Ke Nako

“Ke Nako” è l’espressione che gli amanti del calcio hanno sentito mille volte risuonare tra Giugno e Luglio durante i mondiali in Sudafrica. E’ una parola che, a quanto ho compreso, in molte delle lingue bantu che si parlano nel paese vuol dire “E’ giunta l’ora”. In effetti, il senso di questa espressione si respirava nell’atmosfera che circondava i Campionati, quello del raggiungimento di un traguardo, quello di potersi presentare al mondo come un paese nuovo, dove tutto è possibile, dove, come dice Mandela: “It always seems impossible, until it is done”.
bandiera-sudafrica.jpgCome spesso accade l’immagine che ci viene trasmessa di un paese non è sempre quella reale e dietro all’allegria delle Vuvuzela c’è un paese che fa una certa fatica a far convivere sotto lo stesso tetto gruppi sociali così diversi ed eterogenei. In particolare la componente bianca della società sembra nutrire un crescente senso di accerchiamento nei confronti della maggioranza di colore. Da un lato leader nazionalisti neri come Julius Malema soffiano sul fuoco del desiderio di rivalsa dei neri per i decenni di sfruttamento, dall’altro la preoccupazione dei bianchi rinforza le posizioni estremistiche a tutto danno della pace sociale. Negli ultimi mesi il barbaro omicidio di una ragazzina così come l’assassinio del leader bianco filonazista Eugene Terreblanche hanno rischiato di causare scontri etnici, poco importa che per il primo omicidio il sospettato sia un bianco ed il secondo sembra essere dovuto ad un debito non saldato: la tensione è pronta ad esplodere alla prima scintilla. D’altra parte gli attacchi alle fattorie bianche sono un evento abbastanza frequente da avere indotto la Polizia ad istituire una commissione ad hoc. Ovviamente è difficile capire quanto giustificate siano le preoccupazioni dei bianchi ma girando sul web ci sono moltissimi riferimenti alla sensazione di discriminazione che i bianchi percepiscono in questo momento della storia del paese. Il tutto in una nazione in un cui la pace sociale è una chimera, scossa da ondate di scioperi e di rivolte che talvolta, come nel 2008, coinvolgono un ulteriore attore del quadro sociale: gli stranieri immigrati.
Come spesso accade in gioco non ci sono solo fattori emotivi ma anche elementi molto più materiali: agli odi e al desiderio di vendetta che affondano le loro radici nel passato si somma la bramosia per quello che porterà il futuro. Nel paese sta fervendo il dibattito sulla nuova riforma agraria che dovrebbe, più efficacemente che nel passato, permettere la ridistribuzione della terra ai neri. E’ naturale che ci sia chi vuole cavalcare l’odio etnico per guadagnare qualche posizione in merito alla riforma.
In tutto questo Sneijder, Iniesta e tutti gli altri che parte hanno avuto? Credo abbiano spiegato ai sudafricani ed al resto dell’Africa cosa vuol dire per un paese riuscire a superare i propri odi tribali, le proprie tensioni e guardare al mondo, al futuro con il coraggio di cambiare, di porsi grandi sfide, di credere in ciò che può sembrare solo un’utopia. Un mondiale di calcio in Africa significa visibilità, turismo, infrastrutture ma non solo. In fondo il mondiale di calcio, con tutte le sue ipocrisie, è una grande festa e le feste hanno anche la funzione di insegnarci a stare con gli altri e stare con gli altri è qualcosa che i sudafricani, credo più di chiunque altro al mondo, devono sicuramente imparare molto in fretta.

14 Settembre 2010

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