Finalmente il complotto!

Da quando Berlusconi nel lontano 1994 è sceso in politica ha spesso denunciato complotti: complotti contro di lui, complotti con le sue televisioni, complotti contro i suoi amici. Oggi finalmente eccone forse uno vero, e forse potrebbe essere proprio l’unico dei tanti presunti complotti che ha davvero tutta l’aria di essere un complotto vero quello che affossa il navigato uomo politico e non.
vertice-italo-russo.jpgNon fraintendetemi: non dico che né Ruby né Nadia siano millantatrici, non ho molti dubbi che abbiano avuto rapporti stretti con Berlusconi o con suoi Ministri né che sia vero che lo stesso Papi si sia mosso, su istigazione di una maitresse sua amica, per far rilasciare la procace fanciulla. Dico solo che questo genere di vita Berlusconi la fa da sempre, da quando con il suo amico Dell’Utri si lamentava per un rapporto sessuale sfumato con un paio di ragazze dell’allora popolare trasmissione Drive-In. Non può non far sorgere qualche dubbio il fatto che queste storie escano fuori oggi, mentre i giornali di casa sua sfruculiano la vita privata del leader di Confindustria, nel momento in cui si sta delineando una destra alternativa a quella di Berlusconi, nel momento in cui la politica è ridotta ad una faida che si attua direttamente su giornali e tv, nel momento in cui nei sondaggi il PdL perde più o meno un punto percentuale a settimana, ma in cui, nonostante le sempre più penose sparate di Bossi, la maggioranza rimane fermamente asserragliata a Palazzo. Non credo sia un complotto da letteratura, nel senso che non credo ci sia qualcuno che trama nell’ombra: semplicemente ho l’impressione che sia caduta o stia cadendo una rete di complicità e connivenze, rete di connivenze che ha fatto sì in passato che una storia simile venisse oscurata, vedasi il caso Sanjust, e non sbattuta in prima pagina come oggi.
Mi viene però da chiedermi quale fatto nuovo abbia indotto qualcuno che in Italia ci vive dal 1994 a decidere solo oggi, nel 2010, che era il momento di far cadere Berlusconi dal trono, che era il momento di coprirne più lo stile di vita orgiastico, la dimistichezza con intrallazzi ed abusi di potere. Occupa forse di più che in passato la scena politica con le sue vicende personali? Sputtana di più che nel passato il nostro paese ogni volta che si esibisce in un contesto internazionale? Fallisce più frequentemente del passato qualunque obiettivo programmatico? Manifesta più che in passato un’assenza di progetto di qualunque genere (liberista o meno che sia)? Direi di no. E allora? La sopportazione ha superato un limite di non ritorno? Può darsi, ma forse non c’era bisogno di arrivare alla faida mediatica, agli attacchi personali a politici e industriali, per capire che c’era qualcosa di sbagliato in un governo che passa la maggior parte del tempo ad escogitare modi per non andare in galera o per dare utili alle proprie aziende.
Sergio Romano su Il Corriere di ieri spiegava che “Il Premier non si rende conto che la pubblica rivendicazione delle sue debolezze private sta divertendo il mondo, conferma i pregiudizi sugli italiani, oscura l’operato del suo governo in questi momenti difficili“. Ma di quale operato starà mai parlando? Romano inizia citando i successi nella lotta contro la criminalità organizzata. Mi piacerebbe sapere secondo Romano quale atto del governo ha facilitato il compito di chi lotta davvero contro la criminalità organizzata, magistrati e forze di polizia. Escluderei ogni leva finanziaria visto che procure e forze dell’ordine sono stati sottoposti a pesanti tagli. Forse il non essere riusciti a far passare il decreto sulle intercettazioni o il non avere mai mantenuto la promessa di riformare la legge sui pentiti sono gli unici “non-atti” con cui il governo ha contribuito alla lotta contro la criminalità organizzata. Poi si fa riferimento alla riforma universitaria come un successo, successo dal punto di vista finanziario forse ma al prezzo della semidistruzione dell’università italiana perfino in eccellenze come quelle del Politecnico di Torino (riconosciuta tale dalle classifiche MIUR), con conseguenze che in un paese con un livello basso di scolarizzazione universitaria come il nostro sono pesantissime e ci porteremo dietro, in termini di competitività della nostra economia, per almeno una diecina d’anni. Veniamo poi ai successi di Brunetta: detto che il decalogo di Brunetta ha raggiunto pochi se non nessuno dei risultati attesi e molti non saranno mai raggiunti (vedi banda larga), l’unico risultato che Brunetta realmente vanta è quello della riduzione dell’assenteismo nell’amministrazione pubblica. Premesso che i dati raccolti sono del tutto inattendibili in quanto gli enti non hanno obbligo di inviare al ministero i dati e quindi i dati sono basati su un campione non rappresentativo del totale (tipicamente gli enti virtuosi) il risultato è stato comunque conseguito riducendo la retribuzione del dipendente per il periodo in cui si assenta in malattia (in pratica gli viene corrisposto solo il trattamento fondamentale e non quello accessorio). Non è strano quindi un dipendente pubblico che abbia l’influenza o altri disturbi che non ne impediscano la mobilità preferisca recarsi lo stesso in ufficio piuttosto che stare a casa e perdere una percentuale cospiscua della sua retribuzione. Che questo possa portare ad una maggiore produttività è un’altra questione ma ovviamente interessava a Brunetta l’annuncio non il risultato concreto. Gli altri punti di cui parla Romano sono ancora più fumosi: il federalismo fiscale, l’energia, la legislazione sul lavoro, tutti punti meno che a metà del guado. Definirei poi di cattivo gusto il riferimento alla Protezione Civile, non so se si riferisca a L’Aquila, Napoli o ad altri intrallazzi che adesso mi sfuggono, ma riferirsi allo scandalo della Protezione Civile come ad un successo la dice lunga sulla visione di chi scrive.
basta.jpgSe oggi ci troviamo con un paese che vacilla ad ogni curva e con al volante un uomo malato ed incontrollabile, se oggi i poteri forti di questo paese devono cercare di escogitare un modo per scalzare il conducente, non ce la dobbiamo prendere con i tanti che, ipnotizzati dal TG5 e da Emilio Fede, lo hanno votato per 15 anni, non ce la dobbiamo prendere con quelli che, regolarmente stipendiati per farlo, hanno calpestato ogni verità, ogni decenza, ogni coerenza, pur di difendere il loro datore di lavoro. Ce la dobbiamo prendere con chi aveva gli strumenti e la libertà di azione per dirci che i rifiuti a Napoli c’erano ancora, che la privatizzazione di Alitalia è stata una vergogna, che la ricostruzione de L’Aquila non è stata un miracolo ma un’indecenza, ma non l’ha fatto. Ce la dobbiamo prendere con chi ci ha detto per anni che Berlusconi era uno come un altro, che bisognava pensare al bene del paese, con chi diceva che l’antiberlusconismo non ci porta da nessuna parte, con chi ha bacchettato chi lo criticava perché la politica è fatta di intese non di contrapposizioni (ma quando mai…), con chi ci diceva che chi intravedeva pericoli per la democrazia era un visionario che infamava l’immagine della nazione, con chi spiegava che i magistrati devono stare al loro posto, che le leggi ad personam sono leggi come altre benvenute se possono essere utili per il paese, che la concentrazione dei mezzi di informazione non era un fatto preoccupante, che la stampa internazionale ha da sempre un’antipatia profonda per il nostro paese e così via…
La miseria più profonda di questo paese sta qua, in questa categoria di giornalisti o intellettuali, ma anche di imprenditori, di politici, di notabili, che è pronta a negare l’evidenza pur di tenere il piede non in due ma in una dozzina di staffe, portando così il paese alla cancellazione di ogni senso critico verso la sua classe dirigente e di qui all’orlo al collasso e al disastro, per poi ritrovarsi a dover sfoderare entreneuse, dossier o papelli per salvare la barca in cui navigano, tutto sommato, anche loro.

5 Novembre 2010

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