La dismissione del Politecnico

In un mattino piovoso dell’Ottobre di 23 anni fa entravo al Politecnico di Torino per il mio primo giorno di lezione. Era una facoltà di ingegneria ancora vecchia nella sua struttura, basata su pochi corsi di laurea, i cui iscritti erano così pochi da stare comodi nel vecchio edificio lungo Corso Duca degli Abruzzi. Negli anni successivi cambiarono molte cose: arrivarono nuovi corsi di laurea: Ingegneria Informatica, Gestionale, Ingegneria delle Telecomunicazioni e molti altri, nella presa di coscienza dell’imporsi di nuove discipline e di indirizzi di studio che non potevano essere solo considerati specializzazioni. In quegli anni prendeva inoltre le mosse la nuova sede di Vercelli alla quale sarebbero seguite le sedi Alessandria, Biella, Mondovì e Verres nella consapevolezza della necessità di facilitare l’ingresso nel mondo dell’Università, riducendo costi e disagi per gli studenti e per le loro famiglie. Era allora diffusa la convinzione che fosse necessario, da una parte aumentare la scolarizzazione universitaria del nostro paese, decisamente arretrata rispetto al resto d’Europa, e dall’altra inserire più velocemente i laureati nel mondo del lavoro in un percorso di specializzazione che li portasse più vicino al mestiere che avrebbero poi svolto. Negli anni in cui l’Italia recuperava molte posizioni in termini di scolarizzazione universitaria il Politecnico aumentava progressivamente il numero di laureati (triplicati tra il 1997 e il 2007) sfruttando l’espansione del campus universitario verso la zona delle ex-officine ferroviarie.
Venne però il giorno in cui un governo, che si è assegnato arbitrariamente il compito di curatore fallimentare del nostro paese, decise che quello sforzo costava troppo e con un colpo di spugna ha cancellato questi 23 anni. I risultati si vedono nella ristrutturazione che il Politecnico si accinge ad affrontare che più che una ristrutturazione sa di dismissione: i corsi di laurea saranno dimezzati (da 69 a 30-35), le ore di lezione quasi dimezzate anch’esse (da 182.000 a 96.000), i docenti ridotti del 5%, le sedi distaccate saranno tutte chiuse alla didattica. Non è improbabile pensare che le conseguenze saranno un degrado della qualità della didattica, una minore specializzazione, costi maggiori per le famiglie che dovranno mandare i figli fuori sede, con la conseguenza di un maggior abbandono scolastico ed un ristagno della scolarizzazione universitaria.
Ripassando Sabato davanti al Politecnico riguardavo con tristezza a quelle colonne che una volta consideravamo i pilastri dell’economia del paese ed oggi traballano sotto i colpi di una classe politica che si muove a tentoni in un mondo che cambia di giorno in giorno. C’è chi dirà: la giusta fine di un’università mal gestita e piena di baroni. E invece no, perché secondo le discusse (anche qui) classifiche di merito presentate dal Ministro Gelmini il Politecnico è la seconda università del paese per qualità. Figuriamoci come verranno trattate le altre…

20 Ottobre 2009

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