Le bugie, le città e le province

Il partito del capo del governo ha registrato nella tornata elettorale regionale dello scorso finesettimana una flessione significativa del 5% rispetto alle elezioni europee dello scorso anno.”: potrebbe essere il titolo di un notiziario di oggi se l’Italia avesse un’informazione come quella di un qualunque altro paese europeo. Ed invece campeggiano sui principali quotidiani e telegiornali titoli che inneggiano alla vittoria si Silvio. Certo, la dialettica che segue ogni elezione è quella per la quale tutti cercano di convincere tutti di avere vinto e chi è forte mediaticamente meglio riesce a convincere, ma non ci vuole un grande acume per farsi venire qualche dubbio sulla lettura prevalente dei risultati elettorali.
E’ sicuramente un fatto oggettivo che nelle regioni in cui si è votato la destra abbia riconfermato suoi Presidenti là dove li aveva (Lombardia e Veneto) e li ha ottenuti in Lazio, Piemonte, Campania e Calabria, dove invece governava la coalizione opposta, ma negli ultimi cinque anni sono successe così tante cose in Italia, che il 2005 sembra poco più di un pallido ricordo. In quelle elezioni la sinistra ottenne un successo quasi totale (conquistò anche l’Abruzzo che poi perse successivamente in elezioni anticipate), lasciando alla destra in Italia solo Lombardia, Veneto, Molise e Sicilia e si preparava a stravincere le elezioni del 2006 prima che il Porcellum permettesse a Berlusconi uno straordinario recupero. Eppure anche nelle regioni che hanno segnato il trionfo del berlusconismo, il Piemonte ed il Lazio, curiosamente la coalizione che sosteneva i candidati vincenti ha ottenuto meno voti di quanti non avesse ottenuto 5 anni fa la coalizione omologa.
Se poi proviamo a verificare, come solitamente si fa, la tendenza del momento, il trionfo di Silvio assume rapidamente le sembianze della disfatta. Partirei proprio dal Piemonte dove, come già ricordato, la coalizione che sosteneva Cota ha ottenuto meno voti (46,9 contro 48,6) di quanti ne aveva avuto la coalizione che sosteneva Ghigo cinque anni fa: è vero che quella coalizione comprendeva anche l’UDC ma si è visto molte volte che non ci si porta dietro quasi mai i voti quando si cambia coalizione. Soprattutto però c’è un arretramento impressionante rispetto ad un anno fa (che rappresentò comunque un’elezione in parte deludente per Berlusconi) visto che il PdL perde un 7% secco di voti dei quali la Lega recupera solo un 1%. Rispetto alle Europee nemmeno in Liguria va molto meglio con il PdL in calo del 5% ed una crescita minima della Lega. Se in Lombardia il PdL limita i danni ad un -2%, nel Sud la presenza di liste locali ha reso ancora più pesante la disfatta del Pdl che in Campania, pur eleggendo il Presidente, perde il 12%, esattamente come in Puglia, mentre in Basilicata si arriva addirittura al -14%. In definitiva basta raffrontare il risultato di queste elezioni con quelle dello scorso anno per rendersi conto di quale sia l’esito reale delle elezioni e quanto l’informazione riesca a sovvertire le cose.
Un altro elemento che queste elezioni hanno segnalato come sempre più ragguardevole è la distanza tra le città e le loro province. In un Veneto che regala a Zaia un trionfo, Brunetta viene bocciato clamorosamente a Venezia, in una Lombardia feudo di Formigoni tre capoluoghi su tre hanno visto il successo del candidato di sinistra, ed in due di essi addirittura non è nemmeno necessario il ballottaggio. Il bello è che in uno dei due comuni, Lecco, il candidato perdente è il Viceministro Castelli che, come Brunetta, ha cercato senza fortuna di dare degli idioti ai suoi concittadini, chiedendo loro di eleggerlo pur mantenendo la sua carica di governo. Nella provincia di Cuneo in cui trionfa Cota (55%) la Bresso è nettamente in vantaggio nel capoluogo. Questa dicotomia sempre più forte ha certamente una possibile chiave di lettura nella differenza usuale tra contesti culturali di provincia e di città. Il fatto che però questo gap si allarghi suggerisce un’altra lettura: visto infatti quanto diverso sia l’orientamento elettorale di chi usa Internet da chi non lo utilizza sarebbe interessante chiedersi quanto, alla distanza sempre più ampia tra città e provincia, contribuisca quello che si definisce il digital divide, ovvero la fatica che la larga banda fa nel superare i confini delle città e coprire anche il territorio che sta al di fuori di esse.

30 Marzo 2010

2 commenti a 'Le bugie, le città e le province'

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  1. ancarpan afferma:

    Non sono d’accordo: se da un lato è vero che i numeri in assoluto per il PdL sono calati, nella contesa elettorale ci si misura gli uni contro gli altri e in questo caso il PD si è preso una sonora batosta. Al limite il trafiletto che citavi all’inizio poteva essere un sottotitolo di approfondimento.

  2. Coloregrano afferma:

    Qualunque elezione, al di là di chi è eletto e chi no, ha la fondamentale importanza di contare gli elettori e di riorientare gli equilibri di potere e le tendenze politiche in funzione degli spostamenti elettorali. Da questo punto di vista ho l’impressione che i punti fondamentali di queste elezioni siano state da una parte un calo fortissimo (per le consuetudini italiane) del PdL e dall’altra il fatto che questo calo si è disperso tra il voto alla Lega, quello ai grillini e altro ancora, ma che al PD sono andate praticamente le briciole. In un contesto del genere solitamente i titoli di tv e giornali si concentrano sul primo punto (vedi sconfitta di Sarkozy alle recenti elezioni francesi) ma può anche andare diversamente.
    Di sicuro però fatico a riassumere questo risultato, visti i numeri di cui sopra, nel “Trionfo di Silvio” del quale ho sentito parlare non solo sulla stampa di casa B.

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