L’internazionalismo e le bandiere

In tempi di mondiale suonerà fuori posto, ma vorrei tornare indietro nel tempo alla sfida tra Roma e Inter che ha caratterizzato questo Campionato. La sfida tra le due si è giocata anche sui blog con alcuni attacchi dei blogger interisti alla Roma come società, tra i quali segnalerei quelli di Gilioli su Piovono Rane e di Bisin su NoisefromAmerika. Quest’ultimo sollevava un tema interessante: quello dell’estremo legame della Roma con il territorio e con la città, contrapposto all’Inter, squadra più vicina ad un modello “Globe Trotter”, cioè ad un approccio allo sport come puro spettacolo che quindi non concepisce legami con il territorio, non concepisce giocatori-bandiera e così via e sembra anzi voler dimostrare, con un ricambio continuo di giocatori ed allenatore, di essere forte a prescindere dai suoi interpreti. Bisin vede la cosa in analogia alla contrapposizione tra modelli di apertura o chiusura del mercato, di globalismo o di localismo e quindi boccia il modello “nazionalista” della Roma.
Prima di stabilire qual è il modello migliore per un mercato credo valga però la pena di chiedersi che cosa si vende su quel mercato. La merce che vende il mercato del calcio non è solo puro intrattenimento, quello che il calcio vende sono emozioni di tipo lievemente più articolato. Il momento preferito dallo spettatore di una partita non è necessariamente la prodezza del fuoriclasse, l’azione spettacolare, ma è invece il gol, anche se segnato per caso, è il momento in cui entrano in campo le squadre e si canta l’inno, è l’emozione che la tua squadra riesce a comunicarti attraverso i colori, i suoni, in generale i sensi. Quell’emozione ha molto a che fare con un senso di appartenenza che ti fa gioire per un gol non perché bello ma perché lo senti come un trionfo personale. Come tutti i sensi di appartenenza anche quello per una squadra di calcio, per funzionare meglio, si deve appoggiare a basi oggettive, che possono essere di tipo ideologico (limitato in genere a idee semplici del tipo “Noi siamo i migliori” o al limite “Noi siamo quelli più sfigati”) ma molto più spesso geografico. La maggior parte dei tifosi di una squadra perciò lo sono semplicemente perché è la squadra della loro città, e tifano Fiorentina o Juve esattamente come tiferebbero per la Ribollita o per la Bagna Caoda, per il Chianti o per il Nebbiolo.
Non dico che il modello Inter non possa funzionare, anzi magari a tendere sarà quello vincente, ma ho la sensazione che il tendere durerà ancora parecchi lustri e, prima di abbandonare la propria anima, il calcio attraverserà parecchie crisi di identità: basti pensare a quanto dell’interesse per i mondiali di calcio sia legato proprio ad un’appartenenza nazionale, la cui mancanza ha fatto finora fallire invece i tentativi di dar vita ad un mondiale per club di analoga risonanza. Del resto la squadra più forte in Europa del momento, il Barcelona, fonda il proprio rapporto con i suoi tifosi su un profondo senso di identità etnica e geografica legato all’orgoglio catalano e non manca mai di sfoggiare un certo numero di giocatori locali per sostenere questa immagine.
In questo lungo frattempo possono convivere approcci diversi, esattamente come sulle nostre tavole convivono la cucina etnica e la riscoperta dei prodotti della tradizione, il Sushi ed il Castelmagno. In fondo mi rallegro di essere tifoso di una squadra il cui portiere dichiara che non andrebbe mai a giocare nell’odiata avversaria, è un segno di quell’appartenenza che è ovviamente espressione di un’ingenuo senso di fazione (che in altri ambiti sono pronto a biasimare se non a condannare) ma che alla fine alimenta la maggior parte delle emozioni che mi portano da così lungo tempo a frequentare gli stadi.
Chi vedrà il mondo di dopodomani saprà se davvero il calcio diventerà pura esibizione e magari saprà anche se per allora avremo perso qualunque senso di radicamento al territorio, alle tradizioni culinarie, a quelle culturali, alle consuetudini sociali, per perderci in un monoculturalismo mondiale. Io non credo che andrà così, per quanto la comunicazione possa ridurre le distanze. In fondo a fianco del bisogno di conformismo e di omogeneizzazione permane sempre in ognuno di noi il bisogno di differenziarsi e il posto dove si abita o si è nato è pur sempre un elemento adatto a differenziarsi.

15 Giugno 2010

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