Katyn

Grazie alla sua presentazione a Venezia è ritornato nelle sale a Settembre il film di Andrzej Wajda Katyn e sono così riuscito a vederlo al cinema, nella piccola ma prestigiosa sala de Il Centrale.
Avevo per la prima volta letto della vicenda di Katyn qualche anno fa in un articolo comparso su “Il Diario”, ma spesso anche le vicende più terribili fanno fatica a farsi largo nelle coscienze degli individui fintanto che non trovano il media giusto che spesso è proprio il cinema. Per chi non conosca la vicenda, si tratta del massacro ordito nella primavera del 1940 da parte dell’esercito sovietico di circa 22.000 cittadini polacchi, la maggior parte dei quali prigionieri di guerra, molti dei quali uccisi con un colpo alla nuca nella foresta che trovasi nei pressi del villaggio di Katyn (situato a pochi chilometri da Smolensk, nell’attuale Russia). Quando i tedeschi nel 1941 occuparono quella zona scoprirono il massacro e lo usarono come arma di propaganda anti-sovietica mettendo in serio imbarazzo gli alleati occidentali dell’URSS. Quando i sovietici riconquistarono l’area la storia fu riscritta e il massacro divenne un delitto ordito dai tedeschi, questo fino a quando Gorbaciov nel 1990 rese nota la verità su quanto accaduto. Tra le altre cose le autorità sovietiche giocarono sulla quasi omonimia con il villaggio di Hatyn (situato nell’attuale Bielorussia) dove i tedeschi avevano compiuto una strage di militari sovietici per creare confusione in merito alla vicenda.
Quando la vicenda è così terribile sembrerebbe sufficiente raccontarla per rendere il film di impatto. Wajda però fa qualcosa di più: focalizza la pellicola non tanto sugli eventi della strage quanto sul dramma di chi sopravvivette a cui venne vietato di onorare i suoi morti, costretto a negare lo svolgimento dei fatti, ad assolvere i carnefici dei propri cari, in una sorta di strage morale facente seguito a quella materiale. Questa scelta regala al film quello spunto che ne fa qualcosa di più di un semplice film rievocativo. Scopri così la vicenda di chi era costretto a dichiarare il falso circa la morte del proprio marito o a riscrivere la lapide funeraria del proprio fratello.
Tra le scene di grande impatto emotivo spicca la soggettiva finale sui prigionieri che si avviano verso la fossa comune. La morte più terribile vista in faccia sembra ancora più spaventosa.
Alla fine esci con la incredulità che tutto ciò possa mai essere accaduto, che è poi riconoscere implicitamente che il regista ha fatto un ottimo lavoro.

27 Settembre 2009

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