Morire per l’Afghanistan

Questa settimana altri due ragazzi italiani hanno sacrificato le proprie vite per la missione in Afghanistan. Ogni volta che è accaduto subito i giornali si sono affollati di domande sulla necessità della partecipazione a quella che non si può definire una guerra per motivi di forma della nostra partecipazione, ma che è sicuramente qualcosa comunque di diverso da una guerra tradizionale.
Chi infatti guardi l’Afghanistan come fosse una riedizione del Vietnam nel quale un popolo lotti unito per la propria indipendenza è abbastanza fuoristrada, così come lo è chi guardi alla situazione come alla lotta contro una cricca di terroristi assetati di sangue. Il problema è che la nostra cultura nazionale (per quanto non sempre matura, come succede in Italia) ci rende difficile analizzare una terra circondata da un confine senza le semplificazioni che in Europa possiamo fare, ma che in Asia non sempre valgono, e che per inciso in Africa non valgono quasi mai. Molti dei confini che i colonizzatori hanno lasciato in giro per il mondo hanno un senso solo in quanto scelte strategiche o semplificazioni geografiche, ma ciò che sta dentro ad un confine nazionale spesso non ha alcuna omogeneità sociale, civile e culturale che è invece condizione necessaria per il riconoscimento di un potere unificante, specialmente se di natura democratica. L’Afghanistan è un coacervo di etnie, di lingue e di culture che hanno reclamato sempre la propria autonomia rispetto ad istituzioni nazionali che le potenze straniere hanno cercato nel tempo di installare nel paese per avere un riferimento costante ed affidabile. La dimensione naturale del paese è invece quella tribale, sulla quale, mi pare di poter dire, i Talebani avevano puntato all’insegna dell’oscurantismo e dell’integralismo, dal punto di vista culturale, e della tolleranza verso traffici di droga e armi, dal punto di vista economico, raggiungendo un buon compromesso di stabilità. Per giungere a quello che pare essere l’obiettivo finale, ovvero la democratizzazione del paese ma soprattutto l’istituzionalizzazione del suo governo, questa dimensione va stravolta, forse cancellata. E’ giusto farlo? Dal punto di vista etico mi verrebbe da dire di no, mi verrebbe da dire che ogni popolo ha diritto di vivere secondo le proprie abitudini, culture ed usanze. Mi si può obiettare che se però quel popolo compie pratiche come quella di gestire il traffico di droga, o di ospitare organizzazioni terroristiche, il resto del mondo ha anche il diritto di reagire e di risolversi a tenere sotto controllo quel popolo. E’ però anche vero che quel popolo se ne è stato tranquillo sulle montagne senza ospitare organizzazioni terroristiche, finché noi europei non siamo andati a casa loro a colonizzarli.
Insomma non c’è una risposta chiara e una soluzione risolutiva. C’è solo la convinzione che se davvero la modernizzazione del paese (ovvero l’introduzione di un modello di stato moderno, democratico e stabile) è quello che i governi occidentali vogliono realizzare in Afghanistan la strada è lunga ed incerta e, ho l’impressione, l’esercito vi sia relativamente poco coinvolto, perché i cambiamenti culturali in genere non arrivano sui carri armati.
Per questo e non per altro ho l’impressione che morire per l’Afghanistan sia oggi sempre più assurdo.

20 Maggio 2010

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