Che ce ne importa di Craxi

Se un tale che non sa nulla dell’Italia leggesse i giornali ed ascoltasse i notiziari di oggi e dei giorni scorsi resterebbe probabilmente meravigliato nello scoprire che, in un momento di profonda crisi economica e sociale come quella presente, in un momento di tante emergenze nazionali e internazionali, un intero paese sembra tutto intento ad interrogarsi su quale giudizio morale esprimere su un politico di nome Bettino Craxi.
Costui si informerebbe e scoprirebbe che Craxi è morto ben 10 anni fa, latitante all’estero dove era fuggito per evitarsi alcune condanne definitive, che il partito di cui era segretario, che peraltro non è mai andato oltre al 15% dei consensi, sostanzialmente non esiste più, che i suoi figli hanno ruoli politici di secondo piano, che la sua eredità politica è piuttosto ambigua visto che era un socialista che piaceva fondamentalmente ai conservatori, che non è mai stato Presidente della Repubblica ed è stato Presidente del Consiglio solo una volta quando in Italia c’è chi è arrivato a 7, l’attuale capo del governo è già a 3 e pare non si voglia fermare. Scoprirerebbe per di più che lo stesso Craxi è stato a capo del governo del paese nel periodo nel quale il debito pubblico italiano è quasi raddoppiato, schiacciando come un macigno un’economia italiana che ancora non si è ripresa da allora. Non pochi rimproverano infine a Craxi di essere stato fautore della scelta anti-nuclearista che oggi molti in Italia considerano esser stata una sciagura. In sostanza ci sono tutti gli elementi perché di un personaggio simile si perda la memoria ed invece se ne parla oggi più di Garibaldi. Mi sono reso conto che se quel tale me ne chiedesse le arcane ragioni farei un po’ fatica a spiegargliele ma ho provato a trovare comunque qualche risposta.
Ho innanzitutto l’impressione che ciò abbia a che fare con quella grande illusione collettiva che è stata Mani Pulite, e col fatto che la sua suggestione ancora oggi sopravviva. Chi come il sottoscritto ha vissuto quegli anni nel pieno degli entusiasmi giovanili ricorda la passione rivoluzionaria che animava quei giorni e la speranza che ci scuoteva. Una classe politica che aveva saccheggiato il paese finalmente era messa di fronte alle sue responsabilità che erano politiche molto prima di essere penali. La caduta del muro aveva liberato le coscienze di molti di noi dall’ansia che scelte troppo drastiche potessero mettere in pericolo la nostra democrazia ed eravamo convinti che quello e solo quello ci avesse trattenuto fino ad allora dallo smascherare i sordidi affari di chi ci governava. Scoprimmo lentamente che non era così e la svolta con la quale molti iniziarono a riempire di distinguo le stesse pagine degli stessi giornali sui quali fino a poco prima attaccavano il sistema in modo così giacobino, ci fece pensare che la svolta in cui speravamo sarebbe stata più difficile del previsto. Ci fu poi la discesa in campo di Berlusconi, la lenta virata della Lega che da partito dei giudici divenne loro acerrimo nemico e quanto ne seguì.
Oggi c’è una parte maggioritaria del paese che ha pienamente assorbito lo strappo di allora e che ha smesso di nutrire la benché minima speranza di un paese migliore, spera solo che qualcuno sappia estrarre, dal paese che abbiamo oggi, il meglio che può offrire e tenerci a galla fino a che sarà possibile, rassegnandoci magari ad un lento declino, sempre preferibile al rischio di disfacimento del tessuto sociale del paese. C’è la convinzione che corruzione diffusa e connivenze ambigue con aree oscure del paese sia un dato ineliminabile, perché connaturato al tessuto sociale del paese e combatterlo sia una battaglia contro i mulini a vento. Questa visione tuttavia è solo lievemente maggioritaria nel paese e per unire il paese sotto la bandiera della restaurazione, ha bisogno di stravincere la battaglia contro il paese minoritario, quello che continua idealmente Mani Pulite, quello che “o si cambia o si muore“. In quest’ottica Craxi è un simbolo, un simbolo perché è stato grossolanamente individuato come il capo della banda nella retorica di Mani Pulite e perché si suppone che riabilitando lui si possa liquidare definitivamente il fenomeno come un irrazionale moto di popolo. Affossando lo spettro di Mani Pulite si affosserebbero anche le speranze di chi ancora in quel presunto moto di popolo riconosce la tensione ad un paese più civile, più efficiente, più moderno e si potrebbe cercare di riprendere in modo condiviso una strada più “modesta” sulla strada dello sviluppo, accettando di convivere con i mali profondi della società italiana. L’ala del PD che è più vicino a questa visione è arrivata, con l’elezione di Bersani, a capo del partito e sta lavorando in quest’ottica, strizzando l’occhio al PdL, da sempre su queste posizioni un po’ per ideologia conservatore, un po’ per i guai in cui il capo è incorso. L’elettorato del PD e di sinistra in generale pare ancora piuttosto freddo, ma la sensazione di accerchiamento comincia a pesare.
Oltre a questo orizzonte più generale c’è, come di consueto, qualche interesse specifico sempre di carattere simbolico. Non sfuggirà ad un osservatore mediamente attento come la maggior parte dei commenti autorevoli su Craxi siano all’insegna del: “E’ stato comunque un grande statista” senza necessariamente affermare con ciò che sia stato vittima di una persecuzione giudiziaria. E’ un po’ come riaffermare in altra forma che il valore politico o qualunque altro merito, vero o presunto, possa cancellare le eventuali responsabilità giudiziarie; è come dire che le capacità siano, in un giudizio morale complessivo, più importanti dell’onestà. E’ un concetto che abbiamo sentito molte volte più o meno velatamente trapelare dalle parole dei difensori di Berlusconi e con il quale si giustificano le più sfrontate leggi ad personam. Probabilmente la speranza è che, applicandolo su qualunque casistica, a lungo andare diventi un modo di pensare totalmente interiorizzato dagli italiani. La discussione su Craxi è perfettamente funzionale a questo.
Nel frattempo ciò che indiscutibilmente accade è che, come testimonia Le Monde, la visione che si ha all’estero di noi è di un paese che ha perso completamente di vista taluni valori e questo non migliorerà certo l’opinione che dell’Italia già oggi si ha, come di paese sempre più afflitto da corruzione e malaffare, opinione che Transparency ribadisce ormai da anni. Al di là di questioni di orgoglio nazionale ciò non fa per niente bene alla competitività della nostra economia e questo non può, credo, far piacere a nessuno.

19 Gennaio 2010

2 commenti a 'Che ce ne importa di Craxi'

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  1. Bruno afferma:

    Credo che il commento migliore lo abbiano fatto quelli di noisefromamerika:

    http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Le_conseguenze_economiche_di_Bettino_Craxi.#body

  2. Bruno afferma:

    A quanto sembra, la vicenda di Craxi non è stata dimenticata dai suoi emuli.

    http://napoli.repubblica.it/dettaglio/Lady-Mastella:-Io-come-Craxi-Sos-Napolitano/1835759

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