Perché non Bersani

Al momento in cui scrivo sono ancora incerto se alle primarie PD voterò, come è più probabile, per il candidato che preferisco, ovvero Ignazio Marino, oppure per quello che spero diventi segretario ovvero Franceschini. Apprezzo il primo per la chiarezza della sua posizione su temi etici sui quali altri, compreso Franceschini stesso, ancora rimangono nel terreno dell’ambiguità, apprezzo la sua idea di partito aperto che ha dimostrato ai tempi della “provocazione” di Grillo. Apprezzo il secondo per come sappia “bucare” i media, per come in pochi mesi abbia saputo farsi odiare dagli avversari politici, per come abbia dimostrato di aver compreso gli errori della gestione Veltroni senza buttar via il bambino insieme all’acqua.
Al di là di queste considerazioni troverei soprattutto una iattura la possibilità che Bersani conquisti la segreteria. Non dico questo per sua la figura, che anzi apprezzai ai tempi in cui fu Ministro, non lo dico nemmeno neccessariamente perché sia appoggiato da personaggi di cui penso tutto il male possibile come Violante, D’Alema e Binetti, non ne faccio una questione di personalismi. Bersani sarebbe, a mio avviso, una sciagura perché tra i sostenitori di Bersani ci sono tutti gli esponenti di quella parte del partito che mostra di non aver capito che l’Italia di oggi non è più quella degli anni sessanta e settanta e che i cambiamenti che l’Italia ha subito non sono tutti e solo frutto di una deriva momentanea, ma sono legati principalmente all’evoluzione sociale che, piaccia o non piaccia, muove dal diverso livello di coscienza di sé che i cittadini di oggi hanno rispetto a quelli di ieri.
Bersani dimostra di avere ancora in testa il riferimento ad un modello vincente di amministrazione della cosa pubblica, quello del PCI delle regioni rosse per intendersi. Quel modello era costituito da una classe politica fortemente motivata e con un forte spirito di missione che raccoglieva fiducia da parte dell’elettorato e che, a partire da quella fiducia incondizionata, godeva di un ampio margine di autonomia circa le scelte da compiersi. Oggi questo modello non può funzionare più e la colpa non è di quella che i dalemiani chiamano l’antipolitica, di tangentopoli e della sfiducia che ha indotto nei cittadini. Come spesso succede alle analisi superficiali questa visione scambia per causa ciò che non è altro che un effetto: la causa ultima è infatti il superamento della divisione classista della società che ha posto tutti i cittadini nella posizione di sentirsi all’altezza di giudicare la classe politica, indipendentemente dal fatto che realmente abbiano gli elementi per farlo. Dalle diverse sfumature di questo fenomeno sono nati fenomeni come tangentopoli o come il leghismo. Il punto è che oggi i cittadini sono molto più scettici e critici di quelli di ieri, vanno convinti, vanno persuasi, qualcuno lo farà con slogan e propaganda priva di contenuti, altri spiegando e informando, ma cambiali in bianco non se ne firmano più. Non è colpa di Berlusconi né è colpa di Di Pietro, la colpa è del tempo che passa e del mondo che cambia corrispettivamente.
Chi provi a tornare indietro si troverà semplicemente a languire in un microcosmo di consenso minoritario, senza capire perché il resto del mondo non collabora. L’idea di Bersani di ricreare un partito con una forte base intellettuale e morale ma chiuso in sé stesso è quindi semplicemente antistorica ovvero, detto secondo le categorie della politica, conservatrice. Le primarie erano state un’ottima intuizione, per la loro capacità di trovare un adeguato compromesso tra l’esigenza di aprire il partito verso i cittadini e quella di mantenere una struttura politica coerente, con un progetto alle spalle che prescinda dalla patologica dipendenza di molti dagli umori dei sondaggisti. Rinnegare questo strumento di raccolta del consenso all’apparato dirigente, significa non avere compreso ciò e spingere il Partito ad asserragliarsi nella stanza dei trofei della sinistra che fu.
Se questa sarà la strada che il Partito Democratico prenderà, non solo ciò sarà fatale per la sinistra ma sarà anche un’ulteriore legittimazione dell’autoritarismo all’interno del PdL. Contrapporre alla struttura autoritaria del partito di Berlusconi una struttura oligarchica priverebbe di una alternativa credibile i pidiellini delusi e questo forse sarebbe davvero il più grave dei peccati.

25 Ottobre 2009

2 commenti a 'Perché non Bersani'

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  1. silvia afferma:

    Purtroppo siamo risultati essere minoranza. Non resta che sperare che Bersani sapra’ leggere la realta’ dell’Italia di oggi e che smentisca le tue previsioni (qualcuno dovrebbe suggerrirgli di leggere questo blog!)

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