Il cartismo e lo stipendio dei parlamentari

johnforstchartist.jpgIl Cartismo fu un movimento che recitò un ruolo da protagonista nello sviluppo che la democrazia britannica ebbe nel XIX secolo e nell’inizio di quello successivo. Il nome viene dalla “Carta”, una lista di proposte che rappresentò il programma fondante del movimento. Tra queste proposte vi era l’istituzione di uno stipendio per i parlamentari che consentisse di svolgere l’attività parlamentare anche a chi non avesse la sufficiente disponibilità economica per potere rinunciare ad un lavoro stipendiato. Fino ad allora infatti, anche per questo motivo, la carriera politica era riservata fondamentalmente alla nobiltà. Dopo lunghe lotte, con il Parlamentary Act del 1911 (quello che tra l’altro limitò il potere della House of Lords a beneficio della House of Commons), finalmente l’attività di parlamentare divenne remunerata.
È passato più di un secolo da allora e la situazione è certamente molto cambiata nelle nostre società, ma una cosa non è cambiata. Non è cambiata la necessità di ognuno di noi di mangiare e sostenere le spese, necessarie o meno, che consentono di mantenere il proprio livello di benessere. Per questo trovo un passo indietro, nel cammino della democrazia, la proposta del M5S, di cui si è parlato nelle scorse settimane, di dimezzare lo stipendio dei parlamentari portandolo a 3000 euro. Mi si dirà che 3000 euro al mese sono uno stipendio che un cittadino medio sogna. Sì, ma è uno stipendio inferiore a quello di un qualunque dirigente della Pubblica Amministrazione e se lo Stato decide di remunerare un direttore di un Ufficio dell’Agenzia dell’Entrate meglio di un parlamentare comunica il messaggio che il primo abbia un ruolo più importante e delicato del primo. Quindi, o consideriamo i parlamentari degli schiacciatasti, la cui unica qualità può essere considerata l’onestà, oppure, se ancora attribuiamo una funzione legislativa al Parlamento, dobbiamo esigere da un parlamentare anche le capacità e le competenze necessarie a svolgere efficacemente tale funzione. È difficile pensare che tali competenze non siano remunerate molto bene sul mercato del lavoro e che molti potenziali parlamentari non si mettano una mano sul portafoglio prima di intraprendere la carriera politica. Ci sarà chi se ne rallegrerà, attendendosi che i parlamentari siano solo individui animati da uno spirito messianico. Temo di essere realista nel considerare molto più probabile che la conseguenza di ciò sarebbe il riservare il ruolo di parlamentare ad incompetenti o a persone che contano di monetizzare altrimenti il proprio ruolo.weto81477408987-678x381.jpg
Trovo abbastanza esemplificativo della totale schizofrenia in cui versa buona parte della politica italiana il fatto che chi consideri ineludibile una norma che mortificherebbe il ruolo del parlamentare stia contemporaneamente combattendo contro la riforma Boschi proprio in nome dei rischi, a parer mio molto più opinabili, che ciò determini un ridimensionamento del ruolo del Parlamento.

Foto che rappresentano un’epoca

donald-trump-goldenlift.jpgSe un giorno l’opinione pubblica occidentale rimetterà la propria rabbia al suo posto e riprenderà il controllo della propria ragione, magari si guarderà alle spalle con senso critico e allora credo che foto come questa diventeranno simbolo dell’epoca che viviamo. Due uomini politici (anche se da poco) che non esitano ad esibire la propria ricchezza, con un rapporto difficile con le tasse e con l’intenzione di farne pagare poche anche ai loro simili, che festeggiano la vittoria che il popolo ha tributato loro dentro un ascensore dorato.
Come non leggere nelle loro scomposte risate il sottotitolo: “Caro popolo, che tanto ci ami, te l’abbiamo messa nel sacco anche stavolta”?

Di chi è la colpa?

donald-trump.jpgDa lungo tempo seguo il lavoro di Alessandro Gilioli, un giornalista che ho sempre apprezzato per il suo essere riflessivo e combattivo ad un tempo; per il suo andare in direzione contraria senza farne una professione e un atto di fede. Eppure, da un po’ di tempo, sul suo blog ho iniziato a vedere pezzi che presentano toni e contenuti più adatti al beppegrillo.it. L’ultimo è uno di pochi giorni fa, nel quale presenta, pur con molti distinguo e forme dubitative, la sentenza dell’Alta Corte britannica, che rimanda al Parlamento la ratifica della decisione del Regno Unito di abbandonare l’UE, come un simbolo della progressiva sottrazione del potere decisionale dei cittadini operata dalla politica, dalla finanza, dalle lobby, eccetera.
Ora, se una sentenza emessa a lume di diritto, con lo scopo di ripristinare la centralità del Parlamento in una vicenda come quella della Brexit che aveva visto finora il Governo britannico condurre il gioco, viene presa per un atto di espropriazione della democrazia da un poveretto su facebook posso solo sorriderne, ma Gilioli no. Gilioli, e quelli come lui, fanno parte di quella categoria di individui che ha gli strumenti culturali e tecnici per spiegarci cos’è un Parlamento, cos’è la magistratura, quanto è importante che in democrazia i poteri democratici mantengano un ruolo ed una centralità nelle scelte. Se costoro abdicano alla loro funzione lusingati dal ragionare dei bufalari da social network allora non c’è più speranza. Se vince Trump, se vince la Brexit, se vincono forze politiche che esprimono un’insofferenza per i pilastri della democrazia è perché anche chi a parole sostiene quei pilastri, lo fa in realtà con scarsa convinzione e scarsa voglia di approfondire e spiegare. Quante volte ho sentito dire, nelle ultime settimane, da illustri personaggi dell’area progressista, che la vittoria di Trump è la sconfitta di un partito democratico che non ha saputo dare risposte alla “gente”? Mi sono più volte domandato come sia possibile che 
la più grande riforma sanitaria della storia degli Stati Uniti che ha consentito a 10 milioni di persone di potersi permettere una copertura sanitaria fosse caduta nel dimenticatoio anche di chi dovrebbe considerarla un trionfo. E che dire della riforma fiscale, mai accolta da un Parlamento a maggioranza repubblicana, che avrebbe aumentato il carico fiscale sui più ricchi a vantaggio dei redditi medio-bassi? Anche questa non conta nulla? Eppure la litania, sentita alla nausea, era che i due candidati erano uguali, che Hillary Clinton non era migliore di Trump, eccetera…
Come tutti i movimenti di pensiero in crescita il populismo sembra abbia contagiato anche chi non ne fa parte, portando ad un livellamento di tutto e tutti, ad un radicalismo che assimila in una massa indistinta chiunque abbia responsabilità decisionali.
obamacare.jpgQuello che è in crisi oggi non è altro che la capacità di analisi della realtà. Il contrapporre una visione analitica e razionale ai moti emotivi che agitano l’opinione pubblica, con la complicità di chi quei moti sa indirizzare per i propri fini, è la battaglia da vincere, se vogliamo salvare il sistema democratico. E’ la battaglia contro chi considera la parola intellettuale un insulto e l’intelletto un arnese superato da mettere in soffitta. E’ una battaglia per riportare l’intelletto, il pensiero, la competenza, ad essere valori fondamentali e non inutili orpelli. Non è una battaglia che si vince nelle piazze o nei plebisciti, è una battaglia che si vince nella nostra mente, e lo si fa anche continuando incessantemente a ragionare sulla realtà e non cedendo a chi ci propone letture superficiali.
Se la società occidentale è in crisi non è perché abbiamo perso tempo ad analizzare la realtà, semmai perché forse ne abbiamo speso troppo poco e purtroppo continuiamo a farlo.

Lo scandalo Apple e la società postfattuale

457px-endakenny.jpgE` passato un po di tempo dall’esplosione dello scandalo Apple ed un sondaggio diffuso nei giorni scorsi ci ha detto che il 47 % degli irlandesi sono favorevoli alla linea del governo e di Apple. E` il coronamento di una vicenda che illustra in modo esemplificativo le contraddizioni logiche da cui è afflitta la società postfattuale (neologismo molto in voga che ho deciso di adottare). Per chi si sia perso la vicenda, Apple ha creato una società fantoccio con sede in Irlanda sulla quale ha concentrato tutti i profitti delle vendite in Europa. Dopodiché, non contenta della tassazione molto bassa in Irlanda, ha negoziato con il governo irlandese aliquote molto favorevoli, rispetto alla concorrenza. Al di là dell’ovvia violazione del principio che la legge è uguale per tutti, il governo irlandese ha chiaramente fatto buon viso al trucco di Apple (di cui non può non essersi accorto), facendosi complice di un’evasione di dimensioni epocali negli altri paesi europei.
Il fatto poi che davvero i contribuenti se ne siano giovati in termini di posti di lavoro è da discutere. Se negli ultimi 10 anni Apple ha risparmiato 13 miliardi di euro, ricorderei che quello che ha dato in cambio (e solo all’Irlanda) sono 6000 posti di lavoro, ovvero 200 mila euro all’anno per ogni posto di lavoro. Certo l’Irlanda, come paese se n’è giovata (ma beninteso solo quei 6000), ma al prezzo di un danno consistente verso gli altri paesi europei. tim_cook_2009_cropped.jpg
Si tratta in realtà di qualcosa che è normale in un mondo afflitto da un insostenibile squilibrio di potere tra economia privata e istituzioni pubbliche, che porta un’organizzazione come Apple a potersi sedere al tavolo del Governo di un paese nient’affatto caraibico come l’Irlanda e spiegargli che vorrebbe non pagare le tasse, senza essere buttato fuori dalla stanza come succederebbe a qualunque contribuente. E meno male, si dovrebbe dire, che c’è l’Unione Europea che forse ha rimesso le cose al loro posto. Forse… E forse è riuscita a farlo perché Apple ha esagerato. In quanti altri casi governi nazionali devono sottostare ai ricatti di aziende di pari dimensione? Il tono sguaiatamente arrogante con il quale Apple ha commentato la vicenda, degno di un bulletto di periferia, lascia pochi dubbi sul fatto che a questi tavoli siano i governi ad arrivare col cappello in mano… vestager_520_2012-04-16.jpg
Certamente il sondaggio sopra menzionato si riferisce al parere degli irlandesi, che sono i meno danneggiati dalla vicenda, ma cosa diranno quando un’altra multinazionale sposterà i propri profitti maturati in Irlanda in un altro paese europeo sottraendolo alle casse del loro paese? Non mi pare d’altronde che nemmeno nel resto d’Europa l’indignazione abbia raggiunto livelli di guardia. Di fronte a 13 miliardi evasi ci si aspetterebbe una rivolta sociale, ci si aspetterebbero boicottaggi contro la Apple, contro l’Irlanda, richieste di dimissioni del Governo di quel paese ed invece nulla di tutto ciò. C’è quasi un certo fastidio verso l’intervento della Commissione Europea e una velata simpatia per Apple che l’ha fatta in barba all’Europa, ovvero ai suoi Stati Membri, ovvero ai loro contribuenti, ovvero a noi stessi. E alcuni di costoro magari sono gli stessi che da un lato lamentano lo strapotere delle Corporate nei confronti dei governi nazionali ma che dall’altro, quando poi si parla di un Governo Europeo, di Stati Uniti d’Europa, gridano alla perdita di sovranità. E poi tutti insieme in coda all’Apple Store a comprare l’ultimo modello dell’iPhone per poi lamentarsi dei tagli alla scuola, alla Sanità eccetera… Quanto autolesionismo c’è nella società postfattuale?

Lo strano incrocio

Bagnasco è un paese della provincia di Cuneo; si trova nell’alta valle Tanaro e lo conosco bene per le gite che ci facevo da bambino, quando passavo le estati nella casa dei Nonni della vicina Mombasiglio. Non è però delle mie vacanze fanciullesche che vorrei parlarvi ma di una caratteristica di questo paese. Quella cioè di trovarsi all’incrocio tra due strade statali: la Strada Statale 28 del Col di Nava e la Strada statale 490 del Colle del Melogno. Si tratta di due strade statali dal traffico ridotto per la maggior parte dei giorni dell’anno, ma che diventano due arterie congestionate, più della tangenziale di Milano all’ora di punta, quando la Domenica, o alla fine dei ponti, i piemontesi che si sono riversati nella vicina Riviera Ligure si mettono in movimento per fare ritorno alle proprie dimore. Succede che queste due strade, che in queste circostanze diventano chilometrici serpentoni ininterrotti di auto, si incrocino proprio nel centro storico della cittadina, in corrispondenza di un semaforo dalla frequenza ovviamente indipendente dalla mole di traffico. L’incrocio è piuttosto stretto e con poca visibilità, per questo le auto tendono a defluire piuttosto lentamente. Il risultato già lo immaginate: code di chilometri e chilometri che magicamente si risolvono non appena superato il nodo nevralgico. Siccome chi scrive è tra i piemontesi che usano riversarsi in Riviera Ligure ho avuto occasione tante volte di spendere, in compagnia di migliaia di altre auto, lunghe ore in coda a questo semaforo. Il primato assoluto fu una volta che riuscii, con la mia famiglia, a fare a passo d’uomo tutti i 25 chilometri che separano Ormea da Bagnasco e giungemmo a Torino sette ore dopo essere partiti da Arma di Taggia. Senza arrivare a quegli estremi anche nella scorsa estate ho passato più di un’ora in coda in questo ridente paese ed ho quindi pensato che fosse giunto il momento di parlarne.
incrocio-bagnasco.jpgCredo sia il momento di parlarne non per sfogare il nervosismo che ho accumulato in ore e ore di coda, ma per fare una razionalissima riflessione. Se conto infatti che il serpentone in oggetto dura più o meno dalle 12 alle 22 di ogni finesettimana o fine ponte da Giugno a Settembre, più Pasqua, 25 Aprile e Primo Maggio, posso considerare che stiamo parlando di almeno 10mila auto che attraversano in coda quel popolare semaforo, in ognuno dei 20 finesettimana “da bollino rosso”. Siccome la situazione è la stessa almeno da una ventina d’anni ne concludo che stiamo parlando di 4 milioni di auto che negli anni hanno dedicato un po’ del proprio tempo ad attendere i tempi rilassati dell’incrocio di Bagnasco. Il punto è che una soluzione che mitighi il problema c’è, ovvero una circonvallazione che eviti il centro storico di Bagnasco e una rotonda che renda più efficiente la confluenza del traffico dalle due statali. Non sono un esperto e magari sto per prendermi una grossa cantonata, ma mi pare che la vallata del Tanaro in quel punto sia abbastanza larga da rendere la cosa fattibile e viste le ridotte dimensioni del paese credo che pochi milioni di euro sarebbero sufficienti a completare il progetto. Cioè che se ognuno dei 4 milioni di automobilisti di cui sopra avesse devoluto un euro alla causa oggi avremmo la circonvallazione e il traffico sarebbe decisamente più snello e i piemontesi arriverebbero a casa prima alla Domenica sera. Questo senza contare l’utilità che l’opera potrebbe avere anche per chi quella strada la usa negli altri giorni nell’anno e per gli abitanti di Bagnasco che non si troverebbero l’inferno sotto casa ad ogni Domenica estiva.
Questo per dire che in questo strano paese, in cui non si parla che di grandi opere e di grandi iniziative: l’Expo, le Olimpiadi, il Ponte sullo Stretto (tornato recentemente alla ribalta), l’Alta Velocità, con i feddayn dei due fronti contrapposti a giurare sulla loro assoluta necessità o sulla loro totale inutilità, sembra ci si dimentichi delle piccole cose, quelle che hanno un ritorno positivo immediato, che chiunque può calcolare senza bisogno di una squadra di tecnici altamente qualificati, di fare referendum o assedi ai cantieri e che renderebbero più facile e comoda la vita a tanti di noi.

Lettera al Presidente del Consiglio da un genitore

Gentile Presidente del Consiglio,
giannini-e-la-buona-scuola.jpgchi Le scrive è uno dei tanti genitori in tutta Italia che nella settimana entrante vedranno i propri bambini varcare per la prima volta la soglia della Scuola Primaria (alias Elementare). E’ un passo fondamentale nel percorso delle nostre esistenze e ogni buon genitore non può, credo, che attenderla con qualche ansia e con il profondo desiderio che vada tutto bene e che il percorso che il proprio figlio o la propria figlia (nel mio caso) inizierà sia un percorso felice e non una corsa ad ostacoli. In vista di questo passo avevo un anno fa accolto con molto interesse i Suoi annunci sulla “Buona Scuola”. Cosa può desiderare di meglio un genitore per i propri figli che una scuola “Buona” anzi possibilmente ottima? Qualche dubbio me l’aveva lasciato invero, ma non creda che voglia tediarla su lunghe dissertazioni sui rischi della meritocrazia. Personalmente sono decisamente favorevole al merito, sarei ben contento se sulle cattedre italiane Lunedì al posto delle tanti insegnanti incapaci ci fossero le tanti insegnanti in gamba che purtroppo invece vivono ancora nella precarietà. Non mi spaventava nemmeno il fatto che il Preside avesse più poteri che in passato. Se i criteri di selezione con cui si sceglie un Preside e i meccanismi di controllo con cui si verifica il suo operato fossero tali da essere certi delle sue capacità, non avrei nulla in contrario al fatto che possa avere più potere di scelta sulle insegnanti. Però non avevo visto in quel provvedimento nessun intervento strutturale che potesse dare certezze a noi genitori e il modo in cui sono stati trattati coloro che avevano sostenuto il TFA non mi ha dato molte speranze sulle buone intenzioni in questo senso. Di fronte a questi dubbi ho però preferito sospendere il giudizio, perché in fondo ad ognuno va data una possibilità e ho atteso Lei e la sua Ministra Giannini alla prova dei fatti.
Adesso che è passato un anno e che mia figlia sta iniziando a frequentare proprio adesso la scuola italiana, vengo a scoprire cose che trovo almeno incredibili. Vengo a scoprirle, tra l’altro, solo perché mia moglie lavora nella scuola, non certo perché ce lo raccontino i media, tutti concentrati su altro. Per carità: le bombole in un auto a Parigi, un assessore indagato, una cabinovia bloccata, tutte cose che meritano qualche notizia, ma forse anche il futuro dei nostri figli è importante. Pensi che proprio nella scuola che mia figlia frequenterà ci sono ben 20 posizioni di insegnanti scoperte (no, dico: 20!) e 3 di collaboratori scolastici. E pensi che nella scuola dove lavora mia moglie su 12 insegnanti di sostegno solo 3 sono stati nominati mentre gli altri 9 posti sono ancora vacanti e le rispettive classi inizieranno quindi l’anno con comprensibili grosse difficoltà nella didattica; stessa cosa vale per i ruoli amministrativi ancora in gran parte scoperti. Tutto questo perché nel generale ritardo delle nomine, diffuso in tutta Italia (a Milano sono state fatte Venerdì 9), la provincia di Torino, nella quale risiedo, pare brillare per inefficienza, non avendo ad oggi nemmeno indicato una data in cui le nomine verranno fatte. C’è già addirittura chi vocifera che alcune delle nomine previste non si faranno proprio.
20150601_115958.jpgOra, gentile Presidente, reclutare le risorse necessarie per far partire l’anno scolastico nella sua imminenza trovo sia qualcosa di inaccettabile, di per sé una dimostrazione lampante di inefficienza da parte della scuola italiana. Ma arrivare addirittura all’inizio della scuola, senza sapere nemmeno quando si completeranno gli organici, pare davvero una farsa. Sicuramente ci saranno dei motivi, magari come nel caso della funivia del Monte Bianco si sono incrociati due cavi, ma comunicarne le ragioni, indicarne i responsabili, spiegare cosa si sta facendo per rimediare e chiedere scusa a chi ha subito i disagi per la situazione è davvero il minimo che il Ministero può fare per salvare la faccia. Se non lo farà e se la Ministra Giannini rimarrà nel suo incarico, mi permetta di ipotizzare che ciò voglia dire che il Suo concetto di Buona Scuola e il mio (e quello credo di molti come me) sono molto ma molto distanti e che per Lei impreparazione, improvvisazione e disorganizzazione non sono un problema.
Certo, forse Lei penserà che in fondo la scuola deve anche abituare i bambini a cavarsela anche nelle situazioni più difficili, a capire che nel mondo non è tutto semplice, (come qualche volta credono vivendo nell’ovattata vita familiare) a convincersi che le cose si possono fare anche nelle condizioni più ostili. La mia preoccupazione è però proprio questa: cioè che i nostri bambini credano, come molti adulti italiani, che anche nella condizione di massima improvvisazione, disorganizzazione e impreparazione le cose si riescano, alla fine, a fare lo stesso, e che in fondo organizzarsi e prepararsi è tempo perso; per scoprire invece più avanti, spesso troppo tardi, che laddove invece le cose si preparino e si organizzino, si riescono a fare in meno tempo e con meno fatica. Considerando che tempo e fatica sono risorse limitate, questo è quello che fa la differenza ed una delle cose che purtroppo relega il nostro paese in una posizione di retroguardia.
Mi permetta in definitiva di dirLe che quando Lunedì mattina lascerò mia figlia in una scuola con infrastrutture fatiscenti e per giunta senza il personale necessario, non avrò affatto la sensazione di averla lasciata in buone mani come lo slogan “Buona Scuola” poteve lasciare sperare, ma anzi in mani pessime e comprenderà che, da genitore, è una sensazione assai sgradevole.
Distinti Saluti
Alberto Capella

Il sole d’Agosto

Si sa che il sole di Agosto fa brutti scherzi. E in effetti la discussione che ha tenuto banco durante il mese d’Agosto sembra essere il frutto dell’influenza del sole, quel sole che abbronza i bagnanti, più o meno, a seconda anche di quanta porzione del proprio corpo espongono, e sembra che ci siano persone che ne espongono meno degli altri, per motivi religiosi. Secondo qualche sindaco della Costa Azzurra tutto ciò non è accettabile ed ecco che prima il sindaco di Cannes e poi altri decidono di vietare l’esposizione di “simboli religiosi” in spiaggia. La cosa tra l’altro, mirata alla proibizione del burkini, finiva in realtà col proibire le spiagge anche a preti, suore o paradossalmente anche a chi esibisse semplicemente una catenina con crocifisso sul petto. Se accade spesso che in giro per l’Europa ci siano sindaci folcloristici che emanano disposizioni strampalate, la cosa si è fatta molto più seria quando addirittura il Primo Ministro francese Valls ha deciso di prendere posizione sulla questione, sostenendo che questa disposizione era in linea con i valori della Francia. burkini.jpgProvo di seguito a ripercorrere a beneficio di Valls e di quanti si sono pronunciati sul tema le mie modestissime conoscenze di diritto.
I valori fondanti di uno Stato di Diritto corrispondono con le fondamenta del suo impianto giuridico, diversamente avremmo un grosso problema di “schizofrenia istituzionale”. Le fondamenta dell’impianto giuridico dei paesi che l’hanno ratificata è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo (che tra l’altro trae ispirazione dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino stesa nel 1789 a Parigi durante la rivoluzione) che i trattati europei hanno poi assorbito nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea a cui fa riferimento la Corte di Giustizia dell’UE, supremo organo giudicante per i paesi facenti parte dell’UE, ivi compresa la Francia e ovviamente anche l’Italia. La succitata Dichiarazione recita all’articolo 18: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.”. L’unica limitazione a tali diritti che la Dichiarazione contempla è quella enunciata nell’articolo 29, comma 2 che dice: “Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.” Mentre la Carta recita all’articolo 10, comma 1: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di cambiare religione o convinzione, così come la libertà di manifestare la propria religione o la propria convinzione individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.“. Insomma, direi che l’unico motivo per il quale si possa derogare (in Francia o in Italia) alla libertà di utilizzare capi di abbigliamento che manifestino la propria appartenenza religiosa è che ne sia arrecato danno “alla morale, all’ordine pubblico, o al benessere generale“. Escluso quindi che il burkini o simile abbigliamento possano rientrare in queste eccezioni, le fonti primarie di diritto, a cui le nostre società si ispirano, lasciano libertà ad una donna di vestirsi come vuole, in spiaggia come altrove. E allora? E allora tutto il dibattito che è seguito è stato surreale, in particolare quando si sono pronunciate alti rappresentanti politici italiani e francesi. E’ il sintomo di società europee che stanno un po’ smarrendo le basi culturali e valoriali su cui si sono costruite e che, a forza di radicalizzare tutto, stanno radicalizzando anche valori come la laicità che storicamente si è trovata più spesso semmai a combattere contro il radicalismo religioso. Chiarisco che chi scrive è cosciente che farsi il bagno completamente vestita è molto scomodo ed il fatto che alcune donne si infliggano questa scomodità è sintomo e simbolo delle limitazioni imposte alle donne dal radicalismo religioso, e chiarisco che trovo personalmente che si tratti di una pratica ripugnante. Però sono conscio che la mia personale visione del mondo sia mia e diversissima da quella di molti altri e i succitati elementi fondanti del nostro diritto sono lì per permetterci di vivere in pace anche con coloro i quali hanno costumi che consideriamo inaccettabili (sempre se non travalicano i limiti sopracitati).
naturisti.jpgTra gli abbagliati dal sole d’Agosto devo fare purtroppo rientrare anche l’ottimo (di solito) Luca Sofri che avvicina, in modo francamente acrobatico, la disposizione dei sindaci della Costa Azzurra al modo in cui trattiamo o consideriamo altre pratiche. La prima è la nudità ed il fatto che in molte società moderna vi è la proibizione del mostrare il proprio corpo nudo (che pure molti considerano comunque un atto illiberale); “Il divieto di mostrarsi nudi in spiaggia presente e assai applicato e condiviso nelle nostre società, a partire dal rispetto per le persone che possano sentirsi imbarazzate, infastidite, o addirittura minacciate dalla esposta nudità altrui. Le nostre culture hanno – con sviluppi e modificazioni continue – condiviso un’idea di limite e di “norma” in nome di una sensibilità diffusa e che è loro propria.“. La Dichiarazione dei Diritti dell’uomo appena menzionata include tra i limiti previsti alle nostre libertà per l’appunto la “morale”, che è ciò che rende tollerabile (anche se discutibile, ma non voglio andare fuori tema) la proibizione della nudità, in nome appunto di una sensibilità offesa. Difficile invece sostenere che una persona vestita offenda la “sensibilità diffusa” o che violi la “morale”, almeno quella delle nostre società europee.
Il secondo paragone è ancora più folcloristico nelle sue premesse anche se poi atterra sul fulcro del problema. “Un altro paragone è quello con la cintura di castità, paragone che pone il tema della discriminazione femminile, molto trascurato, mi pare, dai sostenitori della libertà di vestirsi e lasciar vestire come si vuole.” . In realtà la cintura di castità pare essere un falso storico ed oggi tale attrezzo è più che altro simbolo di pratiche erotiche cosiddette BDSM (più volgarmente definite sado-maso). Ma proprio le pratiche BDSM e i vari pronunciamenti giudiziali che ne hanno sempre confermato la liceità, stante che la scelta di tale pratica sia stata fatta in piena libertà, ci conferma che la autolimitazione di un diritto è lecita, e se lo è per chi si arreca dolore, lo è a maggior ragione per cose più triviali quali il costume con cui si fa il bagno.
gendarmi.jpgChe poi quel costume sia il simbolo di una cultura che deprechiamo è un punto condivisibile e invito a scrivere tutto il peggio possibile di quella cultura, ma i sistemi culturali che non ci piacciono si combattono con le idee non con i gendarmi. Combattere un sistema culturale con i gendarmi è l’anticamera dell’autoritarismo, non dimentichiamocelo. Questa è la democrazia liberale, questo è lo Stato di Diritto, questi sono i valori fondanti della nostra società. Il laicismo (con tutto l’apprezzamento che posso tributarvi), così come tutti gli altri costrutti culturali che caratterizzano la nostra società, ne sono conseguenza e vengono, giustamente, gerarchicamente dopo.

Un’assurda storia italiana

salone_libro_torino.jpgImmaginatevi cosa pensereste se scopriste che in un’altra città francese che non sia Cannes, che so, Tolone, hanno deciso di organizzare un Festival del Cinema in concorrenza con il celeberrimo rivale, così, tanto per fare un dispetto ai connazionali. Pensereste probabilmente che sono dei pazzi, che hanno del tempo e dei soldi da sprecare. Invece in Italia simili follìe sono talmente all’ordine del giorno che non ci facciamo più caso, come nella circostanza del delirante progetto di istituire un Salone del Libro a Milano concorrente del quasi trentennale Salone di Torino.  Detto così sembra folle in effetti: tra l’altro il Salone del Libro di Torino gode apparentemente di buona salute in un contesto, quello editoriale, al contrario tutt’altro che in grande spolvero. E’ vero che è in corso un’inchiesta giudiziaria per turbativa d’asta che ha colpito i vertici della Fondazione che governa il Salone; ed è vero che qualche altra polemica sui dati di affluenza gonfiati aveva avvelenato l’organizzazione, ma alla recente edizione di Maggio la presenza dei visitatori era stata, come sempre, più che abbondante, anzi in crescita rispetto agli anni passati (considerando i dati non gonfiati), confermando il Salone di Torino il secondo in Europa per numero di espositori e il terzo per affluenza, dopo il Salon du Livre di Parigi e il Buchmesse di Francoforte. Eppure pare che l’associazione italiana editori (AIE), nella persona del suo presidente Federico Motta abbia idee ben chiare in merito, e infatti ha messo recentemente ai voti la decisione di organizzare il nuovo Salone MiBook a Milano, decisione che pare in realtà fosse in attesa da mesi dell’esito delle elezioni per comunicarlo (mah….).
federicomotta.jpgHo provato a chiedermi quali possano essere le ragioni di un’azione apparentemente tanto scriteriata. Sono andato alla ricerca di tali ragioni nelle fonti ufficiali, cominciando proprio da Federico Motta che pare il grande sponsor del nuovo Salone. Costui parla a ruota libera di un progetto ma non spiega in cosa consista questo progetto e perché il Salone del Libro di Torino non possa realizzarlo. Più dettagliata la nota di Feltrinelli (che pare però fosse tra i più restii) che suona tuttavia come una lunga supercazzola. La nota comincia ancora con un riferimento ad un’assenza di progetto, senza specificare di che progetto si tratta: “E’ innegabile che il Salone di Torino è stato gestito in modo inadeguato senza una pianificazione che lo facesse crescere ma nemmeno senza la cura che consentisse all’intero comparto di sentirsi parte di un progetto.” e poi prosegue con cose che non si  possono sentire come: “Milano, dal canto suo, ha dimostrato di saper “fare le cose”, con Expo e il Salone/Fuorisalone del mobile”. Ora, di per sé stabilire che a Milano “sappiano fare le cose” citando un solo un paio di eventi mi pare ridicolo, citare l’Expo come un esempio organizzativo mi pare poi patetico. All’Expo ci sono stato l’anno scorso tre volte e ho apprezzato il lavoro splendido che è stato fatto nel progetto e nella realizzazione artistica di alcuni stand e di altre attrazioni, ma ho trovato l’organizzazione dell’Expo quanto di più dilettantesco si possa immaginare, che si faccia fare nel 2015 tre ore di coda sotto il sole fuori da uno stand, quando ci sono mille sistemi di prenotazione piuttosto semplici e ampiamente collaudati, è qualcosa al quale posso credere solo perché ne ho avuto testimonianza diretta. A modello di organizzazione perfetta di un grande evento, di nuovo non per motivazioni territoriali ma per testimonianza diretta, ho trovato semmai l’ostensione della Sindone, pur con diverse dimensioni.
Tornando però alle motivazioni dell’istituzione del Salone milanese, tirando le somme, sembra che delle motivazioni ufficiali concrete non ci siano proprio, tra l’altro le previsioni più ottimistiche parlano di un’affluenza di circa 90.000 visitatori, quindi molti di meno che a Torino. Le motivazioni reali, anche se non ufficiali, sono probabilmente, come suggerisce Il Post, da trovarsi in una di quelle guerre tra bande, triste consuetudine dell’imprenditoria nazionale, confermata dalla scissione nell’AIE che il tutto ha determinato. Il Salone del Libro di Torino era gestito infatti da una Fondazione, ente terzo che mediava tra esigenze dei grandi e piccoli editori, il nuovo Salone di Milano sarà gestito direttamente dall’AIE, associazione nella quale le grandi casi editrici sono sovrarappresentate e che potrà quindi schiacciare sotto il suo peso economico i piccoli editori.
Un’altra motivazione spesso citata è quella territoriale, ovvero il fatto che la maggior parte delle grandi case editrici hanno sede a Milano, tra cui quella fondata appunto dalla famiglia Motta (sorta alla cronache anni fa per una questione giudiziaria) e si ritiene che questo le abbia spinte ad avvicinare a sé il Salone. E’ un’ipotesi che è confermata dal fatto che la case editrici che si sono opposte (Einaudi, Lindau, Nottetempo, Fazi) hanno sede a Torino o in altre città. Parrebbe surreale che nel 2016 i centoventicinque chilometri che separano Milano da Torino elemento significativo in una decisione tanto devastante, ma il provincialismo che affligge l’imprenditoria italiana è tale da non poter escludere nemmeno che la decisione sia motivata dal voler avere il Salone a portata di mano.
dario_franceschini.jpgIn tutto questo il grande assente è, come spesso accade, il Governo. Le dichiarazioni ufficiali sono poche e scarne e certamente non tali da indirizzare la vicenda. E invece ci si aspetterebbe qualcosa di diverso, non solo perché si sta mettendo in crisi un’eccellenza italiana, ma anche perché il Salone di Torino era un’iniziativa culturale organizzata da una Fondazione legata al Ministero della Cultura. Nel nuovo Salone di Milano sembra non sia previsto invece un controllo pubblico con il prevedibile effetto di ridurne la veste culturale ed incrementarne quella commerciale, peraltro quella meno interessante tutto sommato. L’idea di fare del Salone una grande libreria con ingresso a pagamento mi parrebbe probabilmente destinata al fallimento e certamente sarebbe un danno culturale per il paese, di cui però, in questo caso, il nostro Premier, che blatera spesso di cultura, sembra non preoccuparsi.
Alla fine pare proprio che le uniche vittime di questa assurda vicenda siamo noi lettori, non tanto in quanto lettori torinesi che dovranno farsi un’ora e mezza di auto (più consuete code milanesi) per raggiungere il Salone, ma noi lettori in generale che avremo, secondo le ultime notizie, due Saloni, uno delle piccole case editrici a Torino e uno dei grandi a Milano, con il risultato di avere un quadro incompleto e frammentario. Se questo è quello che la maggioranza degli editori italiani hanno acutamente pensato per rilanciare un settore in difficoltà, credo che si capisca anche bene perché è in difficoltà.

La democrazia può commettere errori?

Sintetizzo con questo titolo le domande che sembrano aleggiare nel dibattito che si è sviluppato dopo la Brexit. Ammesso che davvero l’elettorato britannico abbia commesso un errore, come molti (me compreso) pensano, è proprio vero che questo deve portarci a fare delle considerazioni su quanto sia opportuno mettere il destino del proprio paese nelle mani di un referendum? E se la conclusione delle considerazioni fosse che non è opportuno, questo avrebbe qualcosa di contraddittorio rispetto al modello democratico in cui la stragrande maggioranza di noi (sempre me compreso) si riconosce? Come sempre, conviene ragionare non per luoghi comuni né per formule, ma riconoscendo quello che davvero è la democrazia.
democracy.jpgLa democrazia, in termini molto generali, è un modello organizzativo basato sulla risoluzione delle controversie, che in tutte le organizzazioni emergono, attraverso il valore della maggioranza e l’aggregazione della maggioranza attraverso il dibattito e il confronto. Questo vale non solo per uno Stato ma anche per organizzazioni molto più piccole e semplici quali una associazione di volontariato o un semplice gruppo di amici. Illustri studi di sociologia delle organizzazioni ci spiegano che l’organizzazione su base democratica ha come difetto la lentezza nel prendere le decisioni (ed è il motivo per cui in ambito militare, così come negli sport di squadra, l’organizzazione di tipo democratico non riscuote molto successo), ma ha come pregio la rapida circolazione delle idee che determina capacità innovativa. Essendo in grado di raccogliere il parere di tutti e non cristallizzandosi facilmente su una struttura precostituita, l’organizzazione democratica riesce a rinnovarsi più facilmente, sia in termini di persone, che di organizzazione, che di pensiero. Nella storia dell’umanità ci sono molti esempi di sistemi politici che si sono date organizzazioni di carattere democratico (non solo in Europa come invece molti credono), ma solo a partire dalla rivoluzione industriale il modello democratico è diventato progressivamente prevalente. Perché è successo? Le motivazioni sono molteplici. Molti di noi sono convinti ad esempio che la democrazia sia qualcosa di connaturato alla civiltà europea (da considerarsi ovviamente estesa all’America per evidenti ragioni storiche), magari all’influenza del messaggio cristiano che si focalizza sull’amore per il proprio prossimo che si declina, a sua volta, in una maggior predisposizione a vedere il proprio destino unito a quello degli altri. Nella realtà la storia recente dell’Asia e lo sviluppo della democrazia in realtà come quella dell’estremo oriente sembrerebbero dimostrare che la democrazia sembra andare molto d’accordo con lo sviluppo economico e industriale e dove c’è l’una c’è l’altra. La Cina rimane oggi la grande eccezione, anche se non è l’unico regime autoritario che ha avuto un grande sviluppo economico (pensiamo alla Germania nazista), ma certamente i casi contrari sono molti di più. In definitiva sembra proprio che la democrazia sia soprattutto il sistema politico che meglio si sposa con lo sviluppo economico e la conseguente crescita del livello di benessere materiale medio dei cittadini. Ovviamente in Occidente abbiamo rivestito il successo della democrazia di contenuti ideali, anche perché la nostra cultura cristiana ed il suo comunitarismo ne hanno fatto un modello portatore anche di un valore morale, ma se continua a prosperare è anche, e forse soprattutto, perché funziona.
trump-democracy.jpgMa come funziona più precisamente? Il fatto che oggi in quasi tutti i paesi del mondo si svolgano in effetti delle elezioni, ma non tutti i paesi del mondo si possano dire democratici (almeno secondo studi quali quelli del Democracy Index), ci suggerisce la possibilità che non basti che le decisioni discendano da un voto dei cittadini, per rendere un paese democratico. Questo perché la forza della democrazia è proprio il fatto di sfidare continuamente chi sta al comando, obbligandolo a dedicare i propri sforzi al bene comune e non al proprio tornaconto o al consolidamento del proprio potere, come invece avviene nelle dittature. Un paese nel quale ciò sia scoraggiato o impedito non può dirsi democratico, ma la mancanza di pressione sul potere può anche essere legata non ad una impossibilità materiale di attuarla ma ad un’assenza di informazioni sulla base del quale farlo. Di qui la necessità che alla libertà di espressione si accoppi una libertà di stampa che consenta alle persone di avere accesso all’informazione sulla realtà che le circonda: da questa poi discendono tutte le altre libertà e i diritti sanciti in varie sedi dalle democrazie moderne. In definitiva la forza della democrazia dipende proprio dalle libertà fondamentali, senza le quali la democrazia ed i suoi processi di controllo di chi ci governa non possono funzionare.
Adesso che abbiamo capito, forse, perché la democrazia ha tanto successo e perché abbiamo ragione di affezionarvici, giova ritornare alla domanda iniziale: “La democrazia può commettere errori?“, ovvero la maggioranza degli elettori può prendersi un abbaglio? Sappiamo che ognuno di noi, anche le persone più ragionevoli e informate, possono commettere errori e quindi non si vede come una maggioranza di persone possa non commetterne collettivamente. In particolare gli individui tendono a commettere più facilmente errori quando sono poco o male informati sulle possibile alternative tra cui scegliere e questo vale sicuramente per molti temi della politica, non solo per l’uscita dall’Unione Europea. Come sopra menzionato la libertà di informazione tutela la democrazia, perché permette alle persone di informarsi e sfidare quindi il potere costituito, ma se la maggioranza delle persone, pur nella piena libertà, non è informata sull’argomento, per propria pigrizia o perché trattasi di argomento che richiede competenze non a tutti accessibili, il risultato è lo stesso e non è un risultato “democratico”, nel senso che non mette in moto quei meccanismi virtuosi di cui una democrazia si giova. Se in molte democrazie, non solo in quella italiana, l’istituto del referendum è stato limitato e confinato a certi ambiti è proprio perché il rischio è di lasciare alla diretta decisione dell’elettorato temi tecnici che avrebbero richiesto una competenza molto approfondita per poter pronunciarvisi in modo opportuno e, come già detto, in assenza di una corretta informazione, la democrazia perde tutta la sua forza. Tutto questo per dire che non necessariamente la democrazia diretta è meglio o più “democratica” di quella indiretta e che lasciare decidere al “popolo”, come spesso si sente dire con espressione molto infelice in questi giorni, non è necessariamente “democratico”, perché una maggioranza non informata è molto più facilmente manipolabile di una minoranza informata. La democrazia diretta disinformata quindi non è affatto “democratica” ovvero non si giova dei vantaggi che la democrazia promette. Per questo anche in una società migliore e più informata di questa, ci saranno sempre degli ambiti di decisione di difficile accesso all’elettorato e sarà quindi comunque utile che corra un confine tra ciò che ha senso sia deciso sentendo direttamente il parere dei cittadini e ciò che invece è meglio decidano delle persone più competenti, pur comunque nominate dai cittadini stessi. E’ un po’ quello che sperimenta ognuno di noi quando, ammalatosi, decide se curarsi da solo, comprando qualche medicinale in farmacia, oppure se rivolgersi ad un dottore, pur ovviamente nella libertà di scelta tra diversi medici.
A questo punto la domanda potrebbe essere: “Sì, ma la scelta se stare nell’Unione Europea o no da che parte sta del sopracitato confine?“. Dipende naturalmente dai cittadini e da quanto si spinge la loro competenza. I britannici agli occhi di molti, anche ai miei, hanno dimostrato probabilmente che è un tema sul quale non c’è ancora una sufficiente maturità. Però dipende anche dall’obiettivo della domanda. Perché se la risposta che ci aspettiamo è una mera analisi di costi e benefici economici, è evidente che si tratta di un compito inaccessibile ai più. Se invece la risposta attiene al desiderio dei cittadini britannici di condividere il proprio destino con il resto d’Europa allora sì che è qualcosa su cui i cittadini possono pronunciarsi ma, di nuovo, quello che i sondaggi ci dicono è che chi ha votato per il Leave è in grande maggioranza costituito da persone anziane e meno istruite che, presumibilmente, sono anche quelle che hanno meno contatti con persone di altri paesi e quindi, di nuovo, meno informate su chi siano costoro ed è normale non essere disposti a condividere il proprio destino con degli sconosciuti. Non a caso molti osservatori hanno criticato la campagna del Remain per l’essersi concentrata più sui vantaggi economici che dall’adesione all’Unione Europea vengono al Regno Unito, che sulla vicinanza culturale e sociale del Regno Unito al resto d’Europa, che dia senso ad una vicinanza politica.
Questo è appunto il fulcro della questione da cui dipende la salute della democrazia nel mondo di oggi: la capacità di combattere la dicotomia di cui vive la politica contemporanea tra una parte di popolazione maggioritaria esclusa o coinvolta in modo solo superficiale dai processi culturali e informativi ed in balìa delle politica populista, che si limita a registrare gli umori del “popolo” per farne piattaforma politica, e l’altra parte, quella minoritaria, che segue invece i processi informativi e che, votata all’essere minoritaria e quindi sconfitta, si limita a manifestare disprezzo e sarcasmo per la maggioranza, chiudendosi in un’autoreferenzialità che le vale l’accusa di elitarismo. Il compito dei sostenitori del Remain sarebbe stato, così come quello in generale delle forze progressiste, di assolvere alla funzione di socializzazione della cultura politica a cui la politica tradizionale assolveva, socializzazione che non può passare attraverso l’enunciazione di formule astruse o di principi di alta economia, ma attraverso concetti accessibili senza i quali i cittadini diventano elettorato disinformato e questo sì che è profondamente anti-democratico. Il vero rischio della democrazia è quello appunto di consegnarsi ad un’accolita di venditori di fumo e, per evitare questo, è fondamentale che il resto della politica torni ad abbeverarsi soprattutto di grandi ideali e, solo in subordine, di analisi costi-benefici. Per questo temo che chi oggi pensa bene di spiegarci che non è il momento per parlare di grandi cambiamenti ma bisogna concentarsi sulle emergenze del momento dimostri di non avere capito nulla di quello che è successo e sta succedendo.

Refendum Brexit ovvero la fine dell’ambiguità

cameron.jpgMancano pochi giorni alla fatidica data nella quale la Gran Bretagna sarà chiamata a decidere sulla sua adesione all’Unione Europea. E’ un referendum che sta avendo un eco mondiale perché, per la prima volta, l’Unione Europea, uno degli attori centrali dello scacchiere mondiale, potrebbe perdere un aderente anziché aumentarli e certamente non è un aderente di secondo piano ma una delle più solide economie al mondo. Questa sua posizione ha scatenato molte preoccupazioni proprio perché il Regno Unito deve alla propria tradizionale stabilità e affidabilità una parte importante della forza del suo sistema economico e, al di là del merito, l’uscita dall’Unione Europea è giudicata da molti un “colpo di testa” alieno alla tradizione britannica. In più la posizione fortemente europeista dell’indipendentismo scozzese rischia di creare, in caso di vittoria del fronte “Brexit”, una spaccatura per la quale gli indipendentisti hanno già annunciato che chiederanno un nuovo referendum secessionista che, a questo punto, rischia di avere un esito molto diverso dal precedente. Il dibattito politico in Regno Unito sul tema è comprensibilmente piuttosto acceso. Da un lato si ritrovano gli stessi luoghi comuni sull’Europa che riscuotono una certa popolarità anche da noi, dall’altro le analisi, anche delle fonti meno europeiste, dipingono per l’eventuale uscita scenari foschi che non mancano di turbare i sonni e innervosire chi è consapevole dei rischi che il paese corre. Come è possibile però che si sia arrivati a questo? Perché una delle più grandi economie del mondo sta per andare incontro a quello che molti considerano un atto di autolesionismo di massa senza precedenti nella storia della democrazia?
Cominciamo dal chiederci che cosa l’Unione Europea rappresenti davvero. E’ solo un accordo tra Stati o è qualcosa di più? Forse dopo la Seconda Guerra Mondiale poteva rappresentare un accordo di libero scambio tra Stati assecondato dalle ambizioni di alcuni sognatori. Oggi è qualcosa di diverso perché c’è una fetta rilevante della popolazione degli stati che ne fanno parte che si ritiene cittadino più dell’Europa che del proprio paese. Sono le persone che per motivi professionali, o magari anche personali, hanno contatti continui con gli altri paesi europei e considerano una seccatura, ben più di una specificità di cui andar fiero, l’idea che in Italia e in Francia o Germania ci siano regole diverse, prassi diverse, diverse prese di corrente o unità di misura. Sono la generazione che ha fatto l’Erasmus, che lavora o ha avuto esperienze di lavoro in altri paesi dell’Unione, che magari tuttora attraversa con assiduità quei confini che qualcuno vorrebbe trasformare in barriere. Non è un caso se tra i giovani i favorevoli alla Brexit sono una chiara minoranza. Per questa generazione la possibilità che l’Europa si unifichi sotto un unico governo, abbia una politica estera, fiscale e sociale comune, non solo non preoccupa, ma è semmai auspicabile.
brexit3.jpgSiccome questa generazione rappresenta una componente trainante dei rispettivi paesi non è strano che la politica abbia a lungo assecondato le esigenze di costoro anche a dispetto dei mugugni di chi trovava inaccettabile mescolarsi con popoli contro i quali si erano combattute nel passato guerre senza quartiere. Poi qualcosa ha cominciato ad andare storto in un meccanismo socio-economico che nel passato aveva garantito benessere e non è stato difficile per alcuni attribuirlo empiricamente alla novità della crescente presenza e influenza dell’Unione Europea. Magari la crisi ha in realtà altre cause ma per trarre questa conclusione bisogna avere gli strumenti culturali e analitici per farlo e non a caso nel Regno Unito le persone con più alta scolarizzazione sono contrarie alla Brexit. In tutta Europa però ci sono molte persone che, abbeveratisi per decenni alla fonte della retorica patriottico-nazionalista, hanno conservato sempre grossi dubbi di fondo sulla opportunità di delegare un qualunque potere a persone di diversa nazionalità e quando la crisi è esplosa l’hanno attribuita all’Europa con la stessa razionalità con la quale immancabilmente il tifoso di calcio attribuisce la sconfitta all’arbitro.
Bisogna capirsi sul concetto di nazionalismo perché siamo soliti associare l’idea di nazionalismo a quella estrema delle dittature nazifasciste o, per eredità, a movimenti di estrema destra, ma in realtà a ben guardare questa è solo la manifestazione estrema di quella più moderata espressione di forte appartenenza nazionale e di valorizzazione del proprio status di nazione che, per connotarlo in modo positivo, definiamo patriottismo (la differenza di connotazione è più che altro legata ai due periodi, il glorioso periodo risorgimentale e l’oscuro periodo della prima metà del ventesimo secolo). Ogni volta che ci sentiamo dire che l’Italia è bella, è un paese meraviglioso, che bisogna essere orgogliosi di essere italiani c’è qualcosa dentro di noi che rafforza l’idea che, come italiani, siamo migliori di chi non lo è. Perfino quando ci mettiamo davanti alla televisione a tifare per la Nazionale di calcio manifestiamo un nazionalismo, ludico certo, ma sempre nazionalismo è. C’è chi ha la capacità di gestire la dissonanza cognitiva che si crea laddove qualcuno ci dica che, nonostante tutto ciò, è meglio essere governati da Juncker piuttosto che da Renzi; c’è chi non ce l’ha.
In Regno Unito, più che altrove, questa ambiguità è stata conservata gelosamente dall’establishment. Un paese, sotto certi aspetti cosmopolita come pochi, ha trovato però la sua unità proprio in un esasperato nazionalismo, una contrapposizione tra noi (sull’isola) e gli altri (sul continente) senza la quale il Regno Unito sarebbe probabilmente andato in pezzi da molto tempo, viste le storiche differenze interne che lo caratterizzano. Ma il Regno Unito è anche un paese che ha fatto della sua specificità culturale, come economica e sociale, la sua ragione di successo o almeno molti ritengono sia così. Per questo, da quando è iniziato il processo di unificazione europea, il Regno Unito ha seguito tale processo in maniera passiva se non addirittura ostativa, in una pertinace volontà di autonomia sempre contrastata della consapevolezza dei rischi di un eccessivo isolamento. E così il Regno Unito ha tenacemente esercitato un ruolo da freno del processo di integrazione continuando a concepire l’Unione Europea come un luogo dove portare e difendere le proprie istanze nazionali ma a cui delegare meno poteri possibili. Per sostenere questa posizione che, nella sua evidente ambiguità, ha sempre fatto molto comodo, l’establishment britannico non ha mai mancato di trasmettere all’opinione pubblica un diffuso scetticismo sull’Unione Europea, le sue istituzioni, il successo e l’utilità del suo operato. Neanche un anno fa il Primo Ministro inglese Cameron, sostenuto da gran parte della stampa inglese, aveva condotto una insensata battaglia perché fosse disatteso il voto delle elezioni europee e il Trattato di Lisbona e fosse scelto un Presidente di Commissione diverso da quello indicato agli elettori. La gran parte della stampa inglese, Financial Times in testa, sostenne Cameron sospingendolo verso una sconfitta sua e del paese che finì per indebolirne la capacità contrattuale. Fu tutto allora un fiorire di accuse all’Unione Europea basate su luoghi comuni tipici anche dell’anti-europeismo di casa nostra. Prima di allora, nel 2013, in fase di campagna elettorale, Cameron si era impegnato ad organizzare, in caso di vittoria, il referendum Brexit, convinto forse che i no all’Unione Europea sarebbero stati una minoranza e il fatto di averlo verificato con un referendum avrebbe placato i sostenitori dell’uscita. Cameron è poi andato con il cappello in mano a Bruxelles a implorare qualche concessione in più in cambio del suo posizionamento anti-Brexit, ottenendo briciole che ha spacciato per una grande vittoria, in nome della quale si è improvvisamente dichiarato a favore del “Remain”. La stessa improvvisa conversione è stata compiuta all’unisono dalla stampa britannica. Il Financial Times di cui sopra, feroce antieuropeista da sempre, ha scoperto improvvisamente che forse è meglio rimanere, anzi sarebbe una sciagura andarsene. Il problema è che l’opinione pubblica britannica è come un bambino a cui per anni hanno detto che Babbo Natale esiste, hai voglia in poche settimane a spiegargli che non esiste e non è mai esistito. Il fronte degli euroscettici è diventato un fiume in piena e i goffi sforzi di chi ha creato la piena per ricondurla negli argini appare tardivo e forse inutile.
uk-in-eu.jpgDa un lato è difficile pensare ad un Unione Europea senza Regno Unito, per contro è difficile pensare che un Unione Europea con questo Regno Unito possa intraprendere un cammino necessario a farne un soggetto che abbia un ruolo politico e che possa riportare il cittadino europeo al centro delle sue decisioni. Non possiamo non dimenticarci che se il processo di democratizzazione dell’Europa ha fatto solo piccoli passetti avanti in questi decenni buona parte della colpa è attribuibile alla riluttanza del Regno Unito ad accettare qualunque decisione che desse potere e centralità politica al Parlamento e alle istituzioni europee. Da sempre sostengo esattamente il contrario di quanto sostenuto dalle élite britanniche, ovvero che l’Unione Europea ha senso in quanto prospettiva di unificazione politica e culturale del continente, altrimenti un sistema economico e finanziario comune senza un controllo politico e senza un’identità culturale comune, diventa solo una fonte di instabilità politica ed economica, un’istituzione fragile e quindi in grado di andare abbastanza facilmente fuori controllo in crisi come quella che l’ha investita in questi anni. Questo significa che se il rischio corso convincerà i britannici a superare la propria ostilità verso il resto del continente ed a cambiare rotta e approccio verso la prospettiva europea, allora c’è da augurarsi convintamente che vinca il “Remain” e che da domani finalmente il Regno Unito salga a bordo di un progetto di integrazione politica. Se invece una vittoria del Remain dovesse finire per perpetuare il piede in due staffe britannico, allora forse è meglio (per noi che rimaniamo, non certo per i britannici) che vincano i “Leave” e che l’Europa si alleggerisca del peso britannico in vista del suo lungo e arduo cammino.

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