La democrazia della paura

Nello strappo dell’estate tra Fini e Berlusconi, che ha riempito notiziari e televisioni, c’è una cosa che mi ha in fondo meravigliato, nessuno o pochissimi sembrano stupirsi di come nella testa di molte persone gli eventi sembrino completamente ribaltati rispetto alla realtà. Ripercorriamo gli eventi: Fini da mesi andava sostenendo, come è d’altra parte evidente, che molte delle cose che la maggioranza stava sfornando, non facevano parte del programma di governo e quindi avrebbero dovuto quantomeno essere oggetto di discussione e negoziazione all’interno del partito, e sicuramente non avrebbero dovuto essere, com’erano invece, prioritarie su ciò che l’esecutivo si era impegnato a fare. Non entro nel merito della genuinità della denuncia di Fini, che può anche essere puramente pretestuosa e legata a sue ambizioni personali, ma si può dire, con una decisa ma accettabile semplificazione, che si trattava di una difesa di chi aveva votato per il PdL approvando un programma che veniva del tutto disatteso. A forza di ripetere questa critica, Fini si è trovato espulso dal partito. La cosa che in un’analisi puramente razionale è da considerarsi sorprendente è che la stragrande maggioranza degli elettori del PdL (quelli che avevano votato un programma che veniva disatteso e di cui Fini si ergeva a difensore) diano ragione nella vicenda a Berlusconi e arrivino a considerare Fini un semplice traditore. Può non essere superfluo chiedersi come nasce questa apparente incoerenza.
Solitamente l’incoerenza in politica nasce negli individui dalla tendenza a professare convinzioni che sono diverse da ciò che davvero si pensa intimamente: qualche volta questa doppia morale è totalmente conscia, altre lo è solo parzialmente, ma indipendentemente da ciò si determina comunque molto spesso nelle persone una “morale pubblica” e una “morale intima”. Il giudizio positivo o negativo su un personaggio o un evento dipende pressoché interamente dalla “morale intima”, dopodiché l’individuo è chiamato a trovare una coerenza tra tale giudizio e la “morale pubblica”, cosa che ovviamente non sempre riesce a fare efficacemente, ma anche laddove la coerenza traballi ciò non intacca la solidità delle sue convinzioni, appunto perché si tratta solo di una facciata dietro alla quale si nasconde altro.
Il problema di fondo è che nel nostro paese la maggior parte delle persone, di destra come di sinistra, non vedono le coalizioni politiche come due possibili alternative al governo del paese tra le quali scegliere di volta in volta, ma come due fazioni in lotta tra le quali è necessario scegliere stabilmente un fronte. Dal momento in cui si è scelto il fronte ciò che conta davvero, nelle viscere degli individui, è fare in modo che il fronte rivale non vinca. Questa è la battaglia che l’individuo sposa, il buon governo del paese c’entra solo marginalmente. Si tratta di un fenomeno tipicamente italiano ma tuttaltro che tipico della destra: anche a sinistra ci sono moltissimi elettori che vedono le cose allo stesso modo.
La visione di molti elettori del PdL in questi giorni è quindi che i problemi sollevati da Fini erano secondari rispetto all’esigenza primaria di mantenere gli equilibri tra maggioranza e opposizione invariati e garantire quindi la conservazione della maggioranza di governo il più a lungo possibile. Ovviamente tutto ciò è più o meno inconfessabile perché i modelli di democrazia anglosassoni non lo prevedono, ma rimane la motivazione fondamentale del posizionamento rispetto alla vicenda, per quanto più o meno clandestina.
democristiana.jpgCosa c’è di male in questo atteggiamento? C’è di male intanto il fatto che sposare una fazione significa cancellare ogni senso critico, significa confermare governi inefficienti e politici corrotti pur di non rischiare la vittoria della fazione opposta, anche (per non dire principalmente) per questo l’Italia ha una classe politica così statica e sclerotizzata e anche così inefficiente. C’è inoltre di male che, come stiamo vedendo in questi mesi, e come si vede spesso in fase di genesi delle dittature, la paura della vittoria dell’altra fazione è più forte della paura di perdere pezzi di democrazia e di libertà e questo atteggiamento espone alla progressiva concentrazione del potere in poche mani, indipendentemente dal fatto che questo si attui in sistemi dittatoriali manifesti o in quella che si definisce spesso oggi una dittatura dolce (ovvero un sistema in cui sopravvivono i simulacri della democrazia ma in cui il potere è così accentrato da rendere impossibile ogni influenza dei cittadini sulla cosa pubblica).
Il risultato è, anche nella migliore delle ipotesi, una democrazia della paura, la paura dell’altro, la paura che vinca e distrugga chi non lo ha appoggiato. In Italia viviamo questo genere di democrazia dal 1948 (i cui slogan non a caso riecheggiano ancora adesso in alcuni discorsi di Berlusconi), sono passati 62 anni e la guerra fredda è finita da una quarantina: forse sarebbe ora di provare a guardare avanti. Ce la faremo?

7 Settembre 2010

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