L’isola che c’è

cartina_islanda.gifDa qualche giorno in Islanda è in vigore una nuova legislazione che va decisamente controcorrente rispetto a quanto accade altrove in termini di libertà su Internet. Si tratta di uno scudo pressoché totale rispetto a chi sveli segreti di ogni genere e che possa per questo essere citato in giudizio da Stati o aziende straniere. Il dispositivo sembra fatto apposta per il sito di wikileaks che ha base proprio nell’isola e per venire incontro a chi chiedeva aiuto alle istituzioni ed alle grandi corporate per difendere la libertà su Internet. In particolare vi segnalo un articolo di Ethan Zuckerman pubblicato da La Stampa che dà un interessante panorama sullo stato dell’arte in merito.
L’impressione è che la libertà su Internet sia sempre più oggetto di una battaglia che si combatte a vari livelli: da una parte a forza di decreti, disposizioni, pressioni, fatte per difendere un modello di organizzazione delle istituzioni convinte della necessità di tenere all’oscuro i cittadini di verità troppo scomode e quindi basate sul segreto, sulla cospirazione, sul mascheramento continuo di notizie ed intenzioni; dall’altra parte noi utenti di Internet ma soprattutto gli interessi economici di chi vede nel libero sviluppo di Internet una fonte di ricchezza. I due fronti sono molto eterogenei e cangianti, sul primo fronte non si collocano solo i governi illiberali (compreso ovviamente il nostro) ma occasionalmente anche governi democratici: un esempio è il caso della recente pubblicazione di notizie riservate sulla guerra in Afghanistan nel quale Robert Gates, Segretario alla Difesa americano, ha pesantemente attaccato proprio Wikileaks, responsabile della divulgazione di tali informazioni. Addirittura la democraticissima Svezia ha introdotto una legge molto controversa sul tracciamento del traffico telefonico e telematico. D’altronde sia negli Stati Uniti che in Europa il dibattito sulla libertà su Internet è animato e spesso contrastato.
Altro episodio significativo della questione della libertà su Internet è stato naturalmente quello del minacciato ritiro di Google dalla Cina, conseguente alle continue limitazioni richieste dal governo cinese, poi risolto con un compromesso . Anche qui sono portato a pensare che non siano tanto motivi ideali ad aver spinto Google a minacciare il ritiro, quanto probabilmente il fatto che semplicemente l’introdurre troppi filtri e limiti potesse snaturare il motore di ricerca, rovinarne il marchio o anche solo costare troppo.
Venendo a casa nostra non posso che citare, anche se ben noto, l’articoletto del DDL intercettazioni (alias legge bavaglio) che obbliga un blogger a rettificare entro 48 ore un’informazione errata pubblicata sul proprio blog. La cosa ovviamente è semplicemente irrealistica da parte di chi non si sogna di fornire un servizio di reperibilità durante la propria lontananza dalla connessione Internet né ha i mezzi economici per controllare con certezza che una richiesta di rettifica sia corretta oppure no e quindi finisce col non rimuoverla anche se è vera.
Insomma, la guerra infuria e noi utenti stiamo alla finestra sperando naturalmente che chi vuole una libera informazione, indipendentemente dalle sue reali finalità, abbia la meglio. Nel frattempo un pensierino a trasferirsi armi e bagagli in Islanda potremmo anche farcelo…

2 Agosto 2010

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