Perché siamo antipatici?

Ho finito di leggere il libro di Luca Ricolfi: “Perché siamo antipatici“. Il libro è di qualche anno fa ma riecheggia temi che il sociologo-opinionista spesso ripropone dalle colonne de La Stampa. I detrattori di Ricolfi potrebbero dire che il leit-motiv del suo pensiero è: “La destra vince perché fa la destra. Se la sinistra smettesse di fare la sinistra e iniziasse a fare la destra vincerebbe” e questo libro non si discosta da questo tema, anche se è comunque una fonte interessante di riflessione sulla contrapposizione destra-sinistra.
Banalizzando potrei dire che il libro elenca i seguenti difetti della sinistra italiana: è troppo condizionata da una struttura ideologica rigida che la porta ad adattare via via quanto accade alle proprie aspettative ideologiche e non il contrario (quello che viene definito “schema secondario“); la sinistra parla troppo difficile; si discosta troppo da quello che si definisce il ”senso comune; si sente superiore alla destra. Spunti di riflessione interessanti, dicevo, ma trattati con poca analicità. La domanda più ovvia (domanda a cui non solo Ricolfi non risponde ma che sembra non essersi nemmeno posta) è: “Ma questi difetti sono tipici della sinistra italiana o lo sono della sinistra in generale?”. Non è una mera curiosità perché il rischio è che non siano propriamenti difetti della sinistra italiana (come parrebbe di intuire dal testo) ma che siano delle caratteristiche (o se preferite delle deformazioni) della sinistra rispetto alla destra in un qualunque contesto politico.
E’ sicuramente vero che quando la sinistra italiana si trova a dover fare i conti con temi che si richiamano a questioni ideologicamente sensibili (il lavoro, l’ambiente, il pacifismo) spesso ricorre a complicate circonlocuzioni per giustificare posizioni pragmatiche che apparentemente stridono con il dettato ideologico. A me pare però che questo sia un elemento comune a qualunque movimento politico che abbia un’impronta ideologica, in Italia come altrove. Basti pensare a quali acrobazie debbano fare i caporali leghisti per giustificare ai loro elettori gli stanziamenti per Roma capitale o i tagli agli enti locali oggi che sono al governo del paese, dopo anni passati a lamentarsi proprio di questi comportamenti da parte di “Roma ladrona”. Non è quindi ipotizzabile che la fazione più progressista del mondo politico (che la sinistra dovrebbe teoricamente incarnare) abbia dettami ideologici più espliciti e quindi faccia più fatica a mantenere il proprio operare coerente con tali dettami? E se è così non è quindi scontato che la sinistra, in Italia come altrove, faccia più frequente ricorso della destra a quelli che Ricolfi definisce ”schemi secondari”?
Altro punto è quello del linguaggio: la sinistra ha paura delle parole e la sinistra parla difficile. Sul primo punto la non italianità del problema pare quasi scontata, visto che il parlare “politically correct” nasce certamente negli Stati Uniti. Il parlare “politically correct” non è frutto solo di un eccesso di scrupolo, anche se talvolta può suonare eccessivo e petulante, ma soprattutto dalla necessità di aprire la società ai diversi, esigenza che una forza progressista ha il dovere, per sua missione, di cogliere prima di una forza conservatrice. Anche il fatto che la sinistra parli difficile non è così strano: è molto più facile parlare di quello che si vive e si conosce che di quello che è confinato a scenari futuri e ad ipotesi. Chi è progressista è portato a prefigurare situazioni ipotetiche, linee di sviluppo, scenari futuri e che in questo sia meno comprensibile di chi parla dell’oggi e dell’immediato è appena ovvio. E’ certamente molto più facile parlare di riduzioni di tasse che dei rischi connessi alla crescita del debito pubblico, è in generale più semplice esprimersi con parole semplici quando si cerca di toccare le corde emotive dei cittadini, mentre è più complesso farlo quando ci si richiama ad un’analisi economica o sociale della società. Se le teorie della fisica classica sono più comprensibili di quelle della fisica quantistica non è colpa di Heisenberg, è responsabilità semmai del fatto che per sviluppare la nostra conoscenza del mondo è necessario addentrarsi in territori sempre più inospitali ed inaccessibili. Che chi abbia una visione progressista della politica lo faccia e si ritrovi quindi a “parlar difficile” è fisiologico ed è improprio considerarlo un difetto.
Anche il discostarsi del “senso comune” pare fisiologico in una forza progressista. Laddove senso comune si intenda come l’insieme delle conoscenze “diffuse” è certo ipotizzabile che un conservatore consideri le opinioni diffuse come consolidate ed un progressista invece le voglia criticarle e ridiscuterle, fa parte della differenza tra le due caratterizzazioni politiche. Quindi è appena normale che la sinistra si discosti dalle opinioni diffuse e quindi dal “senso comune”.
Infine l’ultimo punto richiama un presunto complesso di superiorità della sinistra. Anche qui la domanda che mi viene da fare è se questo complesso di superiorità sia un fatto italiano o meno. Se gli obamiani si preoccupano di trovare una correlazione tra QI medio della popolazione dei diversi stati e esito delle elezioni in quegli stati, mi viene il dubbio che anche in America ci sia la stessa tendenza. Qual è poi l’origine di questo complesso di superiorità? Probabilmente sta nella sensazione, che chi è progressista nutre, di avere alla lunga sempre ragione: pensiamo all’ecologia, alla globalizzazione, ai problemi energetici, tutti campi in cui ciò che anni addietro sosteneva da sola la sinistra radicale oggi è patrimonio condiviso. E’ appena scontato che chi si alzi a guardare avanti possa vedere prima di altri ciò che sta per accadere e che quando ciò accade, possa avere la convinzione di aver avuto ragione, di avere una marcia in più rispetto a chi affronti il problema della gestione politica della società come se essa fosse statica, come se nulla cambiasse. Con ciò non voglio dire che sia giusto che chi è di sinistra si senta superiore: sinistra e destra, conservazione e progressismo, sono due modi diversi di vedere la società, entrambi necessari a creare un equilibrio tra fughe in avanti verso il futuro e immobilismo rispetto all’evoluzione storica della società. Il fatto però che chi si senta più propenso ad un atteggiamento progressista sia convinto di avere ragione è un effetto intrinseco nell’atteggiamento, non una deformazione della realtà italiana.
Alla fine della lettura non c’è nulla di quanto rilevato di Ricolfi che possa essere infondato, ma non c’è nulla che possa essere, come sembrerebbe dal tono del testo, riconducibile ad una peculiarità della sinistra italiana. Tuttalpiù potrebbe essere interessante chiedersi se queste proprietà sono più visibili nell’Italia oggi, allorché la caratterizzazione progressista della sinistra è più chiara, rispetto ai tempi in cui la sinistra in Italia voleva dire PCI, con il suo ambiguo rapporto con l’Unione Sovietica che si rifletteva su una struttura politica interna che di progressista aveva ben poco. Potrei arrivare ad ipotizzare che  la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato in atteggiamenti che forse altrove sono considerati normali, nasca proprio dalla scarsa abitudine nostrana ad un vero fronte progressista
Trovo però che senza un approfondimento su questo tema, senza una caratterizzazione storica della realtà italiana, il testo di Ricolfi resti un conglomerato di idee viste solo in superficie, che forse risulterebbero interessanti se avessero le sembianze di una riflessione delle differenze tra progressisti e conservatori. Come critica alla sinistra italiana finisce invece con il ricordare un po’ il rigore di Nanni Moretti in Palombella Rossa in cui il portiere che l’ha parato spiega al protagonista Michele, perso in mille ipotesi su come dovrebbe essere tirato il rigore, che semplicemente: “Se tu guardi a destra, so che tirerai a sinistra“.
In altre parole piuttosto che spiegare le sconfitte della sinistra italiana con il fatto che ha fatto la sinistra anziché fare la destra, forse sarebbe più utile formulare altre ipotesi. Ad esempio che forse la sinistra perde semplicemente perché gli italiani sono conservatori, e forse gli italiani sono conservatori perché un paese in declino tende fisiologicamente a guardare più al passato che al futuro. Formulare questa ipotesi vorrebbe dire poi chiedersi come fare a far sì che gli italiani riprendano a guardare al futuro. Non sarà una considerazione originale ma anche ipotizzare che le tv di Berlusconi possano hanno avuto una parte in tutto ciò sarebbe un’ipotesi interessante, piuttosto che confinarla ad una sorta di vittimismo della sinistra, come pare fare Ricolfi. Allora ci si potrebbe chiedere come fare ad uscire dal cortocircuito mediatico e se le nuove tecnologie possano sbloccare la situazione. Non saprei pronunciarmi in modo analitico su queste ipotesi e non saprei dare risposte certe alle domande che sollevo, ma sicuramente se vi interessa un approfondimento su questi temi e se volete una risposta a queste domande non cercateli nel libro di Ricolfi.

3 Maggio 2010

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