Codici da scompartimento

Scopro, grazie a nearatree, una polemica fatta esplodere dall’esponente del PdL Ravello a proposito del MAO, il museo di arte orientale aperto da un anno a Torino. Facendo i conti in tasca all’iniziativa, il Ravello ha scoperto che, a fronte di una spesa complessiva di 14 milioni (di cui 11 del Comune più altri finanziamenti), gli introiti legati a biglietti venduti sono solo stati di 300.000 Euro e quindi l’iniziativa si ripagherà in 43 anni. L’assessore alla cultura Alfieri ha replicato ricordando che in altri paesi l’ingresso ai musei è gratuito e quindi non si ripagheranno mai ma la cultura è comunque un beneficio di cui godiamo tutti e quindi di valore sostanzialmente inestimabile.
Probabilmente il Ravello, nel suo computo, ha trascurato il fatto che chi va al MAO magari poi compri libri di approfondimento, visiti altri musei simili in altre città e così via (presumo però che siano briciole dal punto di vista economico), ha trascurato probabilmente anche il vantaggio turistico che permette di aggiungere qualche altra riga alle attrattive di Torino e che magari convinca chi consulta la Lonely Planet e sta pianificando un viaggio in l’Italia a fare una tappa a Torino (qui però il beneficio è difficilmente quantificabile). Al di là di queste considerazioni però il beneficio fondamentale (o ritenuto almeno tale dal sottoscritto) è creare una società con un livello superiore di conoscenza del mondo che la circonda e quindi una società più aperta a culture diverse. Per qualcuno questo è un vantaggio per altri probabilmente è una iattura.
Io sono tra quelli che lo considera un vantaggio, e quindi condivido che sia indirizzato ad esso una piccola quota delle tasse che verso. Altri invece, come il Ravello e probabilmente molti di quelli che lo votano, la considerano una iattura e probabilmente sarebbero contrari ad un museo del genere anche se si ripagasse in molto meno tempo.
In altre parole quindi ho l’impressione che il Ravello potesse evitarsi di fare il conto e scrivere semplicemente che spendere soldi per un museo di arte orientale è una cazzata, avrebbe probabilmente risparmiato tempo e fatica ed avrebbe comunicato più direttamente con l’elettorato. Questo comportamento è in realtà piuttosto diffuso in certi contesti culturali: non si ha il coraggio di manifestare le proprie reali convinzioni perché considerate retrograde ed allora ci si nasconde dietro ragionamenti astrusi, superficiali o comunque insostenibili: si sostiene animatamente che il politico tale è innocente e che è soggetto ad una persecuzione dei giudici, ma sotto sotto si pensa che probabilmente innocente non è ma che in fondo si tratta solo di qualche peccatuccio, si sostiene che nell’università bisogna combattere i baroni ma sottosotto si pensa che studiare sia tempo perso e spendere soldi per far studiare i ragazzi sia uno spreco, si fanno mille distinguo tra immigrati clandestini e regolari ma alla fine si pensa sotto sotto che meno stranieri ci sono in giro meglio è. E’ una specie di codice di riconoscimento, tu fai il tuo ragionamento che probabilmente non sta in piedi, l’altro ti riconosce come uno che la pensa come te e quindi assente. E’ una dialettica che si riscontra spesso in dialoghi da scompartimento di treno ma che poi ha un suo contraltare anche nella politica e nella comunicazione di massa.
Non so quanto questo ciò sia connaturato generalmente al conservatorismo ed è tale in ogni parte del mondo, o quanto invece sia una dato specifico della cultura conservatrice italiana, considerando che forse in Italia più che altrove c’è un distacco tra ciò che si pensa veramente e ciò che si manifesta pubblicamente. Certo è che la cosa crea una discreta confusione e soprattutto trasuda di enorme ipocrisia.

14 Marzo 2010

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