L’Italia saudita

Pochi giorni fa l’Italia è finita sulle pagine dei giornali di mezzo mondo (vedi qui, qui, qui, qui, qui e qui) per la sentenza che ha portato la condanna di alti dirigenti google in seguito alla presenza sul portale Google Video di un video in cui si ritraeva il pestaggio di un disabile. Perfino l’ambasciatore americano in Italia ha condannato la sentenza e il presidente del “Center for Democracy and Technology” di Washington ha accostato l’Italia ai regimi autoritari che censurano Internet.
In effetti è difficile non considerare, nella migliore delle ipotesi, ridicola la decisione del tribunale di Milano: è un po’ come se mettessi una bomba nel deposito bagagli della stazione ed il responsabile venisse condannato per concorso in terrorismo, è come se mandassi una videocassetta con contenuti pedopornografici tramite corriere DHL ed il signor DHL venisse condannato per questo, è come se venissi condannato perché qualcuno ha scritto una frase irriguardosa sul muro dello stabile di casa mia. Tra l’altro la condanna è stata pronunciata nonostante fosse stato evidente che Google aveva rimosso il video appena le era stato comunicato. Per evitare la sentenza Google avrebbe dovuto attivare un meccanismo di controllo sui milioni di contenuti presenti sul portale, cosa che evidentemente costringerebbe Google, Youtube e qualunque altro portale Internet a chiudere bottega. In Italia  però Internet continua ad essere visto come un prodotto deforme di quella cosa preoccupante che si chiama progresso che dai tempi di Galileo turba i nostri sonni; quindi mentre tutto il resto del mondo si scandalizza, l’Italia passa dalle reazioni caute all’aperta esultanza per una vittoria della privacy.
Negli stessi giorni accadeva in un paesino in provincia di Mantova, di nome Goito (celebre per la battaglia) che la giunta di centrodestra ed il sindaco UdC Anita Marchetti autorizzasse l’asilo “Angeli Custodi”, finanziato con denaro pubblico, ad approvare un regolamento in cui si prevede che siano accolti tra i suoi iscritti solo i figli di famiglie che si professino cristiane. E’ il segno di ciò che si muove nella provincia padana nel segno di un desiderio di progressiva emarginazione del diverso, di creazione di una società che ha nel Sudafrica dell’apartheid il suo modello e che, al di là del fatto che sia odioso dal punto di vista morale, è difficilmente compatibile con un modello di sviluppo moderno.
Alla fine scopro che forse il titolo dell’articolo è ingeneroso nei confronti dell’Arabia Saudita. E’ vero che si tratta dell’unico paese islamico in cui, come i leghisti vorrebbero per l’Italia, è vietata la costruzione di templi di culto di religioni diverse da quella maggioritaria e che prevede la pena di morte, praticata con la spada, per una serie molto ampia di reati, tra i quali adulterio, sodomia e apostasia. Tuttavia pochi giorni fa è stato reso noto che il prossimo ministro dell’istruzione saudita sarà una donna e che le donne potranno in futuro esercitare la professione di avvocato. Non stupisce apprendere che Internet abbia avuto una parte nell’alimentare la voglia di libertà delle donne nella società saudita. Sembra che anche lì qualcosa stia cambiando rapidamente, che stia, pur lentamente, arrivando la modernità: un morbo al quale pare solo l’Italia sia del tutto immune.

27 Febbraio 2010

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