La resa

La psicologia di un calciatore, come in generale di qualcuno impegnato in una prestazione sportiva, è un dedalo difficilmente indagabile. Quanto c’è di ansia, quanto c’è di paura, quanto c’è di fatica, quanto c’è di mancanza di tecnica in un fallimento sportivo o calcistico? E’ il dubbio che ogni volta che si esce da incontri come quello di ieri sera ci si pone senza risposta.
La serata di Juve-Milan era iniziata in un clima di attesa: ci si sforzava di abbozzare entusiasmo dopo il funereo pomeriggio di Juve-Catania ma prevaleva la paura, la preoccupazione, il clima da ultima spiaggia.
Prima dell’inizio si segnalava una pioggia di razzi inviati dal settore milanista verso la vicina Curva Nord juventina ed una salve di bombe carta: continuo a pensare che iniziative simili non siano normali manifestazioni di tifo ma azioni delinquenziali ma tant’è…
L’incontro iniziava con un’azione personale di Diego che saltava l’uomo, resisteva al fallo e accelerava verso una possibile conclusione a rete quando l’arbitro Damato, davvero inguardabile, lo fermava fischiando il fallo e non concedendo la norma del vantaggio come avrebbe saputo fare anche un qualsiasi arbitro panciuto di CSI. Poco dopo lo stesso Damato graziava Ronaldinho per un fallo da dietro che sarebbe valsa l’ammonizione su qualunque campo del mondo e chiariva di non essere adeguato a dirigere né in serie A né in qualunque serie professionistica.
La Juve comunque partiva bene, Diego si insinuava con efficacia e velocità tra le linee avversarie e riusciva a dimostrare l’esplosività che solo a tratti gli avevamo visto in maglia bianconera e che si esprimeva in una magia che accarezzava il palo alla sinistra di Dida. In teoria tutto funzionava compresa un’apparente buona condizione fisica; il problema era che il centrocampo juventino era per l’occasione formato da Brazzo, Melo, Poulsen e Claudietto Marchisio, e se Felipe non è il fenomeno di tecnica individuale che il suo prezzo lasciava presagire, figuriamoci gli altri tre. L’assenza di Martin Caceres ci ricordava inoltre quale salto di qualità avesse fatto la fascia destra con l’uruguagio…
Così il solidissimo e ben disposto centrocampo bianconero svettava su ogni pallone, travolgeva gli stantii avversari rossoneri, ma ogni manovra corale veniva vanificata da errori di misura da oratorio. Il passare dei minuti vedevano Dida sempre inoperoso ed il furore iniziale dei Nostri stemperarsi nella solita impotenza, ma il Milan rimaneva alla finestra, sembrava rifiutare un’iniziativa che la Juve ormai stava cedendo. Sembrava già profilarsi uno zeroazero segnato ed invece ci metteva lo zampino Felipe che ha la straordinaria capacità di essere sempre decisivo, quando sbaglia. Il brasiliano, con una svirgola straordinaria, forniva un passaggio geniale a Nesta che mandava il Milan in vantaggio. Era metà primo tempo, c’era tutto il tempo per recuperare, ma non per questa Juve: i ragazzi di Ciro si fermavano qui, venivano colti da quel torpore, misto a rassegnazione e frenesia, che è il ritornello di quasi ogni seconda parte di partita da tre mesi in qua. Il resto della partita era solo un’attesa che il Milan si levasse di dosso la paura di una reazione juventina e decidesse di maramaldeggiare, cosa che i rossoneri facevano negli ultimi minuti raggiungendo un 3-0 che da sconfitta diventa disfatta storica. Gli unici eventi degni di nota erano: da un parte l’ennesimo infortunio, questa volta di Poulsen, che si procurava una frattura al perone, su un pestone nemmeno sanzionato con un fallo dall’arbitro; dall’altra l’ingresso in campo di Del Piero che sgambettava per una mezzora con l’intensità di una partitella di allenamento limitandosi a sporcare al ‘93 la tuta di Dida, costringendolo ad una parata che ci ricordava quanto decisivo il Capitano sappia essere anche quando non gioca.
Ormai la realtà va guardata in faccia: la Coppa dei Campioni è andata, i primi due posti in Campionato anche, il fallimento è ormai certo, la squadra non ha più fiducia nella sua direzione tecnica ed il rischio di un disastro è altissimo. A parte scriverò cosa penso in merito: qui mi limito a dire che la tristezza è grande per una stagione da cui non ci aspettavamo magari grandi trionfi, ma almeno che le speranze non morissero così giovani e in circostanze così tragiche.

11 Gennaio 2010

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