Welcome

Ci sono volti che da soli raccontano una storia e, alla fine di Welcome (ultimo film di Philip Lioret), mi pareva che solo nel volto scavato e vissuto di Vincent Lindon avrebbe potuto farsi sentire in tutta la sua forza dirompente, per tutti i 110 minuti del film, il travaglio che un continente vive di fronte al problema dell’immigrazione. Nei sentimenti di Bilal, il giovane curdo che vuole raggiungere l’Inghilterra a nuoto, c’è solo un po’ più di romanticismo rispetto a quelli di ognuno dei milioni di persone che cercano di raggiungere l’Europa, ma c’è la stessa disperazione e lo stesso bisogno di aiuto. E qui entra in scena l’homo europeus, così imbevuto di cultura cristiana dalla Scandinavia a Lampedusa, da soffrire dall’un lato con loro, da partecipare emozionalmente alle loro disavventure, ma che poi dall’altro lato crede di essersi guadagnato, probabilmente proprio grazie a quella stessa cultura cristiana, un benessere che ha paura di perdere spartendolo con altri.
Proprio mettendo il dito nella piaga di questa contraddizione irrisolta l’istruttore di nuoto Simon (Lindon) riscatterà il suo fallimento e ritroverà la sua autenticità perduta trasmettendo un messaggio ai milioni di persone che vivono senza capire da che parte stare, nei quali il conflitto tra solidarietà e egoismo si combatte ogni giorno, che per paura di perdere la propria identità, distruggono i valori che compongono quell’identità stessa.
L’intuizione più geniale del film di Lioret è forse proprio nell’immagine dello zerbino sul quale sta scritto “Welcome”, dando il titolo al film, e che in una sola inquadratura mi ha trasmesso la contraddizione lacerante dell’Europa di oggi.

3 Febbraio 2010

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