Sentenze solo apparentemente ideologiche

Non esiste la sconfinata prateria di Internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato, pena la scomunica mondiale del popolo del Web. Esistono invece leggi che codificano comportamenti che creano degli obblighi che ove non rispettati conducono al riconoscimento di una penale responsabilità“. Si apriva così, con una citazione tratta dalle motivazioni della sentenza, l’articolo con cui Repubblica ha raccontato le motivazioni della sentenza con cui il giudice Oscar Magi ha condannato quattro alti manager di Google Italia, nell’ambito del processo che, per chi non lo sappia, riguarda la temporanea presenza sulla risorsa Google Video di un filmato i cui contenuti violavano la legge sulla privacy divulgando dati personali, oltre che diffamare un’associazione che si occupa di bambini Down. Tra i capi di imputazione verso i manager di Google Italy figurava una corresponsabilità nei contenuti caricati sul portale.
Intendiamoci l’affermazione sopracitata è ovvia, è quasi tautologica, e proprio questa sua ovvietà porta a vederla, leggendo l’articolo, come una sorta di mantello ideologico della sentenza che pare gettare una significativa ombra sull’operato dei giudici.
Nell’articolo di Repubblica si specifica poi che in realtà la motivazione della condanna non è legata al mancato controllo preventivo dei dati inseriti (accusa dalla quale in realtà gli imputati sono stati assolti) ma alla carenza nell’informativa sui dati personali presentata agli utenti in fase di registrazione e upload, ma vengono riproposti subito dopo altri passi della sentenza dal quale si percepisce un intento ideologico, o almeno un’impostazione dottrinaria in merito alla questione.
Essendo totalmente digiuno di diritto ho faticato assai a muovermi nelle 111 pagine della sentenza ma alla fine l’impressione che ho tratto è che il giudizio fosse al contrario discretamente “laico”, che si affermasse con chiarezza l’inesigibilità di un controllo preventivo sui dati immessi sul portale da parte dei responsabili dello stesso, che il capo di imputazione che ha fatto scattare la condanna è solo ed esclusivamente quello dell’informativa sulla privacy e che le frasi riportate sono parte di un discorso che, solo se estrapolate dal contesto, assumono il tono che hanno nell’articolo.
Se io scrivo “E’ vero che in taluni più efferati casi un omicidio non può non scatenare nell’individuo un sentimento di respingimento di ogni moderazione nell’individuazione della punizione che lo porta ad invocare l’uccisione di un essere umano che si è spinto tanto oltre rispetto ai limiti che la civiltà umana si è data, ma in considerazione di un superiore valore assegnato alla vita umana e del fatto che tale reazione, pur comprensibile, risponde agli stessi sentimenti violenti e belluini che combatte, sono del tutto contrario alla pena di morte.“.  Immaginate che qualcuno riporti il mio discorso nelle sole parti in grassetto: trasformerebbe la condanna della pena di morte in una sua apologia. Questo è il gioco che spesso i giornali fanno e che alla lunga porta molti di noi ad essere sempre più scettici verso ciò che ci viene proposto.
Tornando alla sentenza se ne può discutere e non conosco così bene la normativa in merito per pronunciarmi su quanto fosse effettivamente carente l’informativa sulla privacy ma di certo si tratta di qualcosa di molto diverso da quanto ci è stato raccontato dai media. Tra l’altro la considerazione finale della sentenza, che ricorda che in merito a quest’area sarebbe utile avere una buona legge quadro, è sicuramente condivisibile. Sicuramente fintanto che avremo un Parlamento popolato da analfabeti e da avvocati intenti solo ad inventarsi leggi per evitare che i loro clienti vadano in galera, ciò non succederà mai, ma successivamente chissà…

14 Aprile 2010

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