliminari per masturbarsi) e le prospettive erano piuttosto buie visto il gran numero di giocatori pensionandi o da rilanciare.
L’estate non sembra avere segnato un’inversione di tendenza: il mondiale ha, con il fallimento dell’Italia di Lippi, sollevato dubbi sulla scelta italianista della Juve. L’unico giocatore della rosa della Juve che si sia distinto è stato l’uruguayano Caceres che Marotta ha scelto di non riscattare considerando troppo alto il prezzo fissato (11 milioni, pare, trattabili), tranne poi valutare 15 milioni Bonucci che ai mondiali aveva fatto solo panchina. Il lungo tira e molla con Krasic, gli eterni no del Wolfsburg al presunto corteggiamento a Dzeko, ed un altro paio di nomi (Elia e Bastos) hanno costituito un esasperante tormentone ad oggi ancora senza soluzione, durante il quale i tifosi si sono lentamente resi conto che gli arrivi veri: Pepe, Martinez, Motta e Lanzafame che inizialmente erano stati scambiati per gustosi stuzzichini, hanno tutta l’aria di costituire invece l’intero, magro, pasto con cui alimentare le speranze di un rilancio. Il problema principale dell’anno passato era stato soprattutto la difesa che non solo prendeva molti gol (record negativo della storia della Juve), ma che soprattutto era incapace di difendere un vantaggio raggiunto (clamorosa la rimonta subita a Londra in Europa League dal 4-1 a 4-5). La campagna acquisti non sembra aver granché migliorato le cose: oltre al rimpiazzo di Caceres con Motta, nel quale sicuramente la Juve ci perde, le speranze sono riposte tutte nel talento di Bonucci ma la conferma dei disastrosi De Ceglie, Grygera e Grosso non lascia intravedere grandi miglioramenti.
C’è da dire che nel frattempo le prime amichevoli avevano acceso qualche barlume di speranza nei cuori del popolo bianconero segnalando un Diego in grande spolvero, apparentemente ben calato negli schemi di Delneri, a dispetto dei tanti che lo vedevano incompatibile con il gioco del nuovo allenatore; ma i pochi entusiasmi sono stati prontamente spenti dalla notizia, che pare ormai vicina all’ufficialità, della cessione di Diego stesso proprio a quello stesso Wolfsburg che non ci vuole dare Dzeko ma che ci darà forse Barzagli (l’interesse per il quale indica che evidentemente la vicenda Grosso non ha insegnato nulla ai dirigenti bianco e neri). Insomma la campagna acquisti sta consegnando la Juve ad un posizionamento da centro classifica che non può che lasciare nella più tetra amarezza chi si aspettava miracoli dalla gestione Andrea Agnelli. La reazione dei tifosi si annuncia conseguente e se già nel ritiro di Pinzolo si erano avuti segnali di disaffezione, la campagna abbonamenti, con una flessione del 22%, ha confermato che non c’è nessuna fiducia nella prossima stagione tanto che i forum, in fibrillazione, preannunciano che la tregua tra tifosi e società che aveva caratterizzato l’arrivo a Torino di Marotta sta per avere una rapida e brusca conclusione.
andrea-agnelli.jpgSe gli scenari sportivi sono così deprimenti quelli finanziari non possono essere esaltanti ed infatti è stato reso noto negli ultimi giorni, in occasione dell’approvazione del rendiconto trimestrale, che la Juve chiuderà la gestione 2009-10 con un passivo, contenuto sì, ma comunque un passivo che è preoccupante perché mette le premesse per un passivo molto più ampio nella prossima gestione, quando vi si aggiungerà una prevedibile flessione delle entrate dovuta alla mancata partecipazione alla Coppa Campioni e alla difficoltà nel rinnovo della sponsorizzazione principale che ha portato la Juve ad un accordo con la Betclic per la sponsorizzazione della sola prima maglia (la seconda maglia resta per il momento ancora senza sponsor) , caratterizzato da entrate meno che dimezzate rispetto al vecchio sponsor New Holland.
In fondo ad un tunnel di cui non si vede la fine l’unica luce è rappresentata dal nuovo stadio che ospiterà la Juve a partire dalla stagione 2011-12. La speranza è che i diritti di sfruttamento commerciale costituiscano una voce a bilancio che permetta una robusta sterzata, ma ovviamente tutto dipende dalla capacità attrattiva che lo stadio saprà esercitare su un popolo di tifosi fiaccati da anni di delusioni cocenti.
Insomma, c’è un concreto rischio che si realizzi il miracolo alla rovescia: per il quale la squadra che ha tuttora di gran lunga il più grande numero di tifosi in Italia, che è la prima per vendita di merchandising e che per 12 anni aveva imperversato nel calcio europeo, raggiungendo finali di coppa ad anni alterni, diventi una squadretta da metà classifica. Anche questo è possibile nell’Italia di oggi, diventata ormai il paese dei miracoli, alla rovescia.

Non vale, dottor Marchionne…

sergio_marchionne.jpgImmaginatevi di avere un appartamento che affittate da anni allo stesso inquilino. Ad ogni rinnovo dell’affitto voi gli chiedete degli aumenti del canone ma lui ribatte che non ce la può fare e vi propone in cambio di farvi delle piccole cose: come dare un’occhiata ai vostri figli quando non ci siete, bagnare le piante, eccetera. Dopo un po’ di tempo quel tale decide di andarsene perché ha trovato un appartamento che comunque gli va bene in cui il canone d’affitto è inferiore. Che fate? Siete piuttosto irritati anche perché avete difficoltà a tenere buoni i bambini, le piante sul balcone si stanno seccando e la casa è un disastro ma cosa gli potete dire? E’ vero che ha vissuto a lungo ad un canone inferiore al prezzo di mercato ma se gli avete concesso questo vantaggio è perché vi faceva comodo che vi tenesse a bada i bambini e bagnasse le piante. Sarebbe corretto che voi gli richiedeste, nel momento in cui se ne va, quanto ha risparmiato in canone, se l’accordo precedente era stato siglato con il reciproco consenso? Direi di no.
Molti invece, di fronte alla vertenza di Pomigliano, hanno criticato FIAT e l’atteggiamento delle istituzioni condiscendente nei confronti di Marchionne, sostenendo che FIAT ha un debito di riconoscenza nei confronti del paese che per anni gli ha concesso incentivi in cambio della pace sociale che la salute dell’azienda consentiva. Perché questo diversa interpretazione dei due scenari? Probabilmente questo accade perché facciamo sempre fatica ad accettare il fatto che un datore di lavoro, in un sistema capitalista, non è altro che un agente del mercato che stipula accordi con altri agenti tra i quali il governo, esattamente come un privato potrebbe stipularne con un altro privato e, così come un qualsiasi individuo, ha il diritto, se lo vuole, di non rinnovare l’accordo e andarsene da qualche altra parte, questo naturalmente se l’accordo stipulato non glielo impedisce. Certo, un paese potrebbe anche decidere di vietare per legge ad un soggetto imprenditoriale di trasferire settori produttivi all’estero ma naturalmente se il trasferimento all’estero non è motivato da una capriccio del soggetto ma dalla ricerca di condizioni più favorevoli, il risultato sarebbe solo di svantaggiare il soggetto locale rispetto a concorrenti stranieri che possano essere più liberi in questo senso, e si rischierebbe di entrare in un circolo vizioso che porterebbe ad ulteriori danni per il paese.
Qual è però la soluzione per evitare che tutto ciò porti ad un calo dell’occupazione? Temo non ce ne sia una facile perché l’unica idea sul tavolo è quella di prendere atto che è più economico costruire auto in Serbia o in Polonia e di provare quindi a puntare in Italia su altro genere di attività, come ad esempio, rimanendo nel settore, progettare auto piuttosto che costruirle. Purtroppo però per farlo è necessario avere più ingegneri e formarne è un processo lungo e costoso ma soprattutto improbabile in una fase nella quale il governo nazionale è tutto impegnato a vandalizzare scuola e università anziché a valorizzarle. Anche se poi domani ci ritrovassimo con un governo meno indecente dell’attuale e la nostra università riprendesse a sfornare ingegneri, resterebbe comunque il problema di come gestire il lungo transitorio e soprattutto come risolvere il problema degli operai rimasti nel frattempo a spasso, ai quali è un po’ difficile chiedere di prendersi una laurea nel frattempo.
Insomma, se avessi la soluzione mi sarei già candidato alla primarie del PD, non avendola faccio come Bersani: non mi pronuncio…

11 Agosto 2010

Il fordismo in Cina

Sull’ultimo numero dell’Economist sono apparsi un paio di articoli che descrivono l’andamento del mercato del lavoro cinese il cui contenuto riassumerei in alcuni semplici elementi:

  • l’economia del paese si sta progressivamente allargando verso le regioni occidentali, nel passato considerate rurali;
  • questo sta progressivamente esaurendo il serbatoio di manodopera a basso costo;
  • i redditi dei lavoratori stanno salendo;
  • aumentano i consumi e quindi i consumi interni stanno sempre più influenzando l’economia e le decisioni del governo;
  • le istituzioni si rendono conto dell’utilità della crescita dei redditi, per incrementare i consumi interni e proteggersi dalla crisi dell’economia mondiale, e quindi si dimostrano sempre più tolleranti nei confronti di scioperi e rivendicazioni sindacali, nel passato duramente represse, specialmente se nei confronti di aziende straniere.

Sono dinamiche che assomigliano molto a quelle che caratterizzavano lo sviluppo del mercato del lavoro in Europa e America del Nord a cavallo del diciannovesimo e ventesimo secolo e che portarono i paesi occidentali verso la democrazia e l’equità sociale. Ovviamente la Cina è diversa dall’Europa e arriva a questa fase in condizioni storiche e tecnologiche diverse ma, a parte la diversa velocità con cui tali processi svilupperanno, i risultati potrebbero essere molto simili.
Nel frattempo sembra che anche i rapporti con Taiwan si stiano fortemente rilassando e che si vada verso un’unificazione de facto sulla spinta di sinergie economiche e di conseguenti contatti personali tra abitanti dell’isola e del resto della Cina. Anche qui si nota quanto è difficile per una dittatura far convivere libertà economica e oppressione politica.

Àlice e il paese delle meraviglie

lago_alice_valchiusella_inverno.JPGL’accento nel titolo non è un refuso: il paese delle meraviglie questa volta è proprio Àlice, o meglio Àlice Superiore, comune del Canavese situato all’interno della Val Chiusella, sorto agli onori della cronaca (vedi anche qui) per un modello di sviluppo che per una volta non esclude dalla modernità i paesi lontani dai grandi centri urbani. Una serie di azioni fatte per integrare vivibilità della vita di paese, con la fruibilità dei servizi essenziali hanno dato un risultato tangibile: l’inversione di tendenza nel calo demografico costante dei paesi lontani dai grandi centri, come Àlice.
In particolare il Comune rientra nei cosiddetti patti territoriali che la Provincia di Torino ha firmato con Telecom per facilitare l’estensione a comuni “digitally divided” della connettività DSL. In un’Italia in cui ci sono capoluoghi di provincia che non hanno ancora la copertura DSL all’intero territorio urbano è significativo che ci siano amministrazioni che vedono abbastanza lungo da capire che non ci si può aspettare dal mercato che faccia ciò che è di per sé economicamente svantaggioso (questo naturalmente perché un soggetto privato non tiene in conto il ritorno in termini di benessere e non congestione dei centri urbani) né che si riproponga uno scenario nel quale il servizio telefonico sia diffuso sul territorio da una società pubblica. Nel mondo di oggi è sempre più necessario trovare soluzioni mediate tra pubblico e privato che coniughino il contenimento dei costi del privato con la universalità del servizio pubblico. E’ bello sapere che ci sono istituzioni pubbliche che non pensano solo ad intrallazzare ma anche al mondo di oggi e di domani, fossero di più

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