Un giorno in Università

Lunedì scorso era previsto l’appello di esame di Semiotica per il quale il sottoscritto si era prenotato. A dir la verità le premesse non erano state le migliori: qualche settimana fa mi ero recato a ricevimento dal docente, prendendo una mezza giornata di permesso dal lavoro, ed avevo trovato un biglietto sulla porta dell’ufficio che mi annunciava che il ricevimento non ci sarebbe stato…
Sta di fatto che alle 10 ero a Palazzo Nuovo (per chi non lo conosca, sede principale dell’Università di Torino) davanti all’aula 36, luogo deputato al mio esame, che però presentava tutte le caratteristiche di chi sta ospitando un esame scritto. Quando poco dopo arrivava il docente, accertata l’indisponibilità dell’aula, ci si metteva, in un gruppone tipo pulmann di turisti giapponesi, alla ricerca di un’aula che ospitasse la cinquantina di persone che eravamo. Alla fine un’aula si trovava ma solo per radunarci e sentirci dire che l’esame sarebbe stato al pomeriggio e solo per i candidati alla Teoria della Narrazione. Per quanto riguarda gli studenti di Semiotica se ne sarebbe parlato il 19 p.v.
Nell’incapacità di commuovere qualche studente di Teoria della Narrazione ed indurlo a passare al posto mio, passavo all’approccio implorante e chiedevo al professore di farmi passare lo stesso al pomeriggio: gli strappavo un sì e mi godevo un breve momento di gioia. Me lo godevo per poco perché in breve mi rendevo conto che sarei stato l’ultimo di un numero sterminato di persone.
Alle 14 ero di nuovo a Palazzo Nuovo, questa volta in aula 6, e l’affluenza in effetti era cospicua in un’aula piuttosto piccola e caratterizzata da una temperatura fuori scala. Passavo tutto il pomeriggio lì, meravigliandomi di quanti pc portatili avessero gli studenti di Scienze della Comunicazione. Mi meravigliavo anche di come l’aria condizionata, di cui oggi è dotata anche l’azienda più scalcinata, sia ancora una tecnologia del tutto sconosciuta presso gli Atenei.
Passavo alla fine alle 19.15 facendo una breve chiacchierata con il docente e fuggendo poi a casa con il solo desiderio di una doccia tonificante.
E’ giusto che l’Università sia ancora un luogo in cui i giovani forgiano la loro capacità di resistere agli imprevisti più disdicevoli e inconsueti, a sopportare l’ansia del fluire vano del tempo, a sostenere condizioni altrove considerate intollerabili? O forse sarebbe meglio che fosse un luogo nel quale si cerca nel modo più rapido ed efficace possibile di entrare nel mondo del lavoro, senza una corsa ad ostacoli tra mille problemi organizzativi?
Dieci anni fa fu svolta un’indagine in alcuni paesi europei che evidenziava come, nonostante in Italia il peso dell’Università sia quasi completamente sulle spalle delle famiglie e non sempre le famiglie ce la facciano, siano comunque pochi gli studenti che lavorano rispetto agli altri paesi. Non mi pare peregrina l’ipotesi che ciò accada proprio a causa delle condizioni disagevoli con cui la maggior parte degli studenti italiani devono fare i conti e che rende difficile far convivere il modo imprevedibile in cui si sviluppano gli eventi in Università con il mondo del lavoro che richiede scadenze e tempi solitamente piuttosto rigidi.
Immagino che se chiedeste ad un componente del nostro Governo un parere in merito, direbbe che una migliore organizzazione dell’Università è da considerarsi una “pretesa” da parte degli studenti e dei professori che devono pensare a studiare ed a insegnare invece che all’aria condizionata. Ho l’impressione che questa diffusissima cultura dello sgobbonismo, questa convinzione che noi italiani siamo meglio degli altri perché abituati dalla disorganizzazione della nostra società a sapercela cavare nelle situazioni più difficili, sia uno dei tanti freni del nostro Paese.
P.S. Comunque l’esame l’ho passato! Evvai!!

15 Luglio 2010

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