La maledizione

Il mondo del calcio non è fatto certo da gentiluomini: simulazioni, scorrettezze, provocazioni, bassezze di ogni genere sono il pane quotidiano di ogni calciatore. C’è una cosa però che la deontologia calcistica rifiuta decisamente: l’irrisione dell’avversario; anche dopo l’incontro più teso il calciatore vittorioso spesso non manca di rincuorare con una pacca sulla spalla l’avversario sconfitto. Sarà per quello che gli dei del calcio si alterarono molto quando nell’ormai lontano Febbraio 2004 Francesco Totti, al termine dell’incontro vinto dalla Roma 4-0, indirizzò all’avversario Tudor una serie di gesti che si può riassumere verbalmente in: “Ne hai prese quattro, quindi muto e a casa!”. Sarà quel che sarà ma da allora ogni volta che in Campionato la Juve si presenta all’Olimpico sono dolori per la Roma che solo una volta su cinque è riuscita a rimediare un pareggio, per il resto solo sconfitte spesso anche piuttosto sonore.
Questa volta la partita era avvolta, per quanto riguarda il mondo a strisce bianche e nere, in una cortina di incertezza. C’era una squadra rinnovata non solo nell’organico ma anche nello schieramento in campo che aveva lasciato qualche dubbio contro il Chievo e che attendeva una conferma, c’era un avversario assillato dal rischio di una seconda sconfitta, c’era l’Inter, che aveva sbaragliato il giorno prima il Milan, ed alla quale ci si sentiva di dover dare una risposta.
La partita cominciava con molte tensioni, soprattutto da parte giallorossa, che Rocchi non sapeva governare. Perrotta faceva male subito a Diego e poco dopo Marchisio consumava la vendetta su Totti. Solo in ritardo Rocchi puniva infrazioni più veniali di Tiago e De Rossi con il cartellino giallo ma ormai l’adrenalina era salita troppo e quando Perrotta abbatteva da dietro ancora Diego il brasilianino si arrabbiava: a quel punto Rocchi, che non aveva battuto ciglio sul fallo, ammoniva Diego e anche Perrotta, ammettendo con quest’ultimo cartellino implicitamente il suo errore nel non averlo ammonito prima e anche la sua pochezza. Nel frattempo la Juve aveva preso possesso del centrocampo e le trame di Diego trovavano buona collaborazione nella coppia Amauri e Iaquinta, entrambi in gran spolvero. Rimaneva la carenza già conclamata dei laterali e se Grygera a destra è in fase offensiva una lacuna già nota, Paolino De Ceglie rimaneva molto al di sotto delle aspettative. Che la Juve fosse prossima a prendere il volo sembrava chiaro ma a farle schiudere le ali ci pensava Diego quando rubava il pallone a Cassetti, si involava verso la porta giallorossa resistendo alla spallata di Riise ed infine schiaffeggiava il pallone con l’esterno piede pilotandolo là dove nessuno può arrivare. La Roma reagiva solo aumentando il proprio nervosismo già oltre il livello di guardia, oltre che la confusione di Rocchi, e sembrava che tutto andasse per il meglio per la causa zebrata ma improvvisamente c’era un fallo sulla trequarti, Melo e Perrotta si beccavano, tutti seguivano appassionatamente la scena tranne De Rossi che prendeva la palla e la schiaffava bello bello all’incrocio dei pali lasciando a Gigi solo la possibilità di invocare divinità varie. La mazzata avrebbe potuto anche essere doppia se il portierone non avesse fatto sbollire subito la rabbia e lanciato la sua ragnatela per fermare Totti che, sfruttando un paio di voragini apertesi contemporaneamente nella nostra difesa, era rimasto libero di correre felice verso la porta.
Andare a prendere un caffé sul mancato 1 a 2 dopo aver sfoderato un primo tempo come questo lasciava ai nostri molti rimpianti e molte preoccupazioni ricordando il crollo fisico della Domenica precedente contro il Chievo. In effetti il secondo tempo proponeva un’altra Roma ma la Juve non cedeva. Era ancora Diego a condurre ma Melo saliva, anche per il ritmo più blando, e Mauro German, entrato al posto di Marchisio, trasportava palloni con una facilità estrema. Dopo una volata infruttuosa di Iaquinta verso la porta avversaria ed un tiraccio di Amauri respinto, era alla fine Diego a liberare una spingarda, appena entrato in area, che faceva saltare in aria il malcapitato Julio Sergio. L’assalto finale romanista apriva crepacci nella difesa capitolina ottimi per il contropiede: in uno di questi Felipe si infilava e sparava un altro colpo di cannone che faceva 3 a 1.
Bello… Bello il primo tempo, bello Diego, bello il gioco, bello Ciro. Bello anche che la società abbia valutato che si poteva ancora fare qualcosa in più e con Grosso l’ha fatto. Adesso tocca davvero al campo,

1 Settembre 2009

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