Legalità e sinistra

Devo confessare che Marco Travaglio non è un giornalista per cui provo un desiderio di emulazione. Non lo trovo particolarmente simpatico con questo suo ghigno un po’ arrogante, il suo modo di scrivere ricco di iperboli non è quello che più corrisponda ai miei canoni giornalistici, non mi piace nemmeno il suo modo di raccontare i fatti sempre tendenzioso e, quanto mi è capitato di riscontrarli, spesso impreciso. Con tutto ciò non posso negargli la mia stima, visto quanto ha contribuito a tenere vita l’attenzione del paese sulla corruzione politica anche quando gli italiani sembravano più che propensi a voltarsi dall’altra. Sia come sia, Travaglio ha solleticato la mia curiosità giorni addietro attaccando dalle colonne de “Il Fatto Quotidiano” quella parte della cultura di sinistra che non lo può vedere e che, oltre a non poterlo vedere, non vede nemmeno ciò che Travaglio denuncia.
Il fastidio di una parte del mondo della sinistra per Travaglio è abbastanza evidente da lungo tempo, le ragioni lo sono un po’ di meno ed ho provato ad indagarle.
Innanzitutto Travaglio nasce come allievo di Montanelli, grande nemico della sinistra italiana, almeno fino all’apparire di Berlusconi, questo già non lo presenta bene. Un’altra caratteristica di Travaglio è il negare a sé stesso ogni appartenenza politica tra sinistra e destra: in genere a chi fa della scelta di campo la sua chiave di lettura della realtà, nulla dà più fastidio di chi invece scelte di campo non ne vuol proprio fare, e questo è un altro elemento di possibile spiegazione. Alla fine però ho l’impressione che più che il personaggio Travaglio disturbi il posizionamento del giornalista torinese, tutto incentrato sul conflitto tra legalità e illegalità, magistratura e politica, corruzione e anti-corruzione. In certi contesti culturali questa contrapposizione probabilmente sa un po’ troppo di manicheismo “bene contro male”per non risultare fastidiosa. Sono tutte ipotesi ma sembrano un po’ deboli per armare la penna di svariati scrivani e scaricarne le pallottole contro Travaglio e quelli come lui, che in fondo rappresentano un alleato contro un nemico comune. Ho l’impressione che il problema abbia più a che fare con quello che Bernard Cohen definiva l’”agenda setting“.
L’agenda setting, nella teoria omonima, è quel meccanismo che all’interno di un sistema culturale genera gli argomenti di cui le persone parlano, discutono ed attorno alle quali si dividono. Da quando Berlusconi è entrato in politica con i suoi mille scheletri nell’armadio, i suoi mille scandali e quindi le sue mille battaglie contro la magistratura impicciona, l’agenda si è spostata dai temi consueti della politica tra capitale e lavoro, tra liberismo ed equità sociale, a quelli meno consueti del dualismo tra politici e giudici, tra legalità e intrallazzo. Da un lato ci sono le sparate di Berlusconi contro i magistrati, le leggi bavaglio, ed i vari giornalisti di Casa Berlusconi pronti ad attaccare i giudici, ma dall’altro non ci sono solo i magistrati ma anche uno stuolo di giornalisti e perfino molti cittadini che giustamente si indignano di fronte al fatto che ci siano personaggi ai vertici della nostra politica in confronto ai quali Gambadilegno è un onest’uomo. Il problema è che a forza di parlare di legalità e illegalità non si parla dei licenziamenti in FIAT o di quanto la manovra di Tremonti depredi le famiglie. E’ chiaro che chi ha passato la sua vita a difendere i diritti dei lavoratori non celi il suo disappunto di fronte alle prime pagine dei giornali occupate dagli scandali dell’eolico o delle escort per relegare alle pagine interne i temi che interessano i diritti ed il portafoglio dei più umili.
Purtroppo per loro però il fatto che questi temi siano in testa all’agenda non è sbagliato ma è il segno che la battaglia in Italia si gioca su questi temi. L’anomalia italiana non è costituita dalla FIAT che licenzia o da una manovra impopolare, ma da una classe politica che si alimenta della sua stessa corruzione e che messa di fronte alle sue responsabilità non sa far altro che chiudersi nel suo palazzo, che cercare di limitare quella democrazia che parassita e dalla cui possibile reazione è però sempre terrorizzata. Una volta che questa anomalia sarà rimossa, se mai accadrà, allora l’agenda italiana tornerà a riempirsi dei temi consueti. Fino ad allora, purtroppo per loro, gli avversari di Travaglio dovranno rassegnarsi a sentir parlare di processi e di sentenze e non di crescita e diritti.

18 Luglio 2010

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