Il fordismo in Cina

Sull’ultimo numero dell’Economist sono apparsi un paio di articoli che descrivono l’andamento del mercato del lavoro cinese il cui contenuto riassumerei in alcuni semplici elementi:

  • l’economia del paese si sta progressivamente allargando verso le regioni occidentali, nel passato considerate rurali;
  • questo sta progressivamente esaurendo il serbatoio di manodopera a basso costo;
  • i redditi dei lavoratori stanno salendo;
  • aumentano i consumi e quindi i consumi interni stanno sempre più influenzando l’economia e le decisioni del governo;
  • le istituzioni si rendono conto dell’utilità della crescita dei redditi, per incrementare i consumi interni e proteggersi dalla crisi dell’economia mondiale, e quindi si dimostrano sempre più tolleranti nei confronti di scioperi e rivendicazioni sindacali, nel passato duramente represse, specialmente se nei confronti di aziende straniere.

Sono dinamiche che assomigliano molto a quelle che caratterizzavano lo sviluppo del mercato del lavoro in Europa e America del Nord a cavallo del diciannovesimo e ventesimo secolo e che portarono i paesi occidentali verso la democrazia e l’equità sociale. Ovviamente la Cina è diversa dall’Europa e arriva a questa fase in condizioni storiche e tecnologiche diverse ma, a parte la diversa velocità con cui tali processi svilupperanno, i risultati potrebbero essere molto simili.
Nel frattempo sembra che anche i rapporti con Taiwan si stiano fortemente rilassando e che si vada verso un’unificazione de facto sulla spinta di sinergie economiche e di conseguenti contatti personali tra abitanti dell’isola e del resto della Cina. Anche qui si nota quanto è difficile per una dittatura far convivere libertà economica e oppressione politica.

10 Agosto 2010

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