Libertà di dominio

All’interno del decreto sviluppo, approvato dal Parlamento nel Luglio di quest’anno, si trovava un pacchetto di norme definite come anti-pirateria. Tra le righe del decreto il governo ha infilato una modifica al codice penale che secondo alcuni costituisce un grave ostacolo alla possibilità di registrare in libertà domini Internet. La modifica introduce il seguente articolo: “Art. 473. - (Contraffazione, alterazione o uso di marchi o segni distintivi ovvero di brevetti, modelli e disegni). - Chiunque, potendo conoscere dell’esistenza del titolo di proprietà industriale, contraffà o altera marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, di prodotti industriali, ovvero chiunque, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali marchi o segni contraffatti o alterati, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 2.500 a euro 25.000“. L’interpretazione diffusa data a questo articolo estende l’idea di uso di un marchio al semplice nome attribuito ad un dominio Internet. Sostanzialmente se un signore che si chiama Giovanni Fila, preso atto che il dominio fila.it è utilizzato dalla popolare azienda tessile, decidesse di acquistare il dominio “fila.net” per crearvi un proprio sito personale rischierebbe un domani di trovarsi sul groppone una bella denuncia, un processo penale a carico, con il rischio di “reclusione da sei mesi a tre anni”; questo semplicemente per avere osato utilizzare il proprio legittimo cognome.
Forse molti di voi, come è capitato a me, sentendo questa interpretazione hanno pensato che si trattasse di un’interpretazione forzata che nessun tribunale mai accoglierebbe. Personalmente ho cambiato idea quando ho appreso della tristissima vicenda del signor Armani, imprenditore di Treviglio che si è visto scippare il proprio dominio armani.it dalla nota azienda di moda che ha pensato bene di avere più diritto ad utilizzare il proprio marchio di quanto il signor Armani non avesse diritto ad utilizzare il proprio cognome e che è stata in ciò sostenuta da una spaventosa sentenza del Tribunale di Bergamo. Sembra che non tutta la giurisprudenza italiana vada in questo senso e che vi siano interpretazioni diverse ma ho l’impressione che la nostra tendenza a far prevalere la logica del più forte a quella del diritto dell’individuo è sempre molto ma molto forte ed una legislazione lacunosa non faccia che sostenere questa logica.

9 Ottobre 2009

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