The road

E’ sempre difficile sedersi di fronte ad un film drammatico senza porsi subito le solite domande: “Chi sono i cattivi? Dove sono? Cosa fanno? Cosa vogliono?”. E’ vero: siamo cresciuti in una fase della storia dell’umanità in cui il concetto di bene e male è andato sfumandosi e la cosa ci ha permesso di fare qualche passo avanti rispetto ai tempi in cui gli indiani erano solo cattivi e i cow boys erano solo bravi, in cui il lupo era solo cattivo e i capretti solo bravi. Eppure, nonostante le cure somministratemi a base di “Soldato Blu” e “Lupo de Lupis”, ancora oggi quelle domande danno segni di sé nella mia mente, all’inizio di ogni storia: forse nel tentativo inconscio di riconoscere nella trama di un film un canovaccio narrativo standardizzato, ma forse anche per darmi una spiegazione di quello che è successo nel film ed il male è sempre un’ottima spiegazione.
Il film The road sembra proprio un tranello posto allo spettatore dal suo regista, John Hillcoat, per fargli sentire per due ore questo bisogno. Il regista gioca su questa sotteranea esigenza, non mostrando mai bene i cattivi se non attraverso vaghe immagini che danno un’idea ma non spiegano, non chiariscono qual è lo spartiacque tra buoni e cattivi, cosa fanno o cosa hanno fatto i cattivi per essere considerati tali. Alla fine scopri che i cattivi forse non ci sono, che la violenza, il disastro, la devastazione civile, perfino il cannibalismo, sono il frutto del non riconoscere reciprocamente la propria umanità, che pensare al mondo come popolato da cattivi è il miglior modo per rientrare in quella definizione, che anche il nobilissimo intento di proteggere i propri cari può trasformarsi in un’ostilità verso il mondo esterno la quale può diventare frutto di nuova violenza e nuova sofferenza.
Nella coppia padre e figlio composta da Viggo Mortensen e Kodi Smit-McPhee, il padre buono che protegge il bambino da ogni pericolo e che sacrifica tutto per lui, diventa in realtà un ostacolo per la riscoperta del mondo esterno, per la riscoperta dell’umanità dell’uomo, della sua capacità di fidarsi, e alla fine è proprio in questa capacità che il film riscatta un’umanità ancora non perduta, non completamente. Non ho letto il libro di Cormac McCarthy dal quale il film è tratto, ma per quanto riguarda la pellicola di Hillcoat, trovo che proprio in questo messaggio di fiducia come chiave per la salvezza dell’uomo nel momento di crisi, più che nella tematica ambientale che fa solo da contorno alla narrazione, stia il senso più profondo della storia, un senso che in tempi di crisi e di insicurezza va decisamente valorizzato.

30 Giugno 2010

Non ci sono ancora commenti ma sicuramente tu avrai qualcosa da dire...

Dì la tua

terremoto centro Italia

Ultimi interventi

Archivi

Categorie

Pagine varie

I miei posti preferiti

I miei blog preferiti

Feed su RSS

Meta

Technorati

FB NetworkedBlogs