Domande diffamatorie

Come ben saprete nei giorni scorsi gli avvocati di Berlusconi hanno denunciato la Repubblica per diffamazione. Fin qui non c’è nulla di strano ahimè, tranne scoprire che la motivazione non sono affermazioni incaute, o affermazioni caute ma non confermate, o affermazioni confermate ma non provate, o affermazioni provate ma non ammesse. Il punto è che non si tratta proprio di affermazioni ma di domande, le famose 10 domande, nell’ultima versione, tutte regolarmente corredate di punto interrogativo. Può una domanda essere diffamatoria? Rifacendomi alla definizione di Wikipedia la diffamazione consiste in una generica offesa della reputazione altrui. Mi chiedo allora: può una domanda offendere la reputazione? Si era sempre detto: “Chiedere è lecito, rispondere è cortesia”.
Il tema potrebbe prestarsi a discussioni infinite e magari stimolanti, ma al di là dell’evidente contorsionismo giuridico che arriva a far dire all’avvocato Ghedini che “Il lettore è indotto a pensare che la proposizione formulata non sia interrogativa, bensì affermativa”, la domanda che mi pongo è un’altra: “Come nasce questo mostro giuridico? Come è possibile che ci sia chi chiede risarcimento per diffamazione relativamente a delle domande?”.
Anche in paesi con una tradizione democratica non britannica è consuetudine che il giornalista di fronte al politico non esiti a fare domande imbarazzanti e maliziose, che facciano riferimento a presunti scandali che lo abbiano coinvolto, a conoscenze imbarazzanti, a promesse non mantenute e così via. Come è possibile che in Italia si arrivi ad ipotizzare che ciò non solo non costituisca il lavoro del giornalista ma che sia addirittura reato?
L’Italia ha purtroppo abituato i suoi politici a domande facili, ad interviste pilotate, a risposte precotte; non parlo solo del Presidente del Consiglio, che da anni si permette di apparire in televisione solo in contesti di assenza di contradditorio e possibilmente nello studio del devotissimo Vespa, ma parlo della maggioranza della classe politica, che magari si scorna al suo interno in liti su temi possibilmente non compromettenti, ma che è ben poco abituata a trovare nei giornalisti contradditori che non siano assolutamente accomodanti.
Il punto credo sia che non solo la giustizia, ma anche la nostra mente, nel classificare ciò che è lecito e ciò che non è lecito fare, opera per precedenti e per analogie. Per questo quando un comportamento diventa desueto è poi molto più semplice spacciarlo per deviato e quindi illecito. Per questo ritengo che se oggi c’è un personaggio come Ghedini che cerca di limitare la libertà di stampa, una grave, gravissima responsabilità è di quei tanti giornalisti-tappetino che la libertà di stampa non l’hanno mai voluta esercitare.

31 Agosto 2009

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