Spirito di corpo

C’è uno che va allo stadio Olimpico di Torino e gli piomba addosso una bomba carta, gli distrugge uno zaino e se al posto dello zaino ci fosse stata la sua testa forse non sarebbe tornato a Parma a raccontarlo. C’è invece uno che va ad una festa di compleanno a Roma in motorino, lo ferma un poliziotto e inizia a prenderlo a botte e siccome i criminali sono spesso anche vigliacchi una squadra di altri poliziotti si unisce al primo e il ragazzo finisce la sua serata in galera con un dente in meno, sei punti di sutura alla testa, e l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, forse perché si è protetto con le mani mentre lo gonfiavano di botte. Nel frattempo la folle nottata della Polizia continuerà con altri arresti a caso e violenze gratuite.
Cosa ha in comune il delinquente che ha lanciato la bomba carta con i delinquenti che hanno picchiato Stefano Gugliotta, a parte il disagio mentale che porta al belluino desiderio di sfogare la propria aggressività su un perfetto sconosciuto? Hanno in comune quella cosa terribile che va impropriamente sotto il nome di spirito di corpo. Gli ultrà come le forze dell’ordine sono infatti caratterizzati da uno spirito di solidarietà interno al gruppo che è più forte di ogni regola sociale, una solidarietà malata che porta inevitabilmente ad accettare e coprire gli eccessi l’uno dell’altro, in nome di una comune appartenenza. Intendiamoci, lo spirito di corpo propriamente detto sarebbe un’altra cosa, sarebbe il senso di appartenenza ad un’organizzazione che ti porta ad averne cara l’immagine e la dignità, ma una mentalità malata, purtroppo diffusa, distorce tale spirito fino a renderlo null’altro che il più puro e barbaro spirito da clan che affonda le sue radici in una cultura tribale che non smette di ammorbare la civiltà moderna. E’ questo quello che porta il tifoso ultrà a pensare che può lanciare la bomba o il poliziotto che può picchiare selvaggiamente una persona, sapendo di poter contare sul silenzio se non sulla complicità dei propri compagni.
E’ singolare provare a navigare in queste occasioni, parallelamente, i siti di ultrà e quelli della polizia per trovarvi gli stessi ragionamenti, basati su “noi” e “loro”, senza però capire chi è “loro”; per sentire il ripetersi del tema dell’esasperazione per “quello che dobbiamo sempre subire”, senza spiegare da chi si subisce e che cosa lega costui a colui con il quale ci si sfoga. E’ come se si sentisse il bisogno di inventare una guerra che non esiste, con un nemico indefinitio, solo per giustificare il bisogno di dissetarsi alla fonte della violenza.
Il fatto che una logica che vale per gruppi paramilitari, chiaramente al di fuori di ogni legalità, come i gruppi ultrà, valga anche per la Polizia di Stato dimostra come una logica malata non concepisca confini dovuti a regole e strutture istituzionali. Nemmeno il caso Cucchi ha indotto la Polizia ad una virata, al superamento di una logica medievale. Non è difficile superare questa logica, è sufficiente che la civiltà prevalga sul cosiddetto spirito di corpo. Anni fa sempre all’Olimpico di Torino vi fu un episodio di un tale che, da un settore non controllato dagli ultrà, lanciò un petardo in campo e fu immediatamente denunciato alla polizia dai suoi vicini, portato via e condannato ad un anno con la condizionale. Questo dimostra come la violenza sia facilmente disinnescata quando chi vi è incline sa di non poter contare su complicità e impunità.
Quando anche la Polizia capirà che la sua credibilità si difende non occultando colpe evidenti, ma punendo esemplarmente chi le commette, avremo corpi di Pubblica Sicurezza più credibili e che davvero possono combattere la violenza non istituzionale. Ma insieme alla Polizia dovrebbe capirlo una buona parte della società italiana a partire dai politici che quella parte di società elegge.

10 Maggio 2010

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