La lingua dimenticata

250px-brueghel-tower-of-babel.jpgDai tempi di Johann Herder a quelli molto più recenti di Jurij Lotman, fiumi di inchiostro sono stati versati sulla centralità della lingua come elemento formante una cultura e sulla necessità di una cultura comune per la salute di una nazione. E’ quindi curioso che ci sia una nazione in fasce che lentamente nei decenni si è data una moneta, un Parlamento, una Costituzione e nella quale si parla spesso di altri passi avanti nella creazione di uno Stato nazionale e che pur tuttavia continua ad ignorare proprio il primo elemento di unità di una nazione, cioè appunto la lingua. Nell’attuale Unione Europea sono classificate come ufficiali ben 23 lingue, nessuna delle quali teoricamente è discriminata rispetto alle altre. L’1 % del bilancio dell’Unione Europea è speso per gestire questo complessissimo regime multilunguistico che prevede teoricamente la traduzione di ogni documento in ognuna delle lingue dell’Unione, il cui numero crescerà naturalmente allorché entreranno altri paesi. Nella pratica poi si è creato un gruppo di lingue dominanti nelle quali vengono redatti gli atti formali (francese, tedesco e inglese) cosa che ha già suscitato parecchi malumori da parte degli altri membri.
La presenza di lingue “dominanti” si sta estendendo al di fuori delle stanze della politica europea e la recente proposta di Barroso di un brevetto europeo prevede l’uso delle sole tre lingue in questione. I governi di paesi che parlano altri idiomi, tra cui in testa quello italiano, si sono opposti comprensibilmente a questa proposta. Se davvero il brevetto europeo fosse accettato solo in una di queste tre lingue, ciò significherebbe per un’impresa di uno di questi paesi, che voglia pubblicare brevetti, sobbarcarsi costi di traduzione che non sarebbero richiesti invece ad un’impresa di lingua madre.
La discriminazione linguistica rischierebbe poi di non influenzare solo la competitività economica ma anche i diritti democratici. Pensate quali possibilità avrebbe un politico italiano (non facciamo battute…) di competere per una carica elettiva all’interno di una futura Unione, se il faccia a faccia televisivo in campagna elettorale fosse tenuto in inglese o in tedesco. D’altra parte pensate allo stesso dibattito tradotto in simultanea da interpreti, comprensibilmente sotto una pressione incredibile, in 23 lingue diverse.
Il ministro Ronchi ha minacciato il veto sul brevetto europeo ed ha parlato di controproposte fatte dall’Italia ma in realtà non mi risulta che il governo italiano abbia una strategia complessiva alternativa sul discorso complessivo della lingua. Non è d’altra parte semplice elaborarla. Istituire una lingua europea neutrale sarebbe certamente uno sforzo titanico, indipendentemente dal fatto che sia una lingua inventata ad hoc, una lingua artificiale già esistente o una lingua cosiddetta “morta”(latino o greco antico): vorrebbe dire introdurla immediatamente come lingua obbligatoria in tutte le scuole dell’Unione Europea e obbligherebbe le aziende di tutta Europa a farla imparare ai propri dipendenti. Non è altresì praticabile però evidentemente il mantenere il costoso regime attuale in un’entità statuale europea che si possa definire tale.
Imporre una lingua dall’alto sembra a molti un atto arbitrario irrealizzabile. In realtà la storia ci dice che non è così: molte lingue nazionali nacquero dall’imposizione dall’alto di un idioma fino ad allora principalmente usato dai letterati. Non si pensi poi che alla nascita dello Stato di Israele, l’ebraico parlato dalle varie comunità in giro per il mondo fosse identico e che la lingua che si parla ora laggiù non sia stato il frutto di una standardizzazione forzata o meglio di una modernizzazione forzata dell’ebraico classico che nei secoli si era ridotto a lingua religiosa. Un caso scuola è anche quello della Namibia, paese che al raggiungimento dell’indipendenza ha dovuto scegliere tra le innumerevoli lingue native e quelle coloniali (principalmente boero e tedesco) ed ha scelto come lingua nazionale l’inglese, solo in quanto lingua del tutto neutrale, ovvero che non rappresentava la lingua madre pressoché per nessuno all’interno del paese. Ho quindi l’impressione che escludere la possibilità di introdurre in Europa una lingua ufficiale neutrale (che sia una lingua naturale moderna, una naturale antica o una artificiale poco importa) sia solo un caso di pigrizia intellettuale.
Se gli stati di lingua non dominante vogliono evitare l’egemonia culturale e (quindi economico-politica) dei franco-anglo-tedeschi non hanno quindi alternative: o si rassegnano a mettere il bastone tra ruota all’Europa di qui all’eternità (ma allora che senso hanno le professioni di fede nel progetto europeo?) o elaborano una strategia linguistica europea condivisa. Non so se davvero tale strategia sarà l’imposizione di una lingua europea o il problema si risolverà diversamente; l’importante però è chiarire un equivoco, forse il più grosso, che da anni mina ogni pilastro su cui reggere lo Stato Europeo.

23 Ottobre 2010

4 commenti a 'La lingua dimenticata'

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  1. Giuseppe afferma:

    L’Europa come stato nazionale? Non mi sembra di averne mai letto o sentito parlare. Gli europeisti piu’ convinti e piu’ “visionari” parlano di Stati Uniti d’Europa, ma mai (che io sappia) di una “nazione europea” ancorche’ in fasce…

  2. Gian Carlo afferma:

    L’analisi è molto profonda e condivisibile. Come ex-funzionario a Madrid dell’Organizzazione Mondiale del Turismo - UN, ho analizzato in un documento i costi linguistici (traduzioni e interpretazioni) delle OIG, giungendo alla constatazione che questi superano di ben lunga l’1% dichiarato. Quest’ultima cifra si riferisce solo ai costi diretti amministrativi (costi del personale) e non tiene conto nè dei costi indiretti (materiale, supporti telematici e migliaia di tonnellate di carta) nè dei costi nascosti (conferenze internazionali, progetti di assistenza ecc) che fanno parte di sottobudget operativi nei quali i costi linguistici sono calcolati a parte o sono a carico del Paese invitante o beneficiario.
    G. C. Fighiera

  3. Coloregrano afferma:

    Giuseppe,
    solitamente al concetto di stato si associa una connotazione prevalentemente giuridica, mentre al concetto di nazione si associa al contrario una connotazione socio-culturale. Quando quindi parlo di nazione europea mi riferisco ad un’identità culturale che unisca i popoli che ne fanno parte. Da questo punto di vista ho forti dubbi sul fatto che il concetto di nazione europea non sia mai entrato nel dibattito sull’europeismo, anzi sono abbastanza convinto del contrario, tuttavia credo tu abbia centrato il cuore della questione. Intendiamoci, il fatto che molti Stati europei siano nati attorno ad un comune sentire culturale (quindi uno spirito nazionale) non vuol dire che i due concetti necessariamente collimino, sia perché questa coincidenza è una caratteristica peculiare della società moderna, sia perché ci sono aree del mondo in cui la coincidenza tra stato e nazione è molto più discutibile.
    Fino ad oggi il progetto europeista si è sviluppato fondamentalmente con la creazione di una serie di istituzioni il cui potere e la cui influenza è andato accrescendosi, seppur molto lentamente. Pochi passi sono stati invece fatti nella direzione della creazione di un’identità socio-culturale comune che possa giustificare la definizione di nazione. E’ un problema? Non lo è? Il punto è che uno Stato e le sue istituzioni, per poter operare, necessitano di una qualche forma di legittimazione (sulla base della quale ricevono deleghe, finanziamenti, potere), per la quale spesso non basta la convenienza pratica che ai cittadini viene dall’organizzazione statuale. Ecco perché gli stati nazionali si riempiono di simboli, di riti, di narrazioni, di elementi che alimentino un’identità comune con la quale giustificare l’unità dello stato. Ho l’impressione che i cittadini europei oggi si sentono poco propensi a dare deleghe o a spostare potere verso le istituzioni europee non perché le ritengono incapaci, ma semplicemente perché sentono di avere poco in comune con loro e quindi le ritengono poco propense a difendere i loro interessi, in quella diffidenza per il diverso che è caratteristica sempre diffusa negli esseri umani.
    Al di là di queste considerazioni però, anche ammesso che un progetto di Stato Europeo senza nazione sia praticabile e che quindi un’identità culturale non sia necessaria, né sia necessaria una lingua comune che questa identità sostenga, rimane il fatto che la lingua è anche uno strumento di comunicazione e la sua assenza lascia aperti dei problemi pratici, come quelli evidenziati dal mio intervento, che renderebbero comunque necessaria l’introduzione di una lingua comune. A questo punto però il cerchio si chiude perché mi rendo conto che l’assenza di un’identità culturale rende più arduo il compito di imporre una lingua comune, cosa che risulterebbe in questo scenario un atto forzato ed artificioso.

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