Questo pazzo popolo della sinistra

Le ultime elezioni regionali hanno dato un responso abbastanza chiaro per quanto riguarda il Partito Democratico ed il centro-sinistra: gli elettori hanno premiato la sinistra laddove il candidato era stato scelto tramite primarie (Puglia, Umbria) o si sono comunque svolte primarie per la scelte delle liste (Toscana), gli elettori hanno invece penalizzato il PD laddove la scelta era stata fatta dalle segreterie di partito, perfino laddove, come in Piemonte, il candidato era il Presidente in carica che riscuoteva pure un discreto consenso. Nel caso di Vendola le primarie sembrano esser state quasi miracolose visto che fino a poco prima delle primarie la popolarità del Presidente della Puglia era tra le più basse tra i Presidente in carica ed invece la vittoria alle primarie lo ha lanciato verso un ampio successo. Tutto chiaro, no? E allora vai con le primarie. In fondo non è strano che in un epoca nella quale si diffonde una crescente sfiducia nelle istituzioni far partecipare gli elettori alle scelte sia premiante. E’ assai probababile che molti pugliesi abbiano premiato Vendola, proprio perché l’hanno percepito come una sfida della base elettorale verso le burocrazie di partito e probabilmente la stessa percezione l’avrebbe avuta Chiamparino in Piemonte, se fosse stato contrapposto alla Bresso in primarie regionali.
C’è tuttavia un grosso però: il però è che pochi mesi fa le primarie del PD hanno segnato il trionfo della candidatura alla segreteria di Bersani; l’unico dei tre candidati che non ha mai nascosto un chiaro scetticismo nei confronti dello strumento delle primarie. Come si spiega questa apparente contraddizione? Se si guarda al popolo del PD e della sinistra come ad un’unica entità c’è da rimanere spiazzati. La realtà è che non è un’unica entità, non è altro che una moltitudine di persone in cui si accostano modi diversi di vedere la politica, sintetizzabile in una dicotomia molto grossolana: da una parte ci sono gli iscritti che reclamano il proprio diritto di eleggere il segretario, quelli che “se vogliono contare si iscrivano anche loro”, quelli che credono nella struttura del partito, quelli del partito della piadina al Festival dell’Unità, quelli che “gli asili emiliani sono i migliori d’Europa”, quelli che hanno nostalgia di un partito che fu fabbrica di personale politico di alta qualità; dall’altra parte c’è l’elettorato scettico, quello che diffida delle segreterie dei partiti, quelli che “non mi riconosco in questa politica”, quelli che, se votano, votano ad ogni elezione per un partito diverso, quelli che “la rivoluzione deve partire dal basso”. Per portare questi ultimi a votare bisogna blandirli, bisogna stanarli, andarli a solleticare, bisogna rassicurarli che la scelta è stata democratica, che non ci sono inciuci e connivenze. Così come la mamma che blandisce il figlio più capriccioso anche lo stato maggiore del PD finisce, con questo gioco, per irritare il figlio più ubbidiente, gli iscritti ed ecco quindi l’ostilità verso le primarie della base del partito. Se ci si aggiunge che allo stato maggiore del partito può non piacere l’idea di non poter scegliere autonomamente le candidature il quadro è completo.
Così nasce questo strano fenomeno del PD e della sinistra che hanno l’arma neanche tanto segreta per vincere ma fanno di tutto per non usarla.

7 Aprile 2010

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