Il colore della violenza

E’ veramente deprimente leggere come i quotidiani stanno raccontando i fatti di violenza accaduti ultimamente a Roma ed altrove. Nei giorni passati si erano succedute speculazioni varie su “La violenza fascista” da parte di quanti pensano evidentemente che la violenza sia una cosa diversa se si accompagna o meno ad un aggettivo che la connoti politicamente. Attenzione però! Si scopre che il capo del commando del Pigneto ha il tatuaggio del Che sul braccio. Ma come? Sconcerto a sinistra, esultanza a destra. Gasparri si segnala sempre per la sua intelligenza chiedendo alla sinistra di scusarsi per avere attribuito frettolosamente l’episodio a gruppi neonazisti (Scusarsi con chi? Con Hitler?).
Insomma adesso che scopriamo che la violenza non aveva i connotati politici che qualcuno pensava ecco che improvvisamente il giudizio in merito cambia, che le posizioni si ribaltano. In ciò la nostra classe politica ci dimostra di esser talmente sclerotizzata da non riuscire ad estrapolare nemmeno la follia violenta dalla contrapposizione politica.
Tra quanti condividono la mia convinzione che la violenza trascenda gli schieramenti elettorali c’è però anche l’editorialista de Il Giornale Massimo De Manzoni, che ci spiega che per lui la violenza non ha colore politico. Solo che il De Manzoni, con indiscutibile coerenza con questa sua premessa, giustifica, spiega, minimizza la violenza, in tutte le sue sfumature ed indipendentemente dal modello ideologico a cui il violento si ispira, indipendentemente dal fatto che la violenza sia stata commessa sotto il segno della croce celtica o del volto del Che. Domina l’idea che la violenza sia una naturale manifestazione delle tensioni sociali alla quale dobbiamo guardare con indulgenza e credo che in effetti anche quest’idea, come la violenza stessa, probabilmente non abbia un colore politico. E’ in fondo la convinzione che lo sforzo di controllare le proprie reazioni aggressive sia un peso eccessivo che la civiltà moderna ha posto sulle spalle di individui, molti dei quali vorrebbero invece un lesto ritorno alle vecchie buone abitudini medievali.
Nella civiltà moderna per uno che entra in quattro negozi e si mette a spaccare tutto non c’è nessuna giustificazione possibile ma qualcuno, come il nostro De Manzoni, ad entrare nella civiltà moderna non si vuol proprio rassegnare.

31 Maggio 2008

2 commenti a 'Il colore della violenza'

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  1. andrea afferma:

    Non importa quale tatuaggio hai addosso: se sei intollerante verso l’extracomunitario e chiunque abbia un colore della pelle diverso dal tuo, sei un FASCISTA anche se canti bandiera rossa; se detesti chi vive nella tuo paese ed usa una lingua che non comprendi o ha tradizioni che non conosci, sei un FASCISTA anche se hai sempre votato falce e martello; se non sopporti chi non è della tua religione e prega un dio che non è il tuo e vuol farlo anche in Italia, sei un FASCISTA anche se fai il volontario sella feste dell’Unità; se provi ribrezzo per gli omosessuali, li consideri malati e contro natura, sei un FASCISTA anche se leggi il Manifesto. E via odiando, discriminando e negando diritti a chi è diverso da noi, seguendo il motto farneticante “proteggi i tuoi simili, distruggi tutti gli altri!”

  2. Coloregrano afferma:

    Andrea,
    quella che dai di fascista è una definizione che può anche andar bene. Tuttavia la violenza non si ferma purtroppo ai casi di xenofobia o omofobia, si compiono violenze per i motivi più disparati. Il senso del mio intervento era che il segno della malattia della nostra società non sta, a mio parere, tanto nel fatto che singole persone o piccoli gruppi possano usare la violenza, per motivi politici, xenofobici o semplicemente personali: questo succede purtroppo ovunque. Il segno del male del nostro Paese sta nella tendenza a minimizzare, spiegare, giustificare questi atti ed a dividersi tra schieramenti diversi nel darne una valutazione, anziché limitarsi a condannarli con una sola voce. Con questo non mi riferisco solo a chi minimizza la portata di delitti se commessi con insegne politiche a lui vicino, o contro obiettivi individuati come suoi obiettivi politici, ma parlo anche di chi giustifica le scorrerie degli ultrà di calcio o il cazzotto tirato da un tizio al vigile che gli ha fatto la multa o la manganellata gratuita di un poliziotto al manifestante.
    Il rifiuto della violenza privata deve venire prima della propria collocazione ed è una base di convivenza civile. Una società che si divide sulle basi della convivenza civile è una società che si sbriciola e noi ci sbricioliamo perché consideriamo più importanti rispetto a questi valori il nostro senso di appartenenza, che sia politica, religiosa, calcistica o altro.

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