Uno strano referendum

Vi ricordate il Sudan? Se n’era parlato molti mesi fa quando il mandato di cattura internazionale al suo Presidente Omar Al-Bashir aveva diviso l’opinione pubblica internazionale. Poi il silenzio è di nuovo calato sulle guerre infinite che attraversano il paese e così un altro evento probabilmente fondamentale viene ignorato dalle principali fonti di informazione di casa nostra. Per il 2011 è infatti previsto un referendum che potrebbe decretare, se approvato, l’indipendenza del Sudan meridionale.
Chi non abbia dimistichezza con la storia del Sudan può non sapere che la costante dei più di 50 anni di indipendenza del paese è una guerra civile pressoché continua tra il governo centrale di Karthoum di ispirazione islamica (al punto da aver imposto spesso la Sharia) e i ribelli di ispirazione cristiana del Sud del paese. Questa guerra civile non è da confondere con la guerra in Darfur, regione dell’Ovest che non fa parte del Sud cristiano,  e che ha motivato il mandato di cattura contro Al-Bashir.
Poche settimane fa è stato siglato un accordo tra governo e ribelli del Sud circa le modalità con cui si svolgerà il referendum del 2011, referendum che è frutto dell’accordo del 2005 tra governo e Movimento Popolare di Liberazione del Sudan. La strada è ancora lunga ma alla fine sembra realistico pensare che il Sudan meridionale andrà a votare per la propria indipendenza. Siamo abituati ad avere notizia dei tanti conflitti nati in Africa all’interno delle artificiose unità statali lasciate dietro di sé dagli ex-imperi quando hanno abbandonato il continente (nel caso del Sudan c’è di mezzo anche l’Impero Ottomano); siamo meno abituati a scoprire che uno di questi sarà forse risolto attraverso uno strumento tipico delle democrazie avanzate come il referendum.
Il punto è quello consueto che vivacizza tutti i dibattiti sulla genesi di una democrazia: è sufficiente lo strumento (in questo caso il referendum) per costruire una realtà sociale pacificata e democratica, è comunque un importante contributo ad un processo in questa direzione, oppure al contrario uno strumento democratico che venga prima di una pacificazione sociale rischia di essere inutile o addirittura controproducente nel far perdere credibilità ad una via democratica? E se vale quest’ultima considerazione c’è un modo diverso per accelerare il processo? Non ho la risposta ovviamente però mi viene un dubbio: è davvero così influente una decisione politica, una svolta dall’alto, nell’evoluzione di una società o non è piuttosto il lento lavorìo del tempo sulle persone, sulle abitudini, sulle idee dei singoli a produrre il risultato? Non che questo renderebbe comunque inutili le svolte politiche, ma sicuramente ci aiuterebbe a capire che il processo di democratizzazione è un cammino lungo ed irto di ostacoli che viene percorso dalla società nel suo insieme e non solo da quel pugno di personaggi che poi passa alla storia per questo.

16 Dicembre 2009

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