Il crollo

Ci era andato proprio tutto bene finora nella maledetta Coppa. Le vittorie stentate contro il Maccabi, le sconfitte imprevedibili del Bayern, perfino un gol irripetibile di David in apertura di un incontro in cui sarebbe bastato un pari. Eppure non è bastato. Perché? Da dove nasce il crollo che ha portato la Juve alla sconfitta più cocente degli ultimi sessant’anni? Negli occhi vitrei che a fine gara osservavano gli attaccanti bavaresi prendere a pallate Gigi la domanda si rincorreva come in un Mantra.

Una nutrita e chiassosa rappresentanza bavarese nel settore ospiti aveva caratterizzato il prepartita, segnalando che i tedeschi non erano affatto rassegnati all’eliminazione. L’inizio era buono, Diego pareva in ottima serata e anche Trezeguet si mostrava in gran forma. Il gioco fluiva all’interno del rombo e la manovra si sviluppava bene sia a destra che a sinistra dove Grosso e Caceres non facevano mancare il loro contributo. Dietro semmai le folate del Bayern creavano improvvise falle in una difesa orfana del gladiatorio Giorgione e faceva paura che Olic si issasse miracolosamente tra Caceres e Melo e colpisse il palo alla sinistra di Buffon senza che nessuno dei due centrali lo contrastasse, non tanto per il palo in sé ma per la latitanza del reparto. Accadeva però subito dopo che Diego recuperava un pallone in pressing, Marchisio vedeva David, lo serviva ed il franco-argentino colpiva al volo in modo regale bucando la porta tedesca. Nell’esultanza di Trezeguet c’era il sollievo per una qualificazione che sembrava già afferrata.
Ma le falle non venivano colmate dal vantaggio e diventavano anzi voragini. La stanchezza di Marchisio e la scarsa vena di Mauro German lasciavano troppo isolato Melo in mezzo al campo. Non appena il Bayern riusciva a saltare il brasiliano si aprivano ai tedeschi praterie in mezzo al campo in un dissesto tattico davvero improponibile. La confusione crescente portava Legrottaglie ad un improvvido tackle a centrocampo che faceva ripartire il contropiede avversario, e portava Caceres a gettarsi in scivolata su Olic con la stessa ingenuità già vista contro Milito Sabato sera. Questa volta il contatto c’era ed il rigore indiscutibile: peccato per Martin, unico a salvarsi in questa serata terribile, forse perché non ha fatto la preparazione estiva con Neri. Butt trasformava e si ricominciava da capo ma il Bayern non si fermava, la Juve sì. Felipe e Claudio parevano non reggersi più in piedi, Del Piero era sempre in ritardo e l’incomprensibile arbitraggio del pessimo Busacca non aiutava a capire l’incontro. Ben due volte, di lì alla fine del tempo, la Juve lasciava tirare dal limite Schweinsteiger nel dubbio su chi tra i difensori dovesse uscire per contrarne la folata centrale, cosa che denunciava uno spaesamento ormai patologico.
Nell’intervallo Ferrara faceva la cosa più scontata ma anche più ragionevole, ovvero riportare con Poulsen in campo il 4-4-2 che superasse gli imbarazzi della fase centrale del nostro centrocampo, rilevando l’ininfluente Del Piero. Il cambio di Ferrara mandava però Diego, brillante e intraprendente nel primo tempo, ad illanguidirsi in una posizione piuttosto ambigua tra attacco e centrocampo, e se la fase difensiva sembrava irrobustita dal cambio quella offensiva ne usciva completamente decapitata. Diego iniziava a vagare per il campo alla ricerca di una posizione ed in questo vagabondare perdeva un pallone davanti alla difesa sul quale prima Pranjic rischiava di far gol e lo faceva invece subito dopo Olic dal calcio d’angolo successivo sull’ennesimo sonno collettivo della difesa bianchenera. La Juve cercava di reagire e l’impegno di Diego era commovente ma anche lui pareva stanco e sfibrato come tutta la squadra. Guardando la freschezza del Bayern pareva di essere ad inizio partita, guardando la pesantezza della Juve pareva di essere nel finale dei tempi supplementari. Ferrara a quel punto estraeva dal cilindro la soluzione più strana per risolvere l’incertezza tattica di Diego: lo toglieva dal campo mettendoci Amauri. Era la fine per la Juve, che smarriva quelle poche idee che aveva e che di lì alla fine si limiterà a buttare palloni in avanti come una squadra impotente nella sua sterilità. L’unico che non arretrava di un palmo era Martin Caceres che cercaca da solo di cambiare il corso della partita e ci riusciva quasi quando si travestiva da Messi e al termine di un’azione pazzesca metteva sul piede di David il pallone che avrebbe potuto renderlo santo. Di miracolo però ce n’era già stato uno e questa volta il fendente andava alto. Gli ultimi venti minuti erano solo una triste agonia di una squadra che pareva essere in 10 o forse in 9 per la sua incapacità cronica a costruire gioco. Il Bayern dilagava e nessuna reazione di orgoglio scuoteva una squadra al tappeto.
Nel dopo partita provavo ad ascoltare con speranza analisi e commenti che potessero spiegarmi cosa era successo, ma tutto ciò che sentivo erano lucidissime analisi sul valore di Diego e sulla campagna acquisti della Juventus, come se fosse colpa fosse del fantasista di Ribeirão Preto se la Juve, nell’incontro più importante dell’anno, ha concesso una dozzina di palle gol agli avversari e se si è presentata a quell’esiziale confronto nelle condizioni atletiche di una squadra di vecchie glorie. Quello che Juventus-Bayern ha detto è che la conduzione tecnica della squadra ha delle falle pazzesche, non so se la colpa è di Ferrara, di Neri, di Gaudino, ma la realtà è questa e se il mio cuore mi dice che la colpa fondamentale è di chi ha pensato che sostituire Nedved senza sostituirlo fosse una strada praticabile, la ragione mi dice che questo organico, così com’è, può ottenere ottimi risultati e se sta andando incontro ad un fallimento totale non può essere solo perché non c’è più Pavelino nostro.

11 Dicembre 2009

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