Un coto come presidente

Nel dialetto torinese l’espressione coto (pronuncia: cutu) sta a significare persona con limitate capacità intellettive e deriva dal nome dello storico Istituto Cottolengo di Torino che prestava assistenza in particolare agli affetti da malattie mentali. Durante l’ultima campagna elettorale il candidato alla presidenza del Piemonte Cota (poi vittorioso) è stato soggetto quindi a facili ironie per via del cognome, ironie peraltro aiutate anche dal fatto che non si può certo dire che l’esponente leghista sia dotato di un’espressione particolarmente intelligente. Un ben più illustre precedente è stato certamente George Bush jr, che è diventato ed è rimasto per otto anni l’uomo più potente del mondo, pur essendo dotato di uno sguardo decisamente poco brillante. Non mi dilungo ad esprimere il mio parere sull’effettiva rispondenza dell’aspetto all’intelligenza dei personaggi ma, in considerazione del fatto che molti elettori non vanno molto oltre le apparenze, vien da pensare che l’intelligenza non sia necessariamente la qualità che più viene ricercata in un leader politico.

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Eppure ho l’impressione che non sia sempre stato così: nel passato gli uomini politici (di destra o di sinistra indifferentemente) apparivano tutti come dei grandi pensatori, anche le pose in cui venivano ritratti erano pensose, meditabonde, quando parlavano abbondavano di aggettivi, di parole pesate. I politici di oggi vengono ritratti in pose da fototessera, i loro discorsi sono ridotti all’osso tanto da essere costretti a continue rettifiche per renderli compatibili con la complessità della trattativa politica.

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Come nasce questo cambiamento? L’ipotesi che mi vien da fare è che nell’Italia di trent’anni fa, di recente alfabetizzazione, i depositari della cultura fossero visti quasi come degli eroi, un’istituzione da riverire. Allora chi si destreggiava con concetti complessi, difficilmente accessibili era guardato con ammirazione. Oggi invece alla cultura ci si accosta con diffidenza, quasi con fastidio, un discorso complicato è quasi sicuramente una presa in giro, nasconde un probabile tentativo di raggiro. Tutto questo porta buona parte dell’opinione pubblica a scegliere preferenzialmente chi sente uguale a sé, chi vede le cose come le vedono tutti, chi individua come problemi quelli che tutti sentiamo tali e quindi chi individua per essi le soluzioni più semplici.
Tutto ciò ha un grosso difetto: i problemi che tutti sentono tali spesso sono falsi problemi e le soluzioni efficaci spesso non sono quelle più semplici o quelle più facilmente comprensibili. Non mi sarà difficile farmi capire se dico che il problema principale sono gli immigrati, anche se probabilmente sto dicendo il falso, mi sarà invece molto difficile spiegare che il debito pubblico è un problema molto più grave, anche se probabilmente è vero. Il risultato è incentivare una generazione di politici, che vanno sotto il nome di populisti, che non fanno che combattere falsi problemi con soluzioni inefficaci.
E’ una trasformazione senza ritorno? Non saprei rispondere, ma un filo di speranza mi viene ricordando quanto raccontantomi a proposito di una serie di interviste fatte ad elettori all’indomani del successo elettorale di Obama. Uno di questi diceva qualcosa del tipo: “L’altra volta ho votato per Bush perché mi pareva uno come me, uno con cui sarei andata a bermi una birra. Però poi ho capito che uno che deve governare gli Stati Uniti non può essere uno così. Deve essere una persona speciale, uno che mi desta ammirazione. Per questo ho votato Obama questa volta“. Nella saggezza dell’umiltà di questo anonimo signore trovo la speranza che in un futuro avremo anche in Italia meno politici in cui riconosciamo e più politici che ammiriamo.

11 Aprile 2010

Un solo commento. a 'Un coto come presidente'

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  1. silvia afferma:

    In effetti l’espressione del Coto non e’ proprio vispa, ne’ qui ne’ tantomeno sui due manifesti elettorali dove si presume si sia pure messo in posa perche’ sembrasse avere lo sguardo profondo, con il solo risultato di sembrare pure miope!
    Concordo con l’analisi e azzardo una spiegazione psico-sociologica personalissima sul perche’ la famosa maggioranza degli Italiani si orienti verso politici non particolarmente acuti e brillanti. Credo sia piu’ facile, gratificante e rassicurante confrontarsi con modelli alla propria portata piuttosto che scegliere rappresentanti e modelli troppo in alto: che impegno cercare di avvicinarsi ai valori che incarnano! Molto meglio, soprattutto in un momento di crisi, gia’ di per se’ molto impegnativo, guardare ad esempi piu’ al proprio livello, che non li costringano a mettersi in discussione; meglio il Grande Fratello o Darwin a un documentario sull’antica Roma o a Ballaro’.

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