Che cosa si contesta

universita-proteste-2.jpgIn questi giorni le nostre città sono piene di giovani universitari che contestano il Decreto Gelmini. Notiziari e quotidiani si aprono con le notizie sulle ultime iniziative a sorpresa degli studenti. Qua e là si trovano anche interviste ai capi della rivolta, infarcite di slogan e luoghi comuni perché approfondire i temi è difficile anche quando si fa l’Università e il tempo libero è un po’ di più… Molti provano simpatia per questa protesta, ma ho l’impressione che spesso sia più l’ostilità nei confronti di questo governo e in particolare del Ministro Gelmini a muovere queste simpatie, rispetto all’effettiva conoscenza di ciò che sta dietro la manovra. Non tutti condividono l’ostilità verso la riforma, c’è come chi Giavazzi sul Corriere di qualche giorno fa ne parla in toni lusinghieri. Dove sta la verità? Naturalmente dovunque stia non è facile da trovare. Provo ad elencare i punti della riforma, quello che ne ho compreso e quello che ne penso.

Meritocrazia: allo scopo, almeno ufficialmente, di incentivare gli atenei all’efficacia, in termini di insegnamento e ricerca scientifica, si è un stabilito già nel 2009 che una parte del finanziamento agli atenei dipenderà dalla bontà del funzionamento dell’università calcolato sulla base di una serie di parametri. L’intento è positivo, c’è tuttavia da capire quanto saranno davvero affidabili i parametri introdotti. E’ difficile ad esempio paragonare un ateneo di orientamento scientifico con uno di orientamento umanistico, sia in termini di pubblicazioni, di progetti, che di capacità didattiche che consentano ai laureati di trovare lavoro (la peggior facoltà di ingegneria probabilmente riuscirà a collocare più facilmente nel mercato del lavoro i laureati rispetto alla miglior facoltà di filosofia). Si può anche obiettare che le facoltà dovrebbero essere più o meno selettive (tramite numero chiuso o severità negli esami) in modo da limitare il numero di laureati che entrano nel mondo lavoro in modo che non eccedano la domanda di quel certo tipo di laureato, ma francamente ho l’impressione che una pianificazione di questo genere esuli dagli scopi di una università. Altrettanto difficile è paragonare realtà territoriali diverse che offrono certamente possibilità diverse sia di attrarre finanziamenti privati, sia di consentire ai laureati di accedere rapidamente ed efficacemente ad un posto di lavoro. Su questi parametri lavorerà la neonata agenzia ANVUR. Vedremo, ma il compito è davvero improbo ed il rischio che se ne esca con risultati farseschi è elevato…

Gestione dell’università: Da una parte vi è una riduzione del periodo di mandato del Rettore ma soprattutto vi è una sottoposizione del Senato Accademico al CdA, nel quale possono entrare anche entità esterne, e quando si parla di entità esterne si pensa alle aziende. Molti salutano questa novità come l’addio dei baroni ma il punto è un altro: bisogna capire se l’università è un’istituzione che ha come missione la diffusione del sapere e lo sviluppo scientifico oppure è un laboratorio al servizio delle aziende, industriali finanziarie o culturali che siano. Il Senato Accademico aveva appunto la funzione di dare una certa autonomia al corpo dei docenti nel dettare le linee strategiche dell’università e quindi di ricondurle ad una ricerca dell’espansione del sapere. Ho l’impressione che ricondurre le università ad un modello di rimorchio delle aziende sia piuttosto riduttivo anche perché la gran parte delle espansioni del sapere nascono ancora oggi al di fuori del mondo aziendale ed il fatto che le università siano solo un laboratorio delle aziende condanna le medesime ad uno schiacciarsi sulla ricerca applicata, abbandonando ogni velleità di innovazione tecnologica radicale.

Concorsi: la riforma introduce un’abilitazione nazionale tramite esame che permetta poi di presentarsi ai concorsi locali. Questo vorrebbe impedire che ai concorsi locali si presentino candidati incapaci ma fedeli al barone locale. L’idea potrebbe anche funzionare ma il rischio è di burocratizzare un’istituzione alla quale contemporaneamente si chiede di funzionare con un’efficienza aziendale. Qui sta un po’ una generale contraddizione della stategia del governo tra il pretendere dall’università logiche di efficienza che la mettano delle condizioni di essere spronata a competere, e appesantirla però dall’altra con sistemi di controllo di cui un sistema efficiente non avrebbe bisogno. Se davvero si realizzasse la rivoluzione meritocratica di cui al punto uno non ci sarebbe poi bisogno di fare ulteriori controlli che a quel punto diventerebbero solo, per l’appunto, un appesantimento burocratico.

Precarietà dei ricercatori: Con la riforma i ricercatori smetterebbero di essere assunti a tempo indeterminato, sarebbero infatti assumibili per un tempo di tre anni prorogabili di altri tre anni una volta sola. Al termine dei sei anni o il ricercatore passa il concorso e diventa associato oppure cambia mestiere. Al di là del fatto che è sempre socialmente negativo il fatto che una certa posizione diventi precaria, bisogna anche interrogarsi su come si deve guardare all’Università come istituzione. L’università è un’istituzione che funziona (tra le altre cose) se è in grado di attrarre i cervelli migliori. Quando il sottoscritto, dopo un anno di borsa di studio, se ne andò dall’università per entrare in azienda, lo fece proprio perché aveva la franca impressione che investire tre anni della propria vita in un dottorato con un elevato rischio di non ottenere né un posizionamento professionale stabile né un’esperienza rivendibile sul mercato del lavoro esterno fosse un rischio troppo grande. L’idea che oggi gli anni di incertezza siano nove anziché tre mi pare davvero tale da sconsigliare, anche chi si contaddistingue per un coraggio che io non ebbi, di rivolgersi alla carriera universitaria. Al di là del dispiacere che si possa provare per i ricercatori è quest’aspetto, a mio parere, quello più preoccupante. Questo anche perché ho l’impressione che sia proprio questa estrema precarietà e incertezza che porta, i dottorandi oggi e i ricercatori domani, a cercarsi padrini che diano qualche rassicurazione sul proprio futuro e di conseguenza alimenta un rapporto basato più sulla raccomandazione che sull’effettivo merito.

Borse di studio: il concetto di borsa di studio, ovvero di finanziamento ai più meritevoli che siano anche bisognosi dal punto di vista economico, viene ridimensionato e sostituito dal concetto di fondo di finanziamento. Il fondo concede allo studente una sorta di mutuo per pagarsi gli studi che poi restituirà alla fine degli studi quando si presume (ma siamo poi sicuri?) guadagnerà uno stipendio. Questo punto ricorda quanto introdotto da Blair nel Regno Unito con la riforma universitaria del 2004, con una corposa differenza: la riforma di Blair prevedeva che il prestito potesse essere estinto nel caso in cui il titolo di studio non bastasse al laureato per raggiungere un significativo livello di reddito entro 25 anni, qui invece questo genere di assunzione di responsabilità dello Stato nei confronti dell’interlocutore non c’è, come nello stile della nostra politica. Ovviamente il passaggio dalla borsa al prestito viene fatto con un taglio deciso dei finanziamenti alle borse di studio e senza nessuno stanziamento al momento previsto per i fondi per i prestiti.

Tagli alle università: i tagli alle università sono in definitiva il primo motivo di contestazione. In realtà il DDL non varia molto le cose in questo ambito (se non per il punto precedente) e quindi la contestazione è più sulla politica generale del governo che sul DDL specifico. Quello che è certo è che con il DL 133/2008 il governo ha pianificato una progressiva riduzione della quota annuale del Fondo di Finanziamento Ordinario di qui al 2013 che in quel provvedimento ammontava a 1,4 miliardi di Euro. Le varie contestazioni hanno portato a qualche limatura ma il taglio rimane comunque intorno al miliardo. Questi tagli sono stati mitigati da elargizioni una tantum: la prima è la rimanenza di quella che decise l’ex-ministro Mussi con il “Patto sull’università” di 550 milioni all’anno la cui ultima tranche era prevista appunto per il 2010; l’altra è stata costituita da 400 milioni ricavati nel 2010 dallo scudo fiscale. Venendo a mancare questi complessivi 950 milioni nel 2011 Tremonti ha previsto in finanziaria 800 milioni che comunque andranno solo a ridurre ma non ad annullare il taglio. Di seguito una tabella della progressiona storica dei finanziamenti per l’università dal 2005 fino a quanto previsto per il 2013. Ovviamente per gli anni 2012 e 2013 ancora non si conoscono eventuali contributi integrativi. La tabella è espressa ovviamente in milioni ed è altamente ufficiosa perché composta da dati raccolti qua e là.

Anno 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013
FFO base 6839 6944 7133 6872 6535 6256 6058 5782 5468
Piano Mussi       550 550 550      
Scudo fiscale         400 400      
Finanziaria 2010             800    
Totale 6839 6944 7133 7422 7485 7206 6858 5782 5468


Al di là del gioco delle cifre l’idea di ridurre progressivamente gli investimenti pubblici nelle università è comunque chiara ed il fatto che la riduzione del finanziamento sia già oggi pianificato lo conferma. Siccome l’università è il luogo principale in cui si determina la competitività del mercato del lavoro di un paese e siccome questa competitività è fondamentale per la competitività generale di un paese, soprattutto in questi anni di mercato del lavoro sempre più aperto, pianificare un ridimensionamento dell’università ha conseguenze quantomeno disastrose sul paese. Non a caso, nonostante la crisi, in Francia e Germania i governi, di destra anche quelli, hanno aumentato anziché limitare i finanziamenti all’università.

Detto tutto ciò c’è una domanda che dobbiamo farci prima di esaminare questi punti ovvero: che cosa dovrebbe migliorare nell’università italiana? Quali punti dovrebbe affrontate una buona riforma dell’Università?
Si dice da decenni che l’Italia è un paese a bassa scolarizzazione universitaria e questo pare ancora oggi essere il problema fondamentale nonostante l’introduzione della laurea breve e il decentramento universitario abbia giovato (anche se ci sono voci contrarie anche su questo). Mi risulta difficile pensare che ridurre il numero di sedi universitarie, ridurre il numero di borse di studio, ridurre i finanziamenti agli atenei possa indurre più studenti ad affrontare un corso di laurea o a completarlo più rapidamente e questo indica sicuramente che la riforma di tutto si occupa meno che del problema fondamentale che non solo non risolve ma forse accentua.
Altro problema centrale è poi quello di fermare la fuga di cervelli che costa ogni anno all’Italia una fortuna: anche qui la riforma non migliora le cose ma le peggiora, peggiorando notevolmente la condizione dei ricercatori.
Infine credo ci si debba interrogare su quanto il tramonto del concetto di diritto allo studio legato sia al ridimensionamento dell’istituto delle borse di studio, sia al probabile aumento delle tasse universitarie che gli atenei disporranno per compensare i tagli. E’ vero che rimane la possibilità per i più meritevoli di studiare ma è anche vero che l’esclusione sociale dalla laurea dei meno abbienti è legata proprio al fatto che tra i meno abbienti solo i meritevoli riescono a laurearsi mentre tra i più abbienti ci riescono anche quelli che non sono proprio dei geni. Un sistema economico deve la sua forza non solo ai più meritevoli ma anche alla gran massa delle persone normali, quelli che non sono delle menti elette e che solo se aiutati riescono a raggiungere una formazione universitaria , diversamente si limitano ad una formazione secondaria. Un sistema che riesca ad includere questa gran massa all’interno della formazione universitaria è innegabilmente più competitivo di un sistema che la escluda ed anche da questo punto di vista la riforma Gelmini temo vada esattamente nella direzione sbagliata.
Complessivamente c’è da chiedersi seriamente perché una riforma così criticabile e sicuramente penalizzante per l’università viene introdotta in un paese ed in un momento in cui rilanciare la formazione universitaria dovrebbe essere una delle principali priorità. Mi viene in mente il fatto che tutte le analisi postelettorali hanno sempre evidenziato quale poco appeal esercita percentualmente il berlusconismo sui laureati. Ipotizzare che questa sia alla fine la ragione dell’attacco del governo alla scuola in tutte le sue forme mi sembrerebbe folle ma, vista l’assoluta degenerazione in cui versa la classe politica, anche la follia comincia a diventare tristemente realistica.

8 Dicembre 2010

Un solo commento. a 'Che cosa si contesta'

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  1. Marco afferma:

    Credo di averci capito qualcosa di più… grazie :). Per le cose di cui ero già a conoscenza mi ritrovo pienamente nei giudizi espressi.

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