Queste cose non le faremmo mai…

Durante la manifestazione di Milano del Dicembre 2009, al termine della quale la famigerata statuetta lo colpì, Berlusconi disse alla folla che lo fischiava, “Noi queste cose non lo faremmo mai” provando ad ergersi a paladino del confronto pacato e civile. Recentemente abbiamo poi scoperto che addirittura il PdL, nella persona del Sottosegretario Brambilla, organizzava spedizioni per contestare Fini, ma ormai le parole del nostro Presidente del Consiglio hanno un valore così misero che non vale la pena di soffermarsi su una delle sue tante affermazioni poi smentite totalmente nelle parole o nei fatti. Ho accennato invece a questo episodio perché è esemplificativo di un tema d’attualità, quello delle contestazioni a chi parla in una pubblica assemblea, che è da sempre campo di dibattito e che ancor più che altri temi segna un distacco diffuso in politica tra il predicare ed il razzolare. Gli episodi occorsi prima alla presentazione del libro di Dell’Utri a Como, poi durante la festa del PD a Torino (con la contestazione a Schifani e il lancio del fumogeno verso Bonanni) hanno risollevato una discussione a cui vorrei aggiungere qualche mia parola.
contestazione_280xfree.jpgFaccio una premessa: una delle confusioni più comuni all’interno di un qualunque dibattito è quella tra la spiegazione e la giustificazione. Il nostro retaggio culturale ci porta istintivamente ad attribuire comportamenti non in linea con valori ampiamente condivisi ad un generico concetto di Male. Anche se la cultura moderna ha introdotto, anche nei più refrattari, il dubbio che i comportamenti di questo genere abbiano altre cause che non sia l’intervento del maligno, rimane in noi l’imprinting che induce a considerare chi cerca di spiegare attraverso un rapporto causa-effetto ciò che cozza con i nostri valori come un alleato del male. Per evitare il rischio di questa confusione cercherò di distinguere chiaramente la mia posizione valoriale, dalla spiegazione che dò di determinati eventi.
Ritengo che un valore fondante della democrazia sia la libertà di espressione. La libertà di espressione, come ogni libertà, deve necessariamente avere dei limiti (ad esempio non è lecito diffamare una persona facendo affermazioni che ne ledano l’immagine, anche se è ciò che intimamente ne penso) ma quei limiti devono avere, a loro volta, una legittimazione democratica, quindi ottenuta tramite i canali previsti costituzionalmente. Nessuno può, di suo arbitrio, negare a qualcuno il diritto di parola. Se passasse questo principio finiremmo col negare arbitrariamente la parola oggi ad un mafioso, domani ad un razzista, dopodomani semplicemente ad uno che non la pensa come noi. Manifestare la propria disapprovazione per quello che qualcuno dice è giustissimo, impedire in ciò che chi disapproviamo possa parlare è profondamente contrario ai valori che sorreggono una democrazia. Chi lo faccia sappia che si chiama fuori da quei valori.
Ciò premesso però val la pena di chiedersi perché questa esplosione di contestazioni nasce proprio adesso, ovvero perché pare che improvvisamente sentire un pubblico dibattito sia diventata per molti una tale esplosione di bile, da non potervi più reggere.
Da una parte c’è un problema congiunturale associabile ad ogni crisi che colpisca un paese democratico: c’è la crisi e c’è un disagio diffuso associato alla crisi che nella testa delle persone sembra cozzare con i meccanismi ingessati ed incomprensibili della politica. E’ difficile che un operaio in cassa integrazione possa comprendere perché anche in una situazione del genere la classe politica pare intenta ad arrovellarsi sulle dimissioni di Fini, le elezioni anticipate e cose simili. Non dico che non siano cose importanti, dico semplicemente che l’uomo comune non le capisce e quando non c’è la crisi si limita ad ignorarle, quando c’è la crisi inizia ad irritarsi perché riceve l’impressione che nessuno stia facendo nulla per lui.
Al problema congiunturale si somma un elemento strutturale associabile a questa fase storica. Oggi la società si divide tra una sua fetta digitalizzata ed un’altra “digitalmente divisa” che conserva modelli comunicativi più tradizionali. La prima fetta della società sperimenta una visione condivisa e partecipativa delle scelte, dialoga su forum e blog, partecipa a sondaggi online, si sente ascoltata e sente di partecipare attivamente, anche senza avere tessere di partito (e quindi senza dovere iscriversi ad una parrocchia che necessariamente limiti la sua libertà d’azione), alla costruzione della società di domani. E’ però una fetta ancora minoritaria della società, anche se la più attiva, ed in quanto minoritaria è ascoltata solo da una parte dalla classe politica, che nella sua maggioranza trova ancora (non solo a destra ma anche a sinistra) il proprio bacino di voti prevalenti nell’altra fetta di società a cui va benissimo il livello tradizionale di delega, basata su un’ampia concessione di fiducia (spesso mal riposta invero) dell’elettore nel politico. E’ chiaro che, da un lato i politici tendono a mantenere il proprio approccio tradizionale ed anche i dibattiti pubblici più aperti tendono a rimanere niente più che messe cantate, dall’altra il popolo digitalizzato si sente frustrato nell’avvertire questa distanza e finisce col cercare visibilità con gesti di prevaricazione che, in casi o ambienti particolari, possono sfociare anche nel violento. E’ in sostanza l’effetto di una società divisa, divisa non solo digitalmente, ma anche valorialmente tra chi ad esempio trova certi personaggi dei malfattori e chi li trova delle brave persone.
Questi fattori determinano un allungamento dell’elastico che tiene insieme classe dirigente e società civile e la distanza diventa una barriera a cui una parte della società si ribella cercando di abbatterla nei modi più o meno violenti che vediamo. Come tutte le barriere anche questa non la si supera ergendo una barriera ancora più alta, ma cercando di abbattere quella esistente, creando un diagolo anche con quella parte della società che sente questa distanza e vota o sostiene movimenti come il Cinque Stelle o il Popolo Viola. Prova ne sia che, a detta dei protagonisti, la contestazione sonora a Schifani è nata in quanto non è stato permesso al Movimento Cinque Stelle di partecipare al dibattito.
Chi tra la classe politica sbatte la porta in faccia a costoro non fa che alzare nuove barriere ed armare nuove contestazioni, chi prova a dialogare con tali movimenti mostra almeno di aver capito il problema.

10 Settembre 2010

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