Una storia di integrazione

Qualche giorno fa è apparsa in grande evidenza sulle principali fonti di informazione la notizia dell’ennesimo omicidio in famiglia: sembra che ve ne sia in Italia uno ogni due giorni (vedasi questo apparso oggi). La particolarità che ha reso la notizia degna delle prime pagine di tutti i notiziari è che il padre assassino fosse di religione islamica. Subito si sono sollevate le consuete voci che non mancano mai in questi casi per sottolineare il collegamento del delitto con l’origine dell’individuo, come se barbarie e atrocità fossero un’esclusiva di chi si riconosce in una certa religione. Il ministro Carfagna con la sua acuta intelligenza ha subito definito l’accaduto come “Frutto di una assurda guerra di religione che e’ arrivata fin dentro le nostre case.”. Una voce di ancor più fine intelligenza è quella del capogruppo della Lega nel consiglio regionale del Friuli, Danilo Narduzzi, che ha affermato: ”la morte di Sanaa e’ l’ennesima riprova del fatto che chi vagheggia sull’integrazione tra Occidente e Islam e’ vittima di un pericoloso abbaglio”.
Ma di che cosa stiamo parlando realmente? Da quello che si evince dalle fonti di informazione stiamo parlando della storia di una ragazza di origine marocchina innamorata di un italiano, una ragazza che si vestiva in maglietta e jeans, alla quale piaceva vivere all’occidentale e che è arrivata a scontrarsi con la sua famiglia per questo, fino a giungere alla follìa finale. Non risulta che il padre assassino fosse un fanatico religioso, non frequentava nemmeno la comunità musulmana locale, a giudicare dal fatto che si racconta di lui che fosse spesso ubriaco probabilmente non era nemmeno credente. L’impressione è che fosse semplicemente una persona con turbe e disagi psicologici, che si veicolavano patologicamente nella paura, comune a tante altre persone, di mescolarsi con il diverso, di venire a contatto di culture, mentalità, convinzioni religiose diverse dalle proprie, così accecato da questa paura da giungere alla follìa dell’assassinio. I racconti dicono che la cosa non è accaduta improvvisamente, la ragazza sarà stata senz’altro prima minacciata, probabilmente picchiata, ma lei non si è data per vinta, più forte era il suo desiderio di evadere, di sentirsi come gli altri, di integrarsi nell’ambiente in cui viveva; ha rischiato tutto fino alla tragedia finale.
Se integrarsi è un desiderio così forte, così grande da mettere a repentaglio sé stessi, significa che l’integrazione non è un pericoloso abbaglio ma è un desiderio di molti, una destinazione verso la quale si è irresistibilmente, quasi gravitazionalmente, attratti, un obiettivo a portata di mano per molti e per molti altri già raggiunto. Purtroppo chi voglia integrarsi incontra spesso sulla sua strada chi invece sente il mescolarsi come una perdità della propria già fragile identità, come una prospettiva terrorizzante, che scatena paure ed ansie represse e che perciò è pronto a combattere in tutti i modi contro l’integrazione. Dei secondi fanno parte tanti padri di famiglie immigrati in Italia, seppur fortunatamente meno folli del padre di Sanaa, ma fa parte anche una moltitudine di italiani che si riconoscono nelle parole di Narduzzi.
La realtà è che quindi non c’è alcuna guerra di religione né c’è alcuna guerra etnica (se non nella testa confusa del Ministro Carfagna), non c’è da una parte il cattolico, dall’altra il musulmano, da un parte l’italiano dall’altra il marocchino. Se guerra c’è, la guerra è quella tra chi vuole integrarsi e chi vuole impedirglielo, tra chi tende la mano al diverso e chi gliela rifiuta: da una parte ci sono Sanaa con il suo fidanzato e dall’altra c’è suo padre, in compagnia di Narduzzi e di quelli come lui.

24 Settembre 2009

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