Il Tibet ed altre storie

E’ una costante nella storia moderna che la repressione violenta delle istanze libertarie o autonomistiche di minoranze o di popoli interi, sia descritta dagli storici con commozione, rimpianti e tra il raccapriccio di chi ascolta o legge, immancabilmente votato alla domanda: “Ma come mai non si è fatto nulla per evitare tutto ciò?“. E’ altresì una costante che poi simili tragedie si ripropongano nell’impotenza generale. Difficile dire se e quanto davvero possiamo fare per salvare delle vite umane votate al martirio, difficile dire quanto qualunque intervento possa giovare o meno alla loro causa. Ho pochi dubbi però sul fatto che quelle imprese americane che durante la Seconda Guerra Mondiale hanno, fino alla vigilia dell’intervento americano, fatto affari con il Reich abbiano aiutato la Germania nazista nel suo folle disegno (a proposito avete letto di questa curiosa coincidenza?). Ho pochi dubbi che non adottare restrizioni al commercio di armi e consentirne quindi la vendita a paesi in cui infuria la guerra civile vada ad alimentare la spirale bellica. Ho pochi dubbi sul fatto che nella decisione del regime birmano di fare concessioni democratiche al paese una parte l’abbia avuta la mobilitazione internazionale a favore della protesta dei monaci.
Oggi il riaccendersi della rivolta in Tibet ci pone di nuovo di fronte allo stesso problema morale. Molte persone verranno incarcerate, torturate, forse uccise o tutto ciò è già successo e noi, con tutti i nostri ideali e la nostra voglia di giustizia, saremo rimasti impotenti a guardare.
Molti già hanno sfoderato il proprio repertorio di alibi. “In fondo il Tibet è un paese che prima dell’invasione cinese viveva in un sistema sostanzialmente teocratico, in fondo se i tibetani hanno strade, acquedotti eccetera lo devono ai cinesi, e poi questi tibetani non sono certo dei santerellini, e poi la cultura cinese è diversa dalla nostra e non possiamo giudicarli con i nostri parametri occidentali e poi il colonialismo culturale eccetera…“.
Mettersi la maglietta rossa per i monaci birmani non costa nulla, tutt’altra cosa è doverci rimettere, tipo quando mi trovo a dover scegliere il telefonino o la scheda del PC non solo sulla base del prezzo o tipo quando mi trovo a dover rinunciare ai salti di Howe o alle bracciate della Pellegrini. Lì, no. Lì ci rimetto io. Lì sì che mi devo ricordare che in fondo i valori democratici e libertari sono solo valori occidentali e che lo sport non può farsi condizionare dalla politica, eccetera eccetera…
Ricordiamoci però sempre di indignarci quando poi si scopriranno in qualche documentario di History Channel le atrocità del regime cinese, le fosse comuni, i prigionieri martirizzati e fucilati. Indignazione, sì. Quella va sempre bene, non costa nulla nemmeno nel nostro costosissimo occidente. Possiamo tranquillamente indignarci e poi subito dopo vedere la finale dei 100 metri in alta definizione senza perderci nemmeno un pixel. Che figata l’indignazione!

27 Marzo 2008

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