Tifare contro il potere

Su La Stampa di Sabato scorso Massimo Gramellini ha pubblicato un pezzo nel quale criticava apertamente, con l’occasione della finale di Coppa Campioni e dei prevedibili festeggiamenti che si sarebbero avuti in caso di sconfitta dell’Inter, l’atteggiamento tipico del nostro paese di gioire delle sconfitte altrui, anziché radunarsi attorno ad una bandiera, che pur non è la propria, in nome del superiore amor di patria.
Come giustamente sottolineava Gramellini questa abitudine non è certo circoscritta al calcio ma abbraccia l’intera vita pubblica italiana, anche quando l’interesse di patria è molto più chiaro che in ambito calcisitico. Può non essere immediato il fatto che il nostro paese ci guadagni qualcosa se la Coppa la vince l’Inter piuttosto che il Bayern, mentre è chiaro che un abbassamento del rating dei nostri titoli di stato non è cosa buona per l’economia, eppure sono in molti, tra coloro che non hanno simpatia per il governo in carica, a fregarsi le mani quando la nostra economia viene bocciata dalla finanza internazionale o quando qualche altro indicatore dimostra che le cose vanno male, in ciò bocciando ai nostri occhi il governo che di questo esito riteniamo responsabile.
Gramellini nel suo articolo si ferma all’arringa nei confronti degli italiani, animati da odio ed invidia per chi è al potere; io, nel mio piccolo, proverei a fare un passo in più spingendomi ad una domanda ulteriore: quanto dell’odio che ci fa esultare per la caduta di chi comanda è un nostro problema e quanto è motivato dall’incapacità di chi comanda di gestire il proprio potere senza necessariamente rendersi odioso, senza abusarne, senza trasformarsi in un dittatore che proponga ai cittadini la sua caduta come l’unica speranza per liberarsene?
E’ vero o non è vero che in Italia chi raggiunge il potere (ed una vittoria calcistica è solo uno dei tanti aspetti che il potere può assumere) ha un’unica grande priorità, quello di conservarlo in ogni modo e ad ogni costo, e l’amministrare quel potere nell’interesse della collettività o dell’organizzazione che lì li ha posti, è l’ultima delle sue preoccupazioni? E’ vero o non è vero che chi ha una posizione dominante non perde occasione per esibire il suo potere, in un richiamo continuo al classico “leinonsachisonoio”?
E’ indubbio che l’Inter sia una grande squadra ma è altrettanto indubbio che la sua forza risieda non solo in un budget enorme proveniente dall’esterno della società calcistica (mentre molte altre società si autosostengono), ma anche in un controllo totale del mercato che ha consentito ai dirigenti nerazzurri di comprare quanto di meglio proponeva il mercato (Lucio, Thiago Motta, Milito, Sneijder, Pandev) spendendo più o meno quanto la Juventus ha speso per Diego e Melo. Saranno fessi i dirigenti della Juventus per carità, ma l’ipotesi che si siano scontrati contro un muro non è proprio peregrina. Non contenta la società nerazzurra sfrutta una sua presenza quasi ossessiva sui media per esercitare una pressione continua su arbitri e federazione.
D’altra parte non è che chi ha conteso il calcio italiano a Moratti, prima che Calciopoli instaurasse una sorta di dittatura, avesse politiche dissimili da questa ed il discorso dei diritti televisivi, sui quali da anni i grandi club lottano per tenersi la fetta più grossa, rientra in questo genere di atteggiamento.
Abbandonando il calcio per pensare alla politica le cose non cambiano molto: sarebbe fin troppo facile ricollegare questo discorso agli atti compiuti dal governo attuale, con leggi ad personam, la legge sulle intercettazioni tesa a mettere sotto silenzio gli scandali, l’installazione di direttori compiacenti alla RAI, eccetera. Non si può tuttavia negare che anche i governi passati non abbiano certo trascurato certe pratiche. Storicamente né i governi di destra né quelle di sinistra hanno mai provato a sottrarre la RAI alla logica dell’assoggettamento alla maggioranza di governo in carica, né l’idea di modificare la Costituzione a colpi di maggioranza è un’invenzione di Berlusconi.
Anche nel nostro quotidiano la questione si ripropone: il proprietario di SUV è antipatico perché è pieno di soldi o perché lo parcheggia regolarmente sul marciapiede? Chi guidi un’auto sportiva ci infastidisce per invidia o perché ci taglia la strada a tutta velocità quando meno ce lo aspettiamo?
Nella sostanza chiunque in Italia raggiunga una posizione di potere non fa altro che mettere in atto azioni destinate ad arricchire quel potere e renderlo una fortezza inespugnabile, assumendo le sembianze tipiche del dittatore e facendo assumere a noi l’atteggiamento tipico che l’opinione pubblica ha sotto una dittatura, ovvero una trepidante attesa che al dittatore accada qualche disgrazia che ce ne liberi. Tra quanti tifano per il Bayern o per Standard & Poor’s ci sono certo molti che lo fanno solo per odio verso il potente, ma molti probabilmente lo fanno invece perché hanno la sensazione che il pesante tonfo sia l’unica speranza di ricambio al vertice che qualunque ambito della vita pubblica italiana contempli.
Preso atto di ciò mi resta da pormi un ulteriore interrogativo: la colpa di questo meccanismo sta davvero in qualche caratteristica della classe dirigente italiana o non è piuttosto un atteggiamento che molti cittadini di questo paese hanno che consente alla classe dirigente di assumere rapidamente posizioni quasi dittatoriali? Non è proprio la tendenza di molti a salire sul carro del vincitore che rende il vincitore così antipatico a quelli che per scelta o per mancanza di posto non sono saliti? Se i cittadini fossero un po’ più critici nei confronti della classe dirigente forse non avremmo poi dei potenti così bulimici da scatenare in noi reazioni di odio e repulsione in un circolo vizioso continuo tra tendenza alla genuflessione ed alla sovversione.
Forse tra l’odio verso il potere e l’amore per il bastone del padrone c’è una posizione più equilibrata che aiuterebbe tutti noi a vivere con più tranquillità e serenità tutto ciò che succede nella vita pubblica, dalle elezioni alla finale di Coppa dei Campioni.

24 Maggio 2010

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