Non vale, dottor Marchionne…

sergio_marchionne.jpgImmaginatevi di avere un appartamento che affittate da anni allo stesso inquilino. Ad ogni rinnovo dell’affitto voi gli chiedete degli aumenti del canone ma lui ribatte che non ce la può fare e vi propone in cambio di farvi delle piccole cose: come dare un’occhiata ai vostri figli quando non ci siete, bagnare le piante, eccetera. Dopo un po’ di tempo quel tale decide di andarsene perché ha trovato un appartamento che comunque gli va bene in cui il canone d’affitto è inferiore. Che fate? Siete piuttosto irritati anche perché avete difficoltà a tenere buoni i bambini, le piante sul balcone si stanno seccando e la casa è un disastro ma cosa gli potete dire? E’ vero che ha vissuto a lungo ad un canone inferiore al prezzo di mercato ma se gli avete concesso questo vantaggio è perché vi faceva comodo che vi tenesse a bada i bambini e bagnasse le piante. Sarebbe corretto che voi gli richiedeste, nel momento in cui se ne va, quanto ha risparmiato in canone, se l’accordo precedente era stato siglato con il reciproco consenso? Direi di no.
Molti invece, di fronte alla vertenza di Pomigliano, hanno criticato FIAT e l’atteggiamento delle istituzioni condiscendente nei confronti di Marchionne, sostenendo che FIAT ha un debito di riconoscenza nei confronti del paese che per anni gli ha concesso incentivi in cambio della pace sociale che la salute dell’azienda consentiva. Perché questo diversa interpretazione dei due scenari? Probabilmente questo accade perché facciamo sempre fatica ad accettare il fatto che un datore di lavoro, in un sistema capitalista, non è altro che un agente del mercato che stipula accordi con altri agenti tra i quali il governo, esattamente come un privato potrebbe stipularne con un altro privato e, così come un qualsiasi individuo, ha il diritto, se lo vuole, di non rinnovare l’accordo e andarsene da qualche altra parte, questo naturalmente se l’accordo stipulato non glielo impedisce. Certo, un paese potrebbe anche decidere di vietare per legge ad un soggetto imprenditoriale di trasferire settori produttivi all’estero ma naturalmente se il trasferimento all’estero non è motivato da una capriccio del soggetto ma dalla ricerca di condizioni più favorevoli, il risultato sarebbe solo di svantaggiare il soggetto locale rispetto a concorrenti stranieri che possano essere più liberi in questo senso, e si rischierebbe di entrare in un circolo vizioso che porterebbe ad ulteriori danni per il paese.
Qual è però la soluzione per evitare che tutto ciò porti ad un calo dell’occupazione? Temo non ce ne sia una facile perché l’unica idea sul tavolo è quella di prendere atto che è più economico costruire auto in Serbia o in Polonia e di provare quindi a puntare in Italia su altro genere di attività, come ad esempio, rimanendo nel settore, progettare auto piuttosto che costruirle. Purtroppo però per farlo è necessario avere più ingegneri e formarne è un processo lungo e costoso ma soprattutto improbabile in una fase nella quale il governo nazionale è tutto impegnato a vandalizzare scuola e università anziché a valorizzarle. Anche se poi domani ci ritrovassimo con un governo meno indecente dell’attuale e la nostra università riprendesse a sfornare ingegneri, resterebbe comunque il problema di come gestire il lungo transitorio e soprattutto come risolvere il problema degli operai rimasti nel frattempo a spasso, ai quali è un po’ difficile chiedere di prendersi una laurea nel frattempo.
Insomma, se avessi la soluzione mi sarei già candidato alla primarie del PD, non avendola faccio come Bersani: non mi pronuncio…

11 Agosto 2010

2 commenti a 'Non vale, dottor Marchionne…'

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  1. Davide afferma:

    Bersani non si pronuncia e Marchionne (vedi foto) se la ride…

    Interssante il tuo articolo. Aggiungerei che anche il sindacato è uno dei “grandi assenti” del momento. Ancora legati alle logiche di 30 anni fa che contrapponevano il padrone all’operaio, i sindacati non hanno saputo diventare una punto vero di confronto affinchè l’imprenditore non “svuoti” l’aziende di contenuti (azienda e imprenditore hanno interessi opposti: la prima vuole crescere il secondo vuole i soldi !) a favore di gestioni finanziarie piuttosto che industriali. Questo sarebbbe l’accordo da sottoscrivere: ti faccio costare di meno la mano d’opera solo se mi fai convinci su come pensi di gestire il futuro dell’azienda. In fondo un sindacato che sbraita in piazza mentre è già daccordo su cosa fare fa l’interesse dell’imprenditore, non dell’azienda.

  2. Coloregrano afferma:

    Grazie, Davide.
    L’idea dell’azienda come luogo di convergenza degli interessi dell’imprenditore di fare profitti e dei lavoratori di avere un salario è sicuramente ciò a cui dovremmo tendere. Purtroppo però nella testa di molti (non solo dei lavoratori) è assai più viva un’idea simil-marxista dell’azienda come luogo di potenziale sfruttamento e quindi di conflitto. Credo che in generale il contratto di lavoro, come ogni contratto, funzioni bene se le parti cercano di valorizzare le rispettive convergenze di interessi e non cercano di forzarlo continuamente in un braccio di ferro che finisce con lo svantaggiare entrambe le parti, in altre parole se prediligono il dialogo rispetto ad un continuo contenzioso, spesso inconcludente. Purtroppo in Italia, nel lavoro come nei rapporti di vicinato, la tendenza alla conflittualità è sempre molto forte, forse per la nostra tendenza a guardare sempre al vantaggio immediato (”lo frego”), a danno però di uno svantaggio nel lungo periodo (il rischio di essere fregato da cui si cerca di difendersi, spesso a caro prezzo), forse per la nostra incapacità di fidarci del prossimo, forse per l’intreccio di questi due fattori.
    Vi è poi anche il problema per cui il personale sindacale non sempre ha le caratteristiche più adatte per condividere strategie di lungo periodo con un imprenditore. E qui, a mio parere, c’è un problema di qualità della rappresentanza sindacale la cui selezione è spesso un po’ troppo orientata al modello deteriore della rappresentanza politica per il quale l’uomo della strada tende a farsi rappresentare non da chi è bravo ma da quello che sente vicino a sé, dove vicinanza in genere significa vicinanza fisica (conoscenza diretta) o vicinanza emotiva (populismo). Anche qui ho l’impressione che la ricerca di vicinanza piuttosto che competenza abbia a che fare con la nostra difficoltà di accordare fiducia al prossimo.
    In fondo non è un caso se l’Italia è considerata da Fukuyama un esempio di “low trust culture” con quello che ne consegue in termini di prezzo da pagare…

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