Il precario equilibrio del razzismo

Ieri, per la prima volta in Italia, gli immigrati sono scesi in piazza a manifestare per i propri diritti. E’ una novità ed è strano che lo sia perché è da anni che i diritti di questi signori vengono calpestati. Lavorano per noi, collaborano alla produzione del 9% del PIL, pagano le tasse, ma per contro: non votano, sono costretti se perdono il lavoro a tornare in paesi dai quali si sono allontanati magari decine di anni fa, i loro figli non hanno diritto alla nazionalità nel paese in cui nascono, spesso non hanno diritto nemmeno a luoghi in cui professare la loro religione… Vivono in una condizione non troppo dissimile da quella in cui vivevano gli afroamericani nell’america di Martin Luther King. Perché tutto ciò? Come è possibile? Si può spiegare solo con il cieco egoismo degli italiani e con la scarsa capacità di aggregazione degli immigrati?
Il problema è che l’organizzazione sociale della società capitalistica ha sempre e comunque bisogno di una categoria sociale strutturalmente subalterna. Una volta era la stessa società a produrre quella barriera grazie ad eredità storiche di arretratezza ed ignoranza. Poi l’istruzione obbligatoria ha fatto progressivamente cadere le barriere tra classi sociali e la società europea si è rimescolata creando un vuoto in fondo alla scala sociale che gli immigrati stranieri sono venuti inconsapevolmente a colmare.
Paraddosalmente chi nega a costoro i loro diritti lo fa per paura, per ignoranza, per sfiducia ma assolve inconsapevolmente ad una funzione di barriera sociale, consentendo di perpetuare un sistema di sfruttamento simile a quello che vigeva nell’America post-schiavista nei confronti degli afroamericani e che il razzismo sosteneva, reagendo ad ogni ipotesi di integrazione.
Il giorno in cui nelle società europee contemporanee la barriera di pregiudizio, sfiducia, intolleranza cadesse, il giorno in cui riconoscere agli immigrati i loro diritti non fosse più eresia, l’integrazione sociale si compierebbe e non succederebbe nulla di straordinario dal punto di vista culturale: gli immigrati si integrerebbero semplicemente nel tessuto sociale esistente.
Il problema vero che si porrebbe è che a quel punto non vi sarebbe più una categoria socialmente subalterna da sfruttare, da sottopagare, a cui attribuire mestieri umili se non umilianti. E’ legittimo ipotizzare che a quel punto se ne dovrebbe trovare un’altra: chi saranno? I robot come nei romanzi di Asimov? O le scimmie come nel vecchio film di J. Lee Thompson? Difficile da dire. Sicuramente è sempre interessante provare a guardare in fondo alle emozioni degli individui ed alle funzioni a cui inconsapevolemnte assolvono.

2 Marzo 2010

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