I Talebani a casa nostra

Quant’è triste, dopo aver condividiso con altri la tua indignazione, scoprire che i motivi per cui gli altri si indignavano erano totalmente diversi dai tuoi, così diversi da farti addirittura ribrezzo. Vi ricordate quando ci arrivavano le rare immagini dell’Afghanistan sotto il giogo dei talebani, quando guardavamo insieme film come “Viaggio a Kandahar“ e ci indignavamo tutti insieme per l’orrore delle donne afghane costrette ad indossare l’odioso burkha e private di ogni diritto e libertà?
Oggi scopriamo che in realtà molte di quelle persone non si indignavano per la privazione della libertà inferta a quelle donne, non si indignavano per la violenza subita da chi vorrebbe mostrare il suo volto, i suoi capelli e non può farlo. Semplicemente esprimevano il proprio orrore per il diverso, che si può esprimere verso il burkha così come verso il kebab. Capisco ora che quelle persone rifiutavano il burkha non perché fosse imposto con la violenza, ma solo perché si sentivano di dover imporre a quelle donne un altro modello, un altro abito, un’altra cultura.
Queste considerazioni mi sono state suscitate naturalmente dalla constatazione della popolarità che ha ottenuto chi ha pensato bene di limitare la libertà di talune donne che ritengono di dover fare il bagno completamente vestite, imponendo multe a chi indossi il costume completo, soprannominato burkini.
So per certo che ci sono molte persone che di fronte a queste mie argomentazioni reagirebbero dichiarando che “Non è possibile che una donna possa liberamente decidere di coprire il suo corpo in quel modo”. Anche chi non abbia davvero la capacità di comprendere come certe cose possano essere profondamente iscritte in una cultura, non può non rendersi conto che anche le suore coprono il loro capo con un velo e indossano abiti castigati, anche quando le condizioni meteorologiche sono inclementi. Vogliamo forse affermare che le suore che si vestono in quel modo lo fanno perché vittima di violenza o perché scelgono liberamente questo abito? E chi accetta la clausura, è forse vittima di violenza o fa una libera scelta? Quanti di questi si indignerebbero se scoprissero che da qualche parte del mondo una suora è stata obbligata a togliersi il velo o ad infrangere un suo voto perché ciò era contrario alla cultura del luogo che l’ospitava?
E’ per certo vero che la libertà porta progressivamente ad abbandonare certe abitudini legate a costrizioni sociali come il burkha o il burkini sono sicuramente, ma ciò non significa che sia lecito imporre ad altri il risultato di un processo libertario. La libertà, di cui tanto ci vantiamo ma che ancora facciamo tanta fatica ad accettare quando ne fanno gli uso gli altri, non è l’obbligo di portare il bikini ma è la possibilità di portare il costume da bagno che si vuole.
Il problema di fondo è che la libertà, per forza di cose, porta con sé la diversità, che può essere il burkini o può essere il naturismo. Purtroppo per molte persone, in Italia come in Afghanistan, la diversità è fonte di paura per non dire di terrore e costoro tra la diversità e la costrizione non hanno esitazione a scegliere la seconda.
D’altronde il ragionamento del sindaco leghista di Varallo Sesia, Gianluca Bonanno, è chiarissimo, riassumendo: “In un paese musulmano chi faccia il bagno in bikini verrebbe sanzionata duramente: quindi anche noi ci adeguiamo” (ma qualcuno glielo può spiegare al signor Buonanno che ci sono svariati paesi musulmani pieni zeppi di donne italiane che fanno il bagno in bikini?). E’ sconsolante vedere come si riesca a buttar via in due righe secoli di pensiero liberale ed è ancor più sconsolante pensare che mentre ci sono nostri connazionali che muoiono in Afghanistan nella convinzione di dover sottrarre quel paese ai Talebani, quella stessa cultura prende il potere a casa nostra.

28 Agosto 2009

6 commenti a 'I Talebani a casa nostra'

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  1. Giuseppe afferma:

    Certo i discorsi dei leghisti nascono dall’orrore per il diverso, oppure da un calcolo: distrarre l’opinione pubblica con dei finti problemi affinche’ non si occupi di quelli veri.

    Pero’ non mi sembra necessariamente inaccettabile che si mettano restrizioni alla liberta’ di scelta del costume (oltre che a quella di andare in piscina completamente nudi); non per ripicca verso le leggi di altri paesi, ma semplicemente perche’ la maggioranza preferisce cosi’.

    E’ difficile stabilire un limite fra cio’ che e’ accettabile e cio’ che non lo e’: andare in piscina nudi? Andare in piscina con dei cartelli raffiguranti scene di violenza inenarrabili? Andare in piscina con dei megafoni e usarli per diffondere suoni piu’ o meno graditi agli altri presenti? Andare in piscina e fumare? I motivi per ammettere qualcuna di queste azioni e proibirne altre non sono scontati.

    L’ideale sarebbe se l’arrivo in Italia di culture diverse fosse almeno un’occasione per riflettere sui privilegi inutili di certe categorie, in modo da non introdurne di nuovi ma anzi eliminare quelli esistenti. Per esempio, quando qualcuno chiedera’ l’ora di religione islamica nelle scuole pubbliche, cogliere l’occasione per togliere quella di religione cattolica.

    Ma nel caso delle piscine, non credo che esista un permesso speciale per usare un costume “cattolico” o “da suora”, quindi la proibizione del costume “islamico” non presta troppo il fianco all’accusa di doppiopesismo…

  2. Coloregrano afferma:

    Ciao Giuseppe,
    se è vero che la maggioranza preferisce così forse val la pena di chiedersi il perché.
    Il principio generale di libertà di espressione è che ognuno possa agire liberamente finché il suo agire non danneggia gli altri e ne limita a loro volta la libertà. Ovviamente il concetto di danneggiare non può che essere complesso da declinare: tu citi rumori o odori, immagini di violenza oppure il rifiuto della nudità. Tutte situazioni il cui rifiuto è (più o meno specificamente) legato alla nostra cultura che rifiuta la violenza, che considera alcuni rumori o odori sgradevoli, che considera la nudità disdicevole e per la quale risultiamo urtati da queste situazioni. Sono però tutti aspetti culturali preesistenti all’immigrazione e la difficoltà di conciliare aspetti di culture diverse tra loro conflittuali è un problema con il quale qualunque paese che evolva in senso multiculturale deve fare i conti. Anche per la persona più tollerante non è facile accettare il comportamento di chi urti la sua sfera di valori o consuetudini.
    Anche il caso del burkini viene ricondotto da chi sostenga le ragioni proibizioniste all’idea che ciò potrebbe urtare gli altri bagnanti, ma perché mai ciò dovrebbe avvenire? Non mi risulta vi sia alcuna traccia nella nostra cultura di prescrizioni circa quanto qualcuno debba essere vestito tant’è che, come sottolineavo per quanto riguarda gli abiti religiosi, nella nostra tradizione vi sono casi non troppo dissimili di copertura del proprio corpo. Bisogna quindi concludere che la contrarietà al burkini nasca semplicemente dal rifiuto a priori e complessivo di un modello culturale diverso dal nostro: come ampiamente detto le campionesse di nuoto indossano costumi molto simili al burkini senza destare scandalo. Questo è appunto ciò che divide una situazione di normale difficoltà di convivenza tra culture diverse, da un atteggiamento di integralismo culturale che erige barriere fittizie e strumentali verso le minoranze, ulteriori rispetto a quelle già fisiologicamente esistenti, e che pone le basi per l’esplosione di conflitti sociali. Ovviamente il caso del burkini è quello del momento ma lo stesso concetto può essere riproposto per l’opposizione alla costruzione di moschee o addirittura per la proibizione della vendita di kebab.
    Al di là della mia idea personale di libertà di espressione che può non essere condivisa da tutti, cosa comporta di oggettivo il fatto di erigere ulteriori barriere a quelle già purtroppo esistenti? Come accennavo prima comporta sicuramente l’esasperare il contrasto sociale da un lato e dall’altro la tendenza a chiudersi in comunità culturalmente omogenee. Da un lato i musulmani si sentiranno discriminati e quindi nutriranno una crescente sfiducia per non dire ostilità nei confronti delle istituzioni e del modello di libertà occidentale. Dall’altro il burkini o altri simboli sotto il fuoco leghista acquisiranno un ruolo identitario, che fino ad oggi non avevano, e probabilmente ne crescerà l’uso o quantomeno l’apprezzamento, cosa che molti, tra i quali il sottoscritto, non auspicano. D’altra parte è la storia di tutti gli integralismi, che creano steccati che creano conflitti che creano altri steccati, in un circolo vizioso senza fine.
    P.S. Per quanto riguarda la tua ultima frase se rileggi il mio intervento non ho citato le suore per ipotizzare un “doppiopesismo” ma solo per ricordare appunto che tenere il proprio corpo completamente coperto non è un comportamento avulso dalla nostra cultura.

  3. Giuseppe afferma:

    Ho fatto una ricerca in Google Images per vedere finalmente ’sto “burkini”…

    Sono d’accordo con te: non mi sembra proprio che la “nostra” cultura sia in alcun modo disturbata o minacciata da questi costumi da bagno.

    Ma se invece qualcun altro, leghista o no, sostenesse il contrario? Se dicesse che la vista di una donna in “burkini” lo turba, e che questo turbamento ha profonde radici culturali? Io non mi sentirei attrezzato per convincerlo che la mia interpretazione dell’espressione “la nostra cultura” vale piu’ della sua. Se quindi a tagliare la testa al toro intervenisse lo Stato, dicendo: “Quel costume e’ vietato perche’ cosi’ dice la regola democraticamente stabilita, indipendentemente dalla cultura di chicchessia”, la cosa non mi infastidirebbe piu’ di tanto…

    Con “doppiopesismo” mi riferivo al senso di discriminazione che anche tu menzioni qui sopra: “i musulmani si sentiranno discriminati”, ossia sentiranno che si usano due pesi e due misure, proibendo a loro cio’ che ai cristiani (o a un sottoinsieme dei cristiani come appunto le suore) e’ permesso.

  4. Coloregrano afferma:

    Giuseppe,
    se qualcuno sostenesse che ci sono profonde ragioni culturali per la quale un italiano non può sopportare la visione di una donna completamente vestita sarei molto interessato a conoscerle naturalmente, tenendo conto di quanto sopra scritto, pronto magari a ricredermi e fare ammenda. Al momento le ragioni che ritengo ci siano dietro a questo presunto fastidio sono quelle che ho esposto sopra.
    Tuttavia, al di là questo punto, mi concentrerei soprattutto sulle possibili conseguenze di proibizioni come questa, che sono indipendenti da ciò che ne pensiamo tu ed io, e che sono, a mio avviso, quelle che ho sopra scritto. Se lo Stato, come dici, oltre che il comune di Varallo Sesia, decidesse di proibire il burkini, fosse anche su una base di consenso amplissima, questo non mi tranquillizzerebbe affatto. Esattamente come rimarrei contrario alla pena di morte anche se fosse introdotta democraticamente, come in molte parti del mondo è accaduto.
    La democrazia ha mille pregi ma non quello di essere infallibile e la storia è piena di maggioranze che decidono a danno di minoranze, con conseguenze spesso socialmente esplosive.

    Per quanto riguarda l’ultimo punto ti ribadisco ancora che quando mi riferivo alle suore lo facevo solo per esemplificare il fatto che tenere il proprio corpo completamente coperto non è un comportamento avulso dalla nostra cultura, e quando nel secondo intervento parlavo di senso di discriminazione non mi riferivo affatto ad un senso di doppiopesismo rispetto alle suore, dell’esistenza delle quali il bagnante musulmano può anche essere perfettamente ignaro. Mi riferivo al generico senso di discriminazione che una persona può avvertire nel momento in cui viene multato per aver esibito un abito che ritiene semplicemente espressione della propria cultura (che ci piaccia o meno quella cultura).

  5. Giuseppe afferma:

    La ragione culturale potrebbe essere igienica: si entra in acqua nudi o seminudi perche’ si deve essere puliti e tutti lo devono poter vedere. Sicuramente questo tabu’ e’ piu’ forte in un onsen giapponese o in un hamam turco, ma magari si fa sentire un po’ anche nelle piscine padane…

    Certo che le decisioni prese democraticamente possono rivelarsi disastrose, ma personalmente le discussioni sulla compatibilita’ di burkini/minareti/kebab ecc. con la nostra cultura mi inquietano ancora di piu’; preferisco uno stato/regione/comune che mi obblighi a rispettare le leggi ma senza pretendere da me esami di coscienza, giuramenti di fedelta’, dichiarazioni di accettazione della cultura locale, ecc.

    “Discriminazione” per me vuol dire “disparita’ di trattamento”. Un affronto, un’offesa, una violenza fatta indistintamente a tutti i cittadini non si possono chiamare discriminazioni.

    Mi fermo qui, grazie per l’attenzione e scusa la pedanteria :-)

  6. Coloregrano afferma:

    Giuseppe,
    permettimi un commento generale partendo dalla tua ultima osservazione. Quando sostieni che un “affronto” fatto a tutti i cittadini indistintamente non può essere considerata una discriminazione esprimi quello che è un tuo punto di vista, naturalmente rispettabilissimo. Come ben sai però ci sono proibizioni che incidono maggiormente su specifiche categorie e che quindi quelle categorie percepiranno, a torto o a ragione, come una discriminazione. La proibizione di mostrare delle croci, pur valida per tutti i cittadini, verrebbe evidentemente percepito dai cristiani come una discriminazione, così come proibire la salsa di soia verrebbe percepito probabilmente come una discriminazione dai cinesi. E’ difficile convincere un musulmano che la proibizione di cui si parla non sia un gratuito atto discriminatorio, quando tu ed io, che non siamo musulmani, facciamo fatica a trovare delle ragioni sostenibili.
    Più in generale, al di là delle tue personali preferenze su quello che sia giusto lo Stato pretenda o meno da te, credo che perché una società, così come una qualunque organizzazione, non esploda è necessario trovare un giusto equilibrio e compromesso tra la conservazione dell’identità di ciascun gruppo ed il rispetto per l’identità e la cultura altrui. Quando questo equilibrio viene perturbato il rischio di esplosione di conflitti sociali è grande e quando ciò accade, come storicamente spesso si è verificato in giro per il mondo, si tratta di un danno per tutti. Per questo mi preoccupa molto scoprire che un Sindaco sostenga che il rispetto “verso usanze e atteggiamenti non proprie della nostra civiltà” sia cosa da evitare.

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