La rabbia e l’orgoglio

Recentemente l’anniversario dell’11 Settembre ha riportato sui mezzi di informazione e nella nostra testa gli avvenimenti di 8 anni fa e con gli avvenimenti, le emozioni di allora. Quelle emozioni che hanno poi generato otto anni di eventi tragici che con uno straordinario effetto valanga hanno seguito, quasi schiacciandolo, l’azione terroristica che già da sola aveva una portata storica enorme.
Ho provato a riportare in me le sensazioni di allora (le mie e quelle di quanti mi stavano attorno) e curiosamente per farlo ho riletto uno delle cose che più mi avevano indignato allora, ovvero l’articolo di Oriana Fallaci pubblicato sul Corriere della Sera, che in quei giorni incendiò negli animi di molti le scintille che già schioccavano nell’opinione pubblica occidentale. Quell’articolo riassumeva in sé tutto quanto il senso comune produsse in quei giorni, mettendo le premesse per le terribili conseguenze che vennero dopo: due guerre assurde, inutili, dannose anzi, e un livello di violenza fisica e verbale inaudita.
Nella rilettura di quei passi ho notato come le parole della Fallaci battevano insistentemente, quasi ossessivamente, su due punti: da un lato l’assimilazione continua ed asfissiante tra gli attentatori ed il mondo islamico nel suo insieme, dall’altro la necessità assoluta di una reazione espressa in quella che veniva definita ripetutamente “guerra di religione”. Queste parole portavano con sé alcune conseguenze magari non ovvie allora, ma che sono ovvie viste a posteriori. Da un lato accreditarono un’organizzazione criminale come Al Qaeda come l’espressione più autentica di una comunità religiosa sterminata, fatta di miliardi di persone, come l’Islam. Era un messaggio pubblicitario enorme, forse superiore allo stesso attentato, ed ebbe uno straordinario successo. Solo ora forse nell’opinione pubblica si sta diffondendo la convinzione che Al Qaeda sia in realtà più un marchio lanciato in quella fase storica che una vera organizzazione e che senza quella pubblicità sarebbe rimasta quella che è: una galassia di organizzazioni criminali senza collegamento né tra loro né con la realtà sociale del mondo arabo. Se da un lato quindi quel messaggio dava forza ad Al Qaeda e la riconosceva agli occhi dell’opinione pubblica araba come l’unica forza a difesa di quel mondo, dall’altro legittimava qualsiasi azione violenta contro quello stesso mondo islamico che veniva riconosciuto, nella sua interezza, come responsabile del terribile e vile crimine. Così un movimento criminale che ha come principali sostenitori le elite aristocratiche del mondo arabo, preoccupate dalla possibile modernizzazione di quel mondo, diventava l’espressione del riscatto delle masse arabe, ovvero gli oppressori diventavano gli idoli degli oppressi. Così sull’altro fronte un gruppo di affaristi senza scrupoli conduceva gli eserciti occidentali a far guerra in giro per il mondo, per perseguire propri interessi privati, con il consenso diffuso dell’opinione pubblica abbagliata dal furore di quei giorni. Nascevano così le terribili carneficine afghane e irachene, ancora oggi in atto. Le guerre preventive però non avevano solo conseguenze negli scenari di guerra. Aver ridotto la democrazia ad una merce da esportazione coatta indeboliva in modo inarrestabile le correnti democratiche e riformiste nel mondo arabo, come le vicende palestinesi e iraniane testimoniavano. Da un lato nel mondo islamico si rafforzava l’odio per gli occupanti occidentali, dall’altro nel mondo occidentale si rafforzava l’odio per i fanatici islamici, sostenuto da opportune campagne di stampa. Ciò creava un solco tra occidente e Islam che era esattamente ciò che i finanziatori di Al Qaeda desideravano per restituire legittimità ai poteri assoluti del mondo arabo e per indurre quella parte delle masse arabe, che guardavano con interesse e speranza alla democrazia ed al plurarismo, a ricredersi.
Oggi che sono passati 8 anni e che, almeno negli Stati Uniti, è iniziata una fase critica nei confronti di quegli avvenimenti, di quelle parole, di quelle guerre, val la pena di guardarsi attorno e chiedersi che cosa, oltre che la morte e la distruzione, hanno lasciato la Rabbia e l’Orgoglio di allora.
Se in Iran, negli ultimi tempi il movimento riformista ha ripreso fiato, ci sono altri paesi come il Marocco, rimasti più defilati rispetto alle vicende di questi 8 anni, che possono vantare un discreto e continuo progresso in termini economici e politici.
Soprattutto mi vien da dire che la “guerra di religione” invocata allora, quella vera, senza quartiere, fortunatamente non c’è stata. E’ rimasto certo nella testa di tanti occidentali un profondo disprezzo e fastidio verso l’Islam che però solo raramente è sfociato in manifestazioni violente ed oggi, nonostante impeti di intolleranza, in Europa l’Islam e l’occidente stanno imparando a convivere in uno stato di relativa pacificazione. Scenari di conflitto di strada, di scontro sociale sono stati fortunatamente scongiurati.
In definitiva quelle parole, quella rabbia, hanno provocato centinaia di migliaia di morti nei due conflitti ma paradossalmente poteva andarci peggio, molto peggio. Possiamo quindi tirare un sospiro di sollievo ma vien da chiedersi più che mai quando finalmente impareremo a non dar più ascolto alla rabbia e all’orgoglio.

7 Ottobre 2009

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