La classe media va a casa

trieste.jpgDa qualche settimana la squadra di Serie B della Triestina ha chiuso al pubblico un intero settore del suo stadio, quasi sempre semivuoto, coprendolo con un enorme telone con la fotografia di uno stadio pieno, così da generare una sorta di trompe-l’oeil per l’osservatore televisivo che simuli, dal suo punto di vista, l’effetto dello stadio pieno. Molti opinionisti hanno commentato questo episodio, molto significativo della crisi di pubblico del calcio italiano. Per chi non lo sappia, la stagione calcistica appena iniziata sta battendo ogni record negativo nell’affluenza agli stadi. La situazione già critica in questo senso degli anni scorsi è stata resa drammatica dall’introduzione della tessera del tifoso che ha consigliato molti, per protesta o perché stufi di complicazioni ritenute superflue, a starsene a casa. Si potrebbe pensare che sia l’effetto della crisi globale o dell’avvento delle pay-per-view ma non sembra essere così. In campionati come quello tedesco e inglese, in cui le tv impazzano come da noi, gli stadi scoppiano di pubblico e anche quello spagnolo sta molto meglio di noi, soprattutto non sembra esserci altrove una tendenza così negativa. Si potrebbe ipotizzare anche che questo sia un effetto, come tempo fa ipotizzava il ct della nazionale inglese Capello, della passività di istituzioni, sportive e non, verso gli eccessi degli ultrà, ma anche quello delle violenze negli stadi non è certo un fenomeno nuovo.
In ogni caso la valutazione che ho trovato più profonda in merito a quanto fatto a Trieste è stata, manco a dirlo, quella di Massimo Gramellini, che ha osservato come il settore chiuso al pubblico non sia stato né quello più popolare, la curva, né quello più costoso, la tribuna centrale, ma il settore medio, quello che comunemente si definiscono i “distinti”. L’osservazione di Gramellini focalizza l’attenzione sul fatto che chi preferisce stare a casa davanti alla tv, non è né lo squattrinato che preferisce vedere la partita al bar spendendo solo pochi euro, né la persona agiata che potrebbe gustarsi la partita su Sky HD con il suo televisore al plasma che gli tiene tutta una parete. Chi sta a casa non è né l’uno né l’altro, è quell’esponente della classe media che probabilmente non sta a casa né per questione di soldi né per la ricerca della comodità. La classe media se ne sta a casa, credo, perché il soggetto più debole verso quel bombardamento terroristico che caratterizza i media di oggi, e che induce le persone a percepire la realtà esterna come piena di guidatori ubriachi, spacciatori marocchini, molestatori in chat, stupratori rumeni, e, perché no, anche ultras violenti. Se da un lato i più abbienti percepiscono comunque attorno a sé, per il solo fatto di essere chi sono, un’aura di protezione, se dall’altra i più umili sentono di avere poco da perdere, è proprio l’esponente della classe media la vittima preferita di questo fenomeno ed è costui che più facilmente preferisce concludere che l’unico posto davvero sicuro è il salotto di casa propria e l’unico mezzo di comunicazione sicuro la televisione che lo rinchiude in un circolo vizioso senza fine.
Che poi quella stessa classe media, assillata da quelle paure, rivoti sempre gli stessi non è che un effetto collaterale, ancor più ovvio se i votati sono anche proprietari o lottizzatori dei media televisivi. Resta da sperare che una progressiva sostituzione della tv con altri mezzi di comunicazione salvi costoro dall’ammuffimento, non a caso sono molti quelli che cercano di enfatizzare i pericoli di Internet. Purtroppo l’unico modo certo per scoprire come è fatto il mondo esterno, e quanto è diverso da come ce lo raccontano, è esplorarlo senza paure.

23 Settembre 2010

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