Meglio l’ipocrisia?

cossiga_francesco.jpgProvo anch’io a spendere qualche parola su Cossiga e sulla sua figura, visto che il personaggio, che se ne parli bene o male, era comunque abbastanza affascinante da far parlare di sé. Ho trovato poche cose così interessanti come quanto scritto ieri su Il Fatto da Massimo Fini a proposito delle minacce che Cossiga avrebbe formulato all’ideologo della Lega Miglio, di fronte alla crescita del movimento, prospettando l’intenzione di rendere la vita impossibile a chi votava Lega facendo leva sulla sua carica istituzionale (all’epoca era Presidente della Repubblica). Secondo me questa è proprio la chiave di lettura del personaggio: la capacità di dire quello che gli passava per la testa, anche le cose più istituzionalmente improponibili per non dire delinquenziali, consapevole di poterla fare sempre franca; la sfrontatezza di chi conosce il potere talmente bene da sapere di poterci giocare senza bruciarsi mai troppo. Se l’è presa con tutti: magistrati, politici e uomini pubblici di ogni genere e senza apparenti limiti, raramente li attaccava nel merito di atti o comportamenti, più spesso erano semplici insulti, giusto la soddisfazione di poter dileggiare chi ti sta antipatico o intralcia i tuoi piani, senza doverne rendere conto. Qualche volta le sue esternazioni parevano inserite in una strategia, altre volte puri sfizi personali.
Recentemente si era permesso perfino di spiegare che lui, quando era Ministro dell’Interno, mandava i poliziotti infiltrati alle manifestazioni per causare gli incidenti e giustificare poi le cariche. Molti si sono scandalizzati anche allora. Ma Cossiga sapeva bene che quella parte dell’opinione pubblica che ce l’ha con i manifestanti ce l’ha con quelli che manifestano, con quello per cui manifestano e con il fatto stesso che manifestino: quelli che rompono i cassonetti, spaccano le vetrine o le teste non sono altro che dei pretesti per attaccare tutti gli altri; scoprire quindi che i pretesti fossero un falso non cambia dal punto di vista di costoro quasi nulla, anzi dà forse dei meriti a chi li ha diretti.
Cossiga si era perfino espresso sul processo di Calciopoli, non volendo perdere l’occasione offerta dalle strane incongruenze dell’inchiesta di Napoli e dalle trame di palazzo che si sono avvolte attorno alla vicenda, per attaccare uno dei suoi nemici preferiti: la magistratura.
In sostanza in una politica in cui tutto era permesso purché non se ne lasciassero tracce, ciò che davvero distingueva Cossiga era il fatto di non prestarsi a questa ipocrisia, era l’abitudine di lasciarle le tracce e anzi vantarsene pure, per questo molti lo considerano un paladino della sincerità e della spontaneità. D’altra parte Cossiga sapeva bene che questo è un paese che sa chiedere conto dei suoi atti solo ai deboli e lui debole non lo era di certo.
C’è però un dubbio che mi viene: meglio una presentabile ipocrisia o un’impresentabile sincerità? Cresce meglio un figlio che pensa che i genitori siano delle brave persone o uno che sa che sono dei mascalzoni? Cresce meglio un paese che crede che la sua classe dirigente sia composta da galantuomini o una che sa che è composta da briganti? Il problema è proprio questo: l’Italia della cosiddetta Prima Repubblica era un paese migliore di quella di oggi perché pensava, nella sua maggioranza, di essere governata da brave persone e si sentiva obbligata ad esserlo. La società dell’informazione ha contribuito a far scoprire agli italiani che chi li governa è una cricca di briganti e nell’apparente impossibilità fisiologica di rinnovare quella classe dirigente, l’effetto che ciò ha avuto è spingere gli italiani a sentirsi autorizzati ad essere briganti anche loro. Per questo l’essere sincero di Cossiga coltivava in realtà un’Italia abbruttita, un’Italia conflittuale, un’Italia senza etica e senza valori, quella che in questi anni è poi diventata maggioritaria. Era meglio un’Italia ipocrita? Forse sì…

20 Agosto 2010

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