Il miracolo Cairo

cairo.jpegNon scrivo frequentemente su questo blog del Toro, anche perché nemmeno a me, pur juventino, fanno piacere le vicende che attraversa da una diecina di anni in qua. C’è però nelle vicende della presidenza Cairo qualcosa di davvero singolare e anche significativo di come in Italia non si accettino mai i fallimenti.
Cairo è entrato nel calcio prendendo la società nel suo momento più buio, dopo cioè il fallimento che l’aveva portata sull’orlo del baratro e che l’ha ricacciata in Serie B nonostante la promozione in A guadagnata sul campo. Da allora il Toro è riuscito prima, faticosamente, a tornare in Serie A, dove ha giocato tre Campionati, salvandosi le prime due volte per il rotto della cuffia e retrocedendo in Serie B al terzo tentativo, Serie B dove è poi rimasto al termine di un Campionato assai deludente. Che cosa c’è di miracoloso in tutto questo? C’è un miracolo alla rovescia. Se guardiamo infatti la classifica del monte-ingaggi delle squadre di Serie B dell’anno scorso scopriamo che il Toro era molto ampiamente la prima squadra per ingaggi, quasi doppio della seconda (il Lecce) e quasi il triplo del monte-ingaggi del Brescia che ha negato al Toro la Serie A. Addirittura il monte-ingaggi era superiore a quello di ben sette squadre di Serie A. E’ chiaro che il calcio non è scienza esatta e un’annata sfortunata, qualche giocatore sopravvalutato, capitano spesso e volentieri. Allora andiamo un anno indietro e scopriamo che nel Campionato 2008-2009 il Toro, che militava in Serie A, pagava i suoi giocatori 25 milioni complessivi, decima in Serie A, e quasi appaiata con Lazio, Palermo e Napoli che la precedevano. Anche in quell’occasione si classificò molto più indietro, ovvero diciottesimo facendosi precedere nettamente da squadre come il Chievo (14 milioni) o l’Atalanta (12,5 milioni) che pagavano i propri giocatori circa la metà. E l’anno prima? Nel Campionato 2007-08 il Toro era addirittura ottavo quanto ad ingaggi, ad un’incollatura da Palermo e Sampdoria, ma anche lì finì molto più indietro (15esima) salvandosi sì, ma solo sul filo di lana. Non sono riuscito ad andare più indietro con l’analisi dei dati ma non penso che l’esito sarebbe troppo diverso. D’altronde anche senza questi pur interessanti dati, è già di per sé abbastanza singolare il fatto che il Torino sia l’unica squadra di una grande città italiana che ancora continui a vivere a cavallo tra Serie A e Serie B, negli anni in cui la televisione ha creato una voragine tra le squadre con un bacino di interesse ampio e le “provinciali” e che le squadre di Milano, Roma, Napoli, Genoa, Firenze, Bologna, Palermo, insieme alla Juventus, occupano quasi stabilmente i primi posti del campionato di calcio.
Ripeto ancora che una squadra di calcio è uno tra gli investimenti più incerti che esistano e pagare tanto un giocatore può non voler dire che giochi bene ma il dubbio che Cairo sia una sorta di Re Mida alla rovescia del calcio è forte, anche perché la lista degli allenatori (nove diversi allenatori con la bellezza di 12 cambi complessivi) e dei dirigenti che Cairo ha assunto e licenziato in questi anni è stata impressionante. Anche al più presuntuoso degli imprenditori sarebbe venuto il dubbio che forse non era fatto per fare il Presidente e sarebbe tornato alla più fortunata attività di editore ma Cairo insiste in un attaccamento alla seggiola degno di certi suoi maestri. E qui torniamo al vecchio problema: può una società sportiva, da cui dipendono le passioni di migliaia se non milioni di persone, essere nelle mani di un signore che nonostante ogni fallimento si rifiuta di disfarsene? La risposta che già diedi su questo blog è l’azionariato popolare. Chissà che non possa essere proprio il Toro un giorno ad inaugurare in Italia questa modalità di gestione che rappresenta un ottimo compromesso per mettere d’accordo la gestione privata e la passione pubblica…

25 Agosto 2010

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