La bava alla bocca

Un editoriale del Secolo d’Italia della settimana scorsa descriveva così l’immagine attuale PdL: “un partito becero, nevrastenico, con la bava alla bocca, che abbaia contro gli avversari e adesso anche contro gli alleati”. In effetti trovo che l’immagine della bava alla bocca sia la più efficace nel descrivere la strategia comunicativa della maggioranza PdL in questo momento. Non passa giorno in cui non ci sia un attacco, un’invettiva quando non un mero insulto contro qualcuno da esponenti del partito di maggioranza.
Questa linea comunicativa non è certo nuova: da quando questa maggioranza di governo si è insediata non è mai passato molto tempo senza che uno dei ministri del governo, uno degli esponenti del partito o uno dei suoi referenti giornalistici si lanciasse all’attacco di gruppi politici o categorie sociali. Dall’Aprile dell’anno scorso gli attacchi sono toccati a ritmi sempre più serrati a: dipendenti statali, insegnanti, studenti, sindacalisti, rettori, banchieri, economisti, giornalisti, magistrati e naturalmente l’opposizione, c’è quasi da sentirsi trascurati se un rappresentante del PdL non ha mai attaccato la categoria di cui si fa parte.
Questi ultimi mesi e settimane hanno però segnato un’ulteriore escalation fino a giungere ad un ritmo quasi quotidiano di attacchi, insulti, minacce. Sarà la caduta dei consensi, sarà la vigilia del pronunciamento della Consulta sul Lodo Alfano ma negli ultimi giorni il pingpong di dichiarazioni deliranti, minacciose o offensive tra i vari Berlusconi, Brunetta, Tremonti e Gelmini è diventato quasi frenetico. Qual è lo scopo di questo continuo sparare ad alzo zero?
Ormai non può essere più solo un modo per occupare i media, di distogliere l’attenzione dalla crisi, di far parlare sempre di sé e mai di ciò che davvero succede, per quello bastavano le gaffe internazionali, le sparate fini a sé stesse, le provocazioni. Negli sproloqui degli ultimi giorni c’è quel bisogno di creare un clima di crescente mobilitazione della parte fedele dell’opinione pubblica contro un’opposizione politica o sociale che viene sempre più tratteggiata come un nemico e sempre meno riconosciuta dal punto di vista della dialettica democratica. E’ certo un atteggiamento che ha molte somiglianze con quello tipico dei sistemi totalitari, che sfruttano il controllo del sistema mediatico per spingere sulla percezione dell’apparato di governo come una barriera, una difesa contro un nemico più o meno immaginario, ma è in realtà un atteggiamento che viene spesso usato anche in contesti più pluralistici laddove le condizioni lo rendano praticabile, ad esempio in periodi di conflitti bellici. 
Nessuno di noi può sapere se tutto ciò rappresenta semplicemente un tentativo di serrare le fila del consenso alla maggioranza che oggi sembra scricchiolare anche nell’elettorato più ortodosso, se è un modo di mostrare i muscoli per intimidire la Consulta in vista della sentenza sul Lodo Alfano o di minacciare la Chiesa che pare incline a far mancare il proprio appoggio, oppure ancora è il segnale che qualcuno sta accarezzando disegni autoritari (di qualunque tipologia essi siano). Qualunque sia lo scopo finale l’effetto immediato che essi vogliono produrre è di allargare la spaccatura tra l’Italia pro-Berlusconi e l’Italia anti-Berlusconi, tra l’Italia televisiva e l’Italia degli altri media, tra l’Italia che crede al premier e quella che non ci crede.
Sicuramente la risposta migliore è quella di fare tutto ciò che è possibile per contenere la voragine sociale che costoro cercano di aprire tra chi sta di qua e chi sta di là. Trovo quindi più apprezzabile chi reagisce a frasi come quelle di Brunetta con l’ironia che con la rabbia. Non vuol dire sottovalutare la pericolosità della situazione ma semmai averla meglio compresa.

23 Settembre 2009

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