L’informazione bue

A Luglio, subito prima delle vacanze fa, la Ministra Gelmini ha prodotto l’ultima sua idea in termini di “riforma dell’università“. Sono stati introdotti infatti una serie di parametri sulla base dei quali i diversi atenei saranno giudicati e saranno conseguentemente premiati o penalizzati, con finanziamenti differenziati. Il risultato è una classifica degli atenei italiani che garantirà a quello che è stato considerato il miglior ateneo (Trento) il 10% in più di finanziamento rispetto alla media del paniere complessivo, mentre al peggiore (Macerata) andrà il 3% in meno. Da molte parti si sono levate voci favorevoli per non dire entusiastiche di fronte a questo provvedimento. Non ha fatto eccezione nemmeno un uomo sedicente di sinistra come Luca Ricolfi che su La Stampa del 1 Agosto, in un articolo nel quale criticava, senza invero affondare troppo il colpo, la politica economica del governo, definiva invece il provvedimento sull’Università un positivo segnale in senso meritocratico, incoraggiando il governo a compierne altri simili.
Premesso che un sistema più meritocratico è un desidero, forse l’unico, che almeno a parole accomuna pressoché l’intero arco della politica, siamo sicuri che il provvedimento del governo sia effettivamente meritocratico o non sia l’imbellettamento di un taglio complessivo dei finanziamenti che diventa più presentabile se motivato dal dover punire gli atenei meno virtuosi?

Partirei intanto dal merito dei criteri di valutazione sulla base dei quali è stata calcolata la classifica. Per quanto riguarda la ricerca (che pesa i 2/3) viene tenuto conto solo per il 50% della valutazione del CIVR, ente nato appositamente per valutare la ricerca negli atenei. Del restante 50%, il 20%  viene calcolato sulla base del “numero dei ricercatori e dei docenti che hanno partecipato a progetti di ricerca italiani valutati positivamente” (valutati positivamente da chi?), il 30% sulla base della “capacità delle Università di intercettare finanziamenti europei per la ricerca”. Questi ultimi due criteri mi paiono entrambi molto orientati a favorire le università scientifiche: cosa confermata dal fatto che tutti i politecnici si trovano nella fascia positiva e quelli di Torino e Milano sono rispettivamente secondo e terzo.
Per quanto invece riguarda la didattica (che pesa per il restante 1/3) la valutazione degli studenti pesa solo per il 20% mentre un altro 20% è legato ad un coefficiente che indica la propensione a far svolgere corsi a personale esterno, comportamento che si vorrebbe minimizzare. I coefficienti più pesanti sono legati invece alla facilità con la quale gli studenti riescono a trovare lavoro una volta laureati e soprattutto alla facilità con la quale gli studenti procedono negli studi. Il primo coefficiente mi pare ben più legato al contesto socioeconomico in cui è collocato l’ateneo che alla sua capacità di formare i laureati e mi sembra quindi del tutto improprio, il secondo sembra premiare gli atenei più facili a danno di quelli più selettivi.
Nel complesso i parametri scelti sembrano favorire fondamentalmente le facoltà scientifiche rispetto a quelle umanistiche e quelle collocate in zone geografiche ad alto sviluppo ed occupazione rispetto a quelle in zone più disagiate, valutazione confermata in pieno dalla distribuzione degli atenei nella classifica. Non so se questo corrisponde ad una strategia o solo a scarso acume nel definire i parametri, di sicuro però l’effetto è tuttaltro che premiare il merito di chi amministra gli atenei.
Andando però oltre alle perplessità circa i vari parametri individuati, la domanda che mi pongo è se esistono in natura dei parametri che permettano effettivamente di calcolare come sia amministrato un ateneo. La realtà è che i risultati di una facoltà universitaria sono così strettamente correlati alla sua tipologia ed alla realtà in cui opera che ritengo pressoché impossibile operare un confronto meramente quantitativo tra diversi atenei posti in diverse città: sarebbe come cercare di introdurre criteri di valutazione comuni tra un linea di autobus di montagna ed una linea di metropolitana o di disputare un incontro di pugilato tra un peso massimo ed un peso piuma.
Ciò detto però c’è un problema ancor più generale sul provvedimento del governo: anche nell’improbabile ipotesi che esistesse un modo per misurare la qualità di un ateneo, indipendentemente dalla sua natura e dalla sua collocazione geografica, è poi davvero meritocratico assegnare a quell’ateneo finanziamenti in funzione di quanto bene è gestito? Un sistema meritocratico è tale se chi è responsabile di un successo viene premiato e chi è responsabile di un fallimento viene penalizzato. I finanziamenti sottratti non vengono sfilati dalle tasche del rettore, ma da quelle dell’ateneo nel suo complesso. Togliere finanziamenti ad un’ateneo mal gestito significa soprattutto penalizzare gli studenti di quell’ateneo, che avranno meno servizi didattici, meno laboratori, in altre parole un ateneo meno funzionante, meno in grado quindi di prepararli, di funzionare e quindi di ottenere successivamente finanziamenti in un circolo vizioso che rischia di portare a distanze sempre più marcate tra gli atenei più agiati e quelli più marginali.
Cosa si può fare allora? Forse quello che fanno le aziende, le quali che io non sappia non sono solite allocare il budget tra le varie funzioni sulla base di parametri fissi, ma che invece demandano questo ruolo ad una funzione di controllo finanziario che valuta tra l’altro se i soldi sono poi spesi bene o male. Mi domando quindi se non sarebbe più efficace introdurre organismi di controllo nuovi o rafforzare quelli esistenti affinché vigilino sulla corretta gestione degli atenei, valutando certo anche i dati statistici ma senza dimenticarsi di prendere in considerazione, cum grano salis, il contesto in cui un ateneo opera, e soprattutto penalizzando, in caso di valutazione negativa, non certo gli studenti ma semmai i cattivi amministratori. Purtroppo la nostra classe politica è allergica agli organismi di controllo e lo testimonia l’immancabile colpo di mano balneare con il quale si era cercato di far passare l’emendamento del deputato PdL Maurizio Bernardo che ridimensionava il potere di controllo della Corte dei Conti.
Questa mia ricostruzione avrà certo molti punti deboli, d’altronde non pretendo di essere un esperto nella gestione delle Università, ma una sola mezzoretta di approfondimento sul tema mi ha suscitato la marea di dubbi sopra esposti. Come mai un docente universitario e autorevole opinionista come Ricolfi non ha avuto nessuno dei miei dubbi ed ha immediatamente e acriticamente preso per buono che il provvedimento fosse meritocratico come sbandierato dalla propaganda governativa? Forse non aveva tempo? Forse non ci ha pensato? Forse dopo aver criticato il governo per la politica economica si sentiva già troppo fuori dalle righe? Troppo estremista? Sentiva il bisogno di recuperare?
Fin troppo spesso ci lamentiamo del fatto che l’opinione pubblica accolga passivamente tutti i messaggi, anche i più grotteschi, che arrivano dai media. Qualche volta però chiediamoci anche quanta colpa in questo ha la superficialità di chi avrebbe il compito di spiegare, di sollevare dubbi, di alimentare la cultura critica ed invece si limita a trangugiare tutto e ruminare tutto, portandomi a pensare per una volta più che all’immagine del “popolo bue” a quella dell’”informazione bue”.

25 Agosto 2009

2 commenti a 'L’informazione bue'

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  1. bruno afferma:

    Segnalo fra l’altro che il sito www.civr.it (dove dovrebbero essere pubblicati i risultati delle valutazioni del CIVR stesso) non è raggiungibile, mentre l’analogo civr.cineca.it produce un errore di autenticazione del server.

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