Primarie a cinque stelle

Nel Movimento Cinque Stelle impazza un tema che già da anni è oggetto di discussione all’interno del Partito Democratico: quello delle primarie. Il tema è stato sollevato recentemente da Vittorio Bertola sul suo blog e mi pare di aver capito che gli schieramenti e le argomentazioni sollevate dai diversi fronti siano le stesse che hanno tenuto banco nel PD. Ho in particolare l’impressione che anche in questo caso, come già visto nel passato, la discussione sulle primarie sia affetta da un vizio originale: se ne parla sempre in termini di principio e quasi mai in modo pragmatico. Il modo pragmatico è chiedersi non ciò che sia “giusto” o “sbagliato” ma quali sono le conseguenze di una scelta o dell’altra.
Un partito che chiede ai suoi potenziali elettori chi sono i candidati che voterebbe più volentieri tende una mano agli elettori stessi e si garantisce una maggior probabilità di essere percepito dagli stessi per quello che un partito politico dovrebbe essere, ovvero uno strumento per convogliare verso l’alto le istanze e le esigenze dei cittadini, anziché una consorteria la cui unica peculiarità rispetto ad altre è il fatto di finanziarsi attraverso l’attività politica. Facendo questa scelta ovviamente però il partito rischia di sovvertire le gerarchie che il lavorìo quotidiano fatto all’interno della sua organizzazione consolida. Per di più, nel modo di ragionare degli attivitisti, il fatto che, nella scelta delle candidature, uno svogliato elettore conti quanto un tesserato che lavora giorno e notte è da considerarsi un atto di ingratitudine, un’ingiustizia. Per quanto siamo ispirati dai più alti ideali, in molti di noi è abbastanza radicata l’idea che il lavoro all’interno di un’organizzazione (anche quello più volontaristico) non possa essere solo finalizzato ad un obiettivo comune, ma debba essere per forza anche mezzo per raggiungere dei privilegi. Il rischio complessivo delle primarie è quindi di raffreddare gli attivisti, farli sentire meno motivati e ridurre i contributi materiali ed economici degli stessi anemizzando quindi la struttura del partito. Molto debole è invece l’altro elemento portato di solito dai detrattori delle primarie, ovvero la possibilità di infiltrazione. Il fatto cioè che sostenitori del partito avverso partecipino alle primarie per mescolare le carte. Al di là di episodi sporadici credo che il fenomeno sia abbastanza marginale e minoritario da essere sostanzialmente trascurabile e credo che venga usato strumentalmente da chi non ha il coraggio di dire che sta semplicemente difendendo gli interessi degli attivisti.
In sostanza quindi su un piatto della bilancia c’è la possibilità di avere un maggior consenso elettorale ed un ceto politico che gode di maggiore fiducia da parte degli elettori, sull’altro c’è il rischio di scontentare la base degli attivisti. E’ quindi forse sorprendente che anche tra chi si lanci nell’attività politica in un movimento ancora molto minoritario, apparentemente con il più genuino entusiasmo, vi sia chi inizia subito a guardarsi le spalle, a privilegiare i propri interessi di bottega, a difendere la propria posizione acquisita, eppure credo sia veramente nel nostro DNA la propensione a considerare come il proprio primo obiettivo e la propria più altra priorità in qualunque contesto (che sia un partito politico, un’azienda o un rapporto personale) il cautelarsi dal rischio di rimetterci ed è una cautela che purtroppo costa molto alla nostra società a tutti i livelli. Il fatto che quasi sempre dove la sinistra fa le primarie poi vince, mi suggerisce quanto costi anche in politica.

6 Ottobre 2010

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